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Fotoreportage: il borgo abbandonato di Nicastrello tra devozione e memoria

in cultura e società / Fotoreportage / media gallery

Prosegue il mio viaggio tra i luoghi abbandonati della Calabria. In un caldo pomeriggio estivo, percorrendo l’autostrada A3, giunta nei pressi di Pizzo Calabro decido di raggiungere Nicastrello, frazione abbandonata di Capistrano(VV), Comune della Comunità Montana delle Serre Calabre.

Il percorso lungo la provinciale è singolare. Per un tratto costeggio il lago artificiale Angitola e la sua oasi naturalistica riconosciuta. La vegetazione intorno è rigogliosa tra querce da sughero, felci, alberi di ulivo e, man mano che ci si avvicina alle falde del monte Coppari, faggete e pinete.

Non ci sono cartelli stradali che indicano la posizione di Nicastrello. Sapevo, dalle mappe, di dover superare il paese e che da lì a poco una stradina secondaria mi avrebbe portata direttamente al borgo abbandonato, ma non essendo sicura di riuscire a individuare il punto, giunta nei pressi di Capistrano chiedo informazioni a un abitante del posto che con grande gentilezza decide di accompagnarmi. Imbocco così una piccola strada asfaltata, larga giusto lo spazio di una macchina, un segnale di legno indica il luogo e finalmente inizio a intravedere le case. L’abbandono di Nicastrello, Casalello o Casaleru (nella forma dialettale), piccolo borgo rurale, risale agli anni ’70 ma, a giudicare dal buono stato degli orti intorno alle case, perdura una frequentazione del luogo.

Avevo letto fosse piccolo, non immaginavo così tanto e non immaginavo che, nonostante fosse così piccolo (forse proprio per questo), mi suscitasse così tanta meraviglia, così tanta bellezza. Le case, disabitate, sono poche e si sviluppano su due vie che portano nella piccola piazzetta davanti ad una chiesa; intorno vi è il bosco di Fellà, tra alberi da frutta, enormi ulivi secolari, gelsi, castagni e vegetazione spontanea. Qui la natura non si è limitata ad abitare gli spazi ma è arrivata a coprire interamente alcune delle case tanto, oggi, da sembrare un tutt’uno.

Giunta nei pressi della Chiesa mi sorprende vederla aperta, così mi avvicino ed entro trovandola in buono stato come se da poco fosse stata detta messa. Non è trascorso troppo tempo che la mia curiosità trovasse appagamento. Nel silenzio della valle incontro un uomo che con garbo mi spiega che la chiesa, ogni giorno, è lui ad aprirla per evitare che l’umidità possa rovinarla.

Mi racconta quindi come gli stessi abitanti dei dintorni si siano interessati, negli anni novanta, alla ristrutturazione della chiesa e di come, ogni anno, vengano celebrate due importanti feste, quella di Santa Elena e di San Filippo, occasioni in cui il borgo riprende vita accogliendo i devoti.

In alcune case si possono riconoscere i diversi elementi costitutivi: legno, pietra, mattoncini di creta e paglia e canne per l’isolamento, piccole strutture in cui vivevano interi nuclei familiari e nei ‘bassi’ i loro animali da allevamento, alcune sono state ristrutturate altre, come ho già detto, del tutto ricoperte di vegetazione fitta.

Non avverto un senso di totale abbandono di questo luogo; è piacevole invece percepire come il ricordo, la sua memoria, venga amorevolmente custodita e protetta da quelli che furono i suoi abitanti e i loro discendenti attraverso il mantenimento delle due festività e la cura degli orti.

Per un approfondimento: Vito Teti Il senso dei luoghi.

servizio e foto di Nadia Lucisano

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