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Fotoreportage: il borgo fantasma di Carello nel cuore della Sila

in cultura e società / Fotoreportage / media gallery

C’è un piccolo borgo nella provincia di Cosenza, una delle tante frazioni del Comune di San Giovanni in Fiore, Carello, che fu abbandonato dai suoi abitanti (che fino agli anni ’50 risultavano essere circa un centinaio) negli anni ’60, conquistandosi un posto nella classificazione dei borghi fantasma d’Italia.

Mi trovo a Caccuri (KR) per delle ricerche sugli insediamenti rupestri in Calabria abitati, un tempo, dalle comunità monastiche italo-greche, i monaci Basiliani. Da qui il borgo fantasma dista all’incirca 5 chilometri così, in un pomeriggio libero, approfitto per saziare la mia curiosità e percorrendo la strada provinciale giungo a Carello.

La strada è tutta in ripida discesa, giù lungo i declivi della vallata Iannia-Carello, nel parco nazionale della Sila, la quale ospita piante di olivo da cui, grazie al microclima esistente, si ottiene un olio pregiato.

Le prime notizie sulla stanzialità della popolazione a Carello (Cariellu in forma dialettale) sono risalenti al 1700; non si nega una possibile preesistenza del sito ma non ci sono dati storici che lo attestino.

A circa 640 m slm tra i due affluenti del fiume Neto (vallone di Belladonna e vallone dell’orto) ecco che arrivo a Carello e già a prima vista trovo conferma dell’attenta descrizione che ne fa Vito Teti nel suo “Il senso dei luoghi”.

Il piccolo villaggio, ancora abbastanza integro, si sviluppa in due file di case (importanti esempi di architettura rurale calabrese) i cui materiali di costruzione provenivano dal territorio circostante.
Anche qui, come ricorrente nei paesi abbandonati, la natura riprende i suoi spazi lasciati dall’uomo e finisce con l’abitare le case; così qui all’interno delle abitazioni si trovano alberi di ulivo, di fico, piante di fichi d’india che, se da un lato ne sembrano custodi, dall’altro, purtroppo, recano gravi danni alle strutture con radici che affondano mantenendo umidità e facendo crescere la pianta danneggiando la muratura.

Piccoli e stretti vicoli collegano le case, alcune delle quali chiuse con tronchi che sbarrano l’ingresso; ancora vi sono numerosi orti recintati che ospitano alberi da frutta e piante di vite, testimoni di qualche saltuario ritorno.

Tutto intorno lo scenario colpisce fortemente. Abbracciati da alte e verdi vallate e accompagnati dal suono dell’acqua che scorre inframezzato dai versi della fauna, ci troviamo ben lontani dai prossimi centri abitati. Lungo la strada infatti s’incontrano poche abitazioni solitarie, nessuna macchina, ed è stato forse anche questo uno dei motivi dell’abbandono.

La mia visita a Carello è finita ma sono ancora affamata di ricerche, così, lungo quella che era una vecchia mulattiera, risalgo la valle in direzione San Giovanni in Fiore e, in località Patia , mi trovo davanti la Chiesa di Santa Maria dei Tre Fanciulli.

Un tempo qui sorgeva un monastero (risalente al periodo tra il V e il IX secolo) opera di anacoreti bizantini. Si tramanda che i monaci abbiano voluto costruire qui il monastero in ricordo di un avvenimento che coinvolse tre fanciulli che, perdutisi nella boscaglia, vennero salvati da un improvviso incendio grazie all’intervento della Madre di Dio. Il nome del luogo in cui sorge, A-Patia, deriverebbe dal greco: paios – paidea “(fanciullo).

Ad oggi del complesso monastico resta solo la chiesa che fu ristrutturata tra gli anni ’60 e ’70; non fu oggetto di restauro il muro perimetrale sinistro che, sostenuto da contrafforti in muratura, rimane l’unico elemento originario dell’antico tempio basiliano . Al suo interno si trova una grande tela del 1600, raffigurante il miracolo dei tre fanciulli .

Ogni volta che visito un luogo abbandonato, dove sento vive le memorie del tempo, come in questa circostanza, inizio a fantasticare su cosa potrebbe oggi diventare, su come potergli dare nuovamente vita. Credo però come , al di là di ogni riqualificazione che le istituzioni possano valutare e attuare, sia importante mantenere questa memoria, custodirla gelosamente, visitando lo stesso con il rispetto che merita la storia per poter così da un lato evitare il danneggiamento ma, soprattutto, per mantenere vive oggi quelle che sono le radici del popolo calabrese.

servizio e foto di Nadia Lucisano

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