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Fotoreportage: sull’altopiano delle Serre, tra bellezze naturalistiche e archeologia industriale

in cultura e società / Fotoreportage / media gallery

VIBO VALENTIA – Oggi andiamo a Mongiana, comune della provincia di Vibo Valentia, posto sul versante ionico della catena delle Serre, ai piedi del Monte Pecoraro, ad un’altitudine di ben 920 metri circa s.l.m , il cui nome deriverebbe dal latino Montis e Janua ovvero Porta della montagna.

Partendo dal lago Sambuco nella Riserva Naturale Statale Cropani-Micone e attraverso la strada asfaltata raggiungiamo la Fabbrica d’Armi, le Ferriere e le Fonderie borboniche di Mongiana, archeologie industriali di fine ‘700, che rappresentarono uno dei più importanti centri siderurgici dell’intero Stivale, tanto da essere dichiarato centro metallurgico completo con tre altiforni chiamati Santa Barbara, San Ferdinando e San Francesco.

A Mongiana tra il 1825 ed il 1828 furono realizzati i primi ponti sospesi in ferro d’Italia e, sempre a Mongiana, furono costruite le rotaie per la prima ferrovia italiana, la famosa “Napoli-Portici“.
Dopo l’Unità d’Italia, iniziò la decadenza dell’insediamento, la ferriera e le officine furono vendute a privati e soltanto recentemente l’Amministrazione comunale è riuscita a espropriare i resti dell’edificio per ristrutturarlo.

Proseguiamo verso la parte alta dell’abitato e intercettiamo il sentiero che, superato il fiume Allaro, si inerpica, tra boschi rigogliosi, fino al passo di Pietraspada, da qui si prosegue in discesa, lasciando sulla sinistra la cima di monte Pecoraro, tra piante di alto fusto, fino alla Ferdinandea.

La Ferdinandea, antica residenza estiva e riserva di caccia di Ferdinando II di Borbone, divenne poi centro siderurgico con una ferriera, una caserma, edifici residenziali e amministrativi, scuderie e stalle e fu chiuso con l’unità del Regno d’Italia per motivi politici.

Oggi fa parte dell’Ecomuseo delle ferriere e fonderie di Calabria. Della fonderia sono rimasti solo due edifici, ancora in attesa di restauro, e la residenza amministrativa, mentre l’altoforno fu demolito intorno al 1950 per motivi fiscali dai proprietari.

Lasciata la Ferdinandea (m.1061) si attraversa il torrente Stilaro, che scorre alle sue spalle e ci si incammina lungo il sentiero che lo costeggia. Dopo un breve tratto in discesa il sentiero prosegue a mezza costa con ai margini la condotta d’acqua che alimentava la centrale idroelettrica di Bivongi. Il sentiero segue per alcune centinaia di metri la condotta, poi la abbandona definitivamente per seguire la linea di crinale. Suggestivi sono, in questo tratto, gli scorci panoramici, con le spettacolari cascate. Continuando la discesa contrassegnata da panorami e vegetazione fitta e lussureggiante, il sentiero si affaccia sia sulla vallata del torrente Ruggero sia su quella dello Stilaro, quindi, si arriva alle Cascate del Marmarico, le più alte della Calabria e dell’Appennino meridionale.

Così scriveva Matilde Serao, sul Corriere di Roma del 19 settembre 1886:

«Fresca profonda verde foresta. La luce vi è mite, delicatissima, il cielo pare infinitamente lontano; è deliziosa la freschezza dell’aria; in fondo al burrone canta il torrente; sotto le felci canta il ruscello…
Si ascende sempre, fra il silenzio, fra la boscaglia fitta, per un’ampia via…
Tacciono le voci umane…
Non v’è che questa foresta, immensa, sconfinata: solo quest’alta vegetazione esiste.
Siamo lontani per centinaia di miglia dall’abitato: forse il mondo è morto dietro di noi.
Ma ad un tratto, tra la taciturnà serena di questa boscaglia, un che di bianco traspare tra le altezze dei faggi. Questa è Ferdinandea».

Servizio e foto di Nadia Lucisano

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