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Fotoreportage: il fascino di Stilo, crocevia di culture e tesoro della Calabria

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STILO – Come anticipato la scorsa settimana, oggi vi porto a Stilo, splendido borgo della Calabria sud-occidentale, in provincia di Reggio Calabria, la cui nascita è probabilmente legata alle vicende di Caulonia greca, distrutta da Dioniso il Vecchio nel 389 a.C.

Circa l’origine del nome del caratteristico borgo, costruito a gradinate sulla pietra tufacea tra ulivi e viti con case addossate l’una sull’altra, gli storici sono divisi. Secondo il Barrio e il Marafioti deriverebbe dalla fiumara Stilaro, nella cui vallata sorge appunto il borgo; l’Aceti ritiene che il toponimo nasca per via della conformazione a colonna (Stylon in greco) del promontorio di Cocinto (oggi Punta Stilo) in cui sorse il primo insediamento; altri ancora con Stylon, colonna, riconoscono la forma del monte Consolino che sovrasta il borgo.

Situata proprio sotto precipizi perpendicolari, e costruita sopra una specie di terrazza ad anfiteatro, le rocce che sporgevano ad ogni estremità e con le pittoresche chiese e conventi. Ci sembra che ci sia più evidenza di pulizia e manutenzione nelle strade che in nessun altro posto della Calabria dove siamo passati, e c’era un’aria che dava una sensazione di ordine e nitidezza maggiore rispetto di ogni altro posto visitato finora in Italia, che ci ha sorpresi, essendo Stilo cosi remota dalla capitale“. Così Edward Lear nel suo “Diario di un viaggio a Piedi” nel 1947, descrive l’arrivo a Stilo e devo riconoscere che tale visione è ancora oggi attuale.

Stilo sorge ai piedi del monte Consolino (701 m s.l.m.), promontorio delle Serre calabresi su cui oggi sorgono i resti del castello Normanno voluto da Ruggero II, un tempo struttura di grande importanza strategica, alla cui manutenzione erano tenuti molti, come attesta uno scritto di Padre Apollinare Agresta “per essere questo castello assai forte sopra tutti gli altri della provincia, era in quei tempi pregiatissimo a’ Re e godeva alcune prerogative e fra l’altre, che molti Baroni e feudatari, fossero obligati alle di lui reputazioni” .

Al tempo di Carlo d’Angiò (XIII secolo ) fu usato anche come prigione in cui furono rinchiusi parecchi prigionieri politici; si narra di quanto inutile fosse chiudere la prigione a chiave in quanto impossibile la fuga essendo costruita sotto il castello, scavata nel mote Consolino, su una vertiginosa parete di 500 metri che cadeva a picco.

Non è esente, il castello di Stilo, dal tramando di leggende, una di queste vuole che al tempo delle incursioni saracene, il califfo arabo Ibrahim Ibn Ahmad dalla Sicilia sia sbarcato sulle coste calabre per conquistarle e giunse col suo esercito nei pressi del castello (dove il”granduca”, su ispirazione di San Giorgio, aveva fatto rifugiare la cittadinanza) attraverso uno stretto sentiero. Al finire delle provviste, il “granduca” fece fare della ricotta con il latte delle donne che avevano da poco partorito e lo fece gettare dentro il campo nemico, convincendo così gli Arabi che nel castello esistessero grandi riserve di cibo, tanto da poterlo utilizzare come proiettili e che l’assedio avrebbe avuto lunga durata. Il Califfo però assaggiò la ricotta allora sconosciuta agli Arabi e si ammalò di dissenteria e i medici al suo seguito lo curarono con decotti di salvia, peggiorando la situazione. Il nipote del califfo, Gabir, decise così di ritirarsi e il castello fu liberato dall’assedio.

Non lontano dal borgo possiamo trovare il bosco di Stilo, una delle più significative testimonianze dell’originario paesaggio boscato delle Serre, con abeti bianchi e faggi e con un ricco sottobosco con forte presenza di erica e agrifoglio , anticamente rinomato perchè forniva legname alla fiorente industria siderurgica di Mongiana.

Sono numerosi i luoghi di culto a Stilo nella vallata bizantina dello Stilaro. Di particolare interesse e bellezza è la Cattolica, tempio bizantino del X secolo, alle pendici del monte Consolino, massimo esempio di architettura sacra bizantina nella Regione. La sua posizione di preminenza è data dallo stesso nome, infatti il termine ‘katholikì’ spettava solo alle chiese munite di battistero.

Chiesa a croce greca inscritta in un quadrato; al suo interno quattro colonne dividono lo spazio in nove parti. Il quadrato centrale e quelli angolari sono coperti da cupole su delle colonne di pari diametro e la cupola centrale è leggermente più alta ed ha un diametro maggiore e su un lato contiene tre absidi.

Rimangono ancora parti degli affreschi che la decoravano come disse Paolo Orsi: “la chiesetta alla sua origine fu coperta di un intonaco generale con parziale decorazione, limitata alle absidi, di grandi immagini di santi; ma non ebbe una vasta complessa ed organica decorazione, limitata invece, in origine a pochi pannelli, ai quali altri se ne aggiunsero nei successivi tempi”. Affermazione che trovò poi riscontro nel restauro ultimato nel 1981, grazie al quale si scoprirono ben cinque strati di affreschi, delle diverse epoche, tutti di gran valore.

Stilo diede i natali del filoso utopista Tommaso Campanella che, partendo dal naturalismo telesiano, giunge a sostenere che tutta la conoscenza è possibile solo grazie all’azione diretta o indiretta dei sensi, negando che esista una conoscenza razionale intellettiva che non derivi da quella sensitiva. Nella sua opera “La città del Sole” dipinge una società in cui non esiste né famiglia né proprietà privata, in cui ordinamenti e istituzioni non sono il frutto di consuetudini ereditate dalla tradizione ma espressione della ragione naturale dell’uomo.

Sono sempre stata affascinata dal pensiero del frate domenicano, filoso utopista, processato per le sue idee, sin da quando, da adolescente, ritrovai il testo della tesi di laurea di mia madre sul suo pensiero politico. Nella conclusione de ‘La città del Sole’ accanto all’ottimismo circa la forza umana di poter migliorare la propria condizione, vi è un riferimento al suo vissuto:

Ma per tua fé, non mi trattener più, c’ho da fare. Sai come sto di pressa. Un’altra volta. Questo si sappi, che essi tengon la libertà dell’arbitrio. E dicono che, se in quaranta ore di tormento un uomo non si lascia dire quel che si risolve tacere, manco le stelle, che inchinano con modi lontani, ponno sforzare. Ma perché nel senso soavemente fan mutanza, chi segue più il senso che la ragione è soggetto a loro“.

servizio e foto di Nadia Lucisano

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