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Fotoreportage: lo spettacolo delle Grotte di Tremusa emerse dal mare

in Fotoreportage / media gallery

REGGIO CALABRIA – C’è un luogo splendido, colmo di incanto, nel territorio di Melia di Scilla in provincia di Reggio Calabria. Ad un’altitudine di 530 metri s.l.m., seguendo le tabelle indicative dalla piazza principale di Melia, tra boschi di castagno e fitta vegetazione, si trovano le Grotte di Tremusa, un’area di grotte naturali di origine calcareo-conchiglifera (risalente al Pliocene, periodo geologico compreso tra 5,2 e 1,8 milioni di anni fa) che, grazie ad un sollevamento tettonico, emerse dal mare.

A testimoniare ciò vi sono numerosi fossili di Pecten, conchiglie stazionarie sui fondali marini, che ricoprono le pareti delle grotte, spesso sotto forma di accumuli. Le grotte sono a tutt’oggi attive e infatti si possono osservare all’interno goccioline d’acqua che permettono il lento accrescimento delle concrezioni di calcite già esistenti.

Sono state esplorate per la prima volta da speleologi del Gruppo Speleologico Bolognese del CAI e dell’Unione Speleologica Bolognese nel 1984.

Le entrate si originano in una parete rocciosa alta circa 6 metri, adornate da una rigogliosa vegetazione che pende dall’alto, da esse si diramano numerosi cunicoli percorribili dapprima in posizione eretta ma man mano si è costretti a procedere carponi e infine strisciando.

Il nome ‘Tremusa potrebbe derivare dal greco tremousa: (terra) tremante. Secondo una leggenda tramandata significherebbe invece Tre Muse poiché pare che all’interno della grotta maggiore ci fossero tre statue raffiguranti tre donne, trafugate poi durante saccheggi (forse la forte presenza di colonnati stalagmitici, rivestiti di colate calcitiche, ha in realtà tratto in inganno evocando figure di donne); altra supposizione le vorrebbe come antico luogo in cui si praticavano culti pagani.

E’ attribuito dai locali anche un secondo nome alle grotte, ossia “Lamia“, che secondo la leggenda rappresenta una creatura mostruosa con il volto di donna e corpo di serpente che si credeva succhiasse il sangue dei neonati.

Pare le grotte siano state rifugio per i briganti; più incerta è la presenza nel sito di monaci basiliani che dal VI sec d.c. emigrarono in Calabria dall’Oriente a causa delle persecuzioni iconoclaste.

Questo sito, fornito anche di un’area antistante attrezzata per i picnic, è una meta da non tralasciare potendo, in più, ammirare lo splendido paesaggio che lungo la strada che da Scilla porta a Melia ci concede anche bellissimi scorci dello Stretto di Messina e delle rupi della Costa Viola che giungono fino al mare.

servizio e foto di Nadia Lucisano

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