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Fotoreportage: i resti della gloriosa storia dimenticata di Brancaleone Superiore.

in cultura e società / Fotoreportage / media gallery

Sono a casa in questa domenica pomeriggio, è quasi ora di cena e piove incessantemente ormai da ore. Sul web arrivano le prime immagini dei danni arrecati dal maltempo in Calabria: la strada statale 106 e la linea ferroviaria ionica, nel tratto della costa reggina che va da Brancaleone a Caulonia, sono crollate in più punti, interi paesi si ritrovano così mutilati e isolati.

Dalle immagini quasi non riuscivo a riconoscere i luoghi che spesso sono stati mete delle mie visite perché custodi di una grossa fetta di patrimonio storico-artistico della regione. Non è passato molto dall’ultima volta che mi sono recata, sulle tracce dei monaci Basiliani in Calabria, tra i ruderi di Brancaleone Superiore.

Arroccato in cima a una rupe a poco più di 300 metri sul livello del mare, a meno di 5 km di distanza dalla strada statale 106, ne custodiscono la memoria le tracce del castello, delle tante chiese, delle case che degradavano sui fianchi della collina e che hanno resistito a incursioni e terremoti (motivi che hanno portato al completo spopolamento del borgo).

Diverse sono le teorie sulle origini del borgo, ma tutti gli storici concordano nel sostenere la presenza, intorno al V/VI secolo, in questo territorio dei monaci greco-bizantini, i basiliani, che contribuirono ad arricchire e contaminare con la loro cultura i costumi, i riti religiosi e la lingua del posto. A testimonianza di ciò, tante sono le grotte, munite anche di tracce di affreschi, disseminate intorno al borgo e tra le case di cui, secondo me, si dovrebbe avere maggiore cura e tutela.

Anticamente denominato Sperlinga o Sperlonga (dal latino Spelunca e dal greco Spélugx, con il significato di caverna o spelonca), il paese di Brancaleone Superiore fu feudo e capoluogo di baronia per molto tempo ed è curioso notare come, nonostante i fortissimi terremoti del passato e le intemperie che nei secoli si sono succedute, rimangano forti elementi delle antiche strutture. Appare per me curioso alla luce dei forti danni subiti oggi da infrastrutture di costruzione più recente che presuppongono degli studi molto più accurati.

Come sosteneva Paolo Orsi in “Le Chiese basiliane della Calabria – 1929” l’impressione è forte nel constatare lo stato di abbandono in cui versano tali monumenti. All’entrata del borgo c’è la chiesa “nuova”, unico elemento totalmente ristrutturato, da cui si snodano dei piccoli viottoli che un tempo furono le stradine dell’insediamento.

Da qui si domina la vallata del Bruzzano e delle meravigliose creste appenniniche dell’Aspromonte che degradano nel mar Ionio da Capo Spartivento (il Promontorium Herculis considerato per gli antichi l’estrema punta d’Italia). Ad accoglierci tra i ruderi ci sono le capre che si inerpicano sulla rupe, visitando anche le case, così anche qui antiche tracce di civiltà si trasformano, nell’incuria, in pascoli.

Mentre arrivano i primi interventi da parte delle istituzioni per rassicurare i locali circa le odierne condizioni della ferrovia e la viabilità, rivedo i resti di una gloriosa storia dimenticata e non riesco purtroppo ad avere fiducia in questi messaggi.

Spero invece che l’antica e consolidata propensione del popolo calabrese di sostenersi l’un l’altro, tra vicini di casa o di paese, persista e possa rendere più rapido un recupero di cui le istituzioni oggi non riescono a farsi carico.

servizio e foto di Nadia Lucisano

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