Scroll To Top

Fotoreportage: le perdute rovine di Casalinuovo

in Fotoreportage / media gallery / primo piano

Ci siamo incontrati per il pranzo a Bova (RC) e dopo pranzo abbiamo pensato di fare una passeggiata. Imbocchiamo così la strada che, tra bellissime vedute panoramiche e svariati tornanti, ci porterà alle pinete dei campi di Bova, per poi snodarsi verso i borghi disabitati di Roghudi Vecchio, con la frazione Ghorio, Africo e Casalinuovo.

Ho proposto ai ragazzi di visitare Casalinuovo, che ho sempre visto dall’altro versante della montagna su cui si trova il borgo di Africo, e sembrava che finalmente si fosse presentata l’occasione di poterlo visitare. I miei compagni di viaggio hanno colto con entusiasmo la proposta e così, dopo una breve sosta per riempire le borracce d’acqua e un saluto a una mandria di mucche curiose osservatrici, continuiamo sulla strada asfaltata in direzione Casalinuovo.

In assenza di cartelli segnaletici, decidiamo ad un certo punto, interrottasi la strada asfaltata, di lasciare l’auto e proseguire a piedi immergendoci, attraverso una strada sterrata, in un bellissimo bosco dove accanto ai pini vi erano anche querce e castagni, tra il cinguettio degli uccelli e lo sfregare tra loro delle foglie al vento.

Camminiamo per un paio d’ore e, dopo una serie di tornanti, iniziamo ad interrogarci sul percorso intrapreso ma, alla vista del mar Ionio, abbiamo avuto la conferma di aver sbagliato strada. Senza avvilirci ritorniamo indietro e, raggiunta la macchina, abbiamo la fortuna di incontrare un pastore che seguiva le sue capre, così abbiamo chiesto subito informazioni per raggiungere la nostra meta.

Dopo un piacevole confronto e qualche battuta sulla nostra intraprendenza, ci viene indicata la strada da seguire, e per non rischiare di esser colti al rientro dal crepuscolo, abbiamo preferito proseguire in auto. C’era un piccolo svincolo non segnalato sulla strada principale e che avevamo del tutto ignorato passando in precedenza. Da qui la strada si fa sterrata ed è indubbio che dopo questo inverno piovoso avrebbe avuto bisogno di una giusta manutenzione.

Lo scenario è avvincente: alla roccia chiara della strada e alle pareti si accostano bene il verde dei boschi e l’azzurro del cielo.

Per tutto il tempo è stato piacevolissimo ascoltare Giorgio ed i suoi racconti storici circa il periodo di permanenza e l’interesse di Umberto Zanotti Bianco verso questi territori e in particolare la sua inchiesta “Tra la perduta gente” attraverso la quale mise in luce le condizioni di vita degli africesi (così come precedentemente aveva fatto per la Basilicata), rivisitando la questione meridionale e i grandi nodi del fascismo nel Mezzogiorno con particolare riguardo anche alla questione agraria, ai rimboschimenti ed alle bonifiche.

Raccontò di come “u signurinu” (il nome che gli abitanti di Africo gli avevano attribuito) si stabilì per giorni in una tenda bianca ad Africo, accogliendo e confrontandosi con tutta la popolazione, scrivendo lettere indirizzate a tutta la penisola per chiedere aiuto per la costruzione di un asilo e inviando il pane nero, fatto con una mescolanza di farine di lenticchie, cicerchie ed orzo, per attestare la scarsità di risorse e viveri che gli abitanti di Africo dovevano quotidianamente affrontare.

In un passo dell’inchiesta, Zanotti Bianco scrive: «Le pagnotte che ogni sera compero e spedisco ad amici d’ogni parte d’Italia a testimonianza delle condizioni di questo paese, e per raccogliere i fondi necessari per la costruzione dell’asilo definitivo, non hanno alcuno dei caratteri fisici del pane di frumento e sono in massima parte ammuffite».

Questo impegno fu ostacolato dal regime ma, nonostante ciò, Zanotti Bianco riuscì ad ottenere un minimo di conquiste e riscatto per la popolazione di Africo, come riporta lui stesso in una nota conclusiva dell’inchiesta: «Lo scopo al quale mirava l’inchiesta condotta ad Africo, fu in parte raggiunto perché, in seguito all’azione svolta in Prefettura e al Genio Civile fu ottenuta: un’attenuazione delle tasse sulle capre; una riduzione delle zone boschive vincolate; la sospensione della legge sui molini. Il Genio Civile fece poi costruire una passerella sull’Apòscipo e su un altro corso d’acqua; spostò parte delle case nelle regioni Campusa ove non sono arenarie franabili, costruì due ricoveri contro le tempeste sull’altopiano fra Bova e Africo. Vennero poi, dall’Associazione per il Mezzogiorno, creati un Asilo per l’infanzia ad Africo e uno nella frazione di Casalnuovo, oltre a un Ambulatorio dispensario nel centro maggiore».

Attenti ad ascoltare i racconti di Giorgio veniamo sorpresi, dopo l’ennesimo tornante e tanto peregrinare, dalla vista del borgo finalmente lì davanti a noi. Con lo stupore tipico dei bambini scendiamo subito dalla macchina, soddisfatti d’aver raggiunto la meta.

All’entrata un cancello per tutelare gli animali, che qui vivono liberi e l’incontro con un pastore col quale ci siamo un pò intrattenuti mentre le sue capre vagavano in cerca di cibo.

Ci racconta di come alluvioni, terremoti e una posizione non facile da raggiungere, abbiano reso questo posto distante dalla frequentazione assidua di persone. Forti furono i danni subiti col terremoto del 1783, ma il colpo di grazia lo diedero le alluvioni del ’51 e ’53, quando lente ma incessanti piogge provocarono frane e cascate di detriti che inondarono l’abitato, trascinando tutto a valle.

La struttura del borgo sembra meno danneggiata rispetto ad Africo; pare che fino ai primi anni novanta qualche abitante continuasse a vivere su questa rupe, tanto che fino ad allora resistette anche il piccolo ufficio postale.

Passano da qui sentieri escursionistici tracciati con segnaletica, ed ogni tanto si incontrano gruppi di persone che vengono a visitare quelli che ormai sono ruderi della chiesa, delle case e delle piccole strade che intagliavano questo piccolo borgo raccolto su una rupe a 755 metri s.l.m., alla destra del torrente Apòscipo, esattamente di fronte a quel che rimane di Africo.

Grande l’emozione anche qui nel camminare tra i resti della storia, non troppo lontana, di un paese che i più chiamano fantasma nonostante uomini, animali e piante siano qui a tenere compagnia a quel che rimane della scienza costruttiva di un tempo, godendo di una vista mozzafiato.

Servizio e foto di Nadia Lucisano

No comments yet