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Fotoreportage: tra i ruderi di Perlupo nella natura incontaminata a pochi chilometri da Reggio Calabria

in cultura e società / Fotoreportage / media gallery

Una delle fondamentali componenti che avvalorano e motivano questo mio viaggio tra i borghi abbandonati di Calabria è costituita dal “tramando”. Grazie ai racconti di persone che conosco, incontro o che mi raggiungono tramite queste pubblicazioni (che si aggiungono agli spunti e suggerimenti che trovo in diversi testi sul tema) riesco ad arricchire il mio lavoro di ricerca.

E’ proprio tramite uno di questi racconti che sono riuscita a raggiungere Perlupo (dal dialetto calabrese pirrupu = burrone), un piccolo gruppo di case nel territorio del Comune di Reggio Calabria situate su un crinale che sporge sulla sponda sinistra della fiumara Annunziata.

A indicarmene l’esistenza fu un uomo conosciuto durante una sosta per rifornirmi d’acqua in una fonte a Terreti, frazione di Reggio Calabria ( 600 metri sul livello del mare). In quella che fu una breve ma piacevole conversazione, il signor Demetrio mi suggerì con precisione il percorso da seguire per raggiungere questo piccolo borgo che fu gradatamente abbandonato dai suoi abitanti in conseguenza dei danni subiti dai forti terremoti del 1783 e del 1908. La curiosità fu tale che scelsi subito di recarmi a Perlupo.

Il percorso per raggiungere Perlupo è semplice e può essere per gran parte percorso in macchina, dalla località Trizzino, a circa 6 km dalla città, lungo una strada asfaltata che costeggia la pineta di Santa Domenica di Terreti. Una frana ha interrotto l’asfalto a meno di 200 metri dall’arrivo e si dovrà quindi procedere a piedi lungo un sentiero in un cui la vegetazione è cresciuta fitta tra ulivi, eucalyptus, pini e querce.

La vista del borgo è suggestiva. Dalla fontana in pietra munita di lavatoio e abbeveratoio ci si immette tra i resti delle case costruite con gli elementi poveri dell’architettura rurale probabilmente reperiti in loco; bellissime grondaie di tegole, finestre e porte piccole, forni in mattoncini e i resti di un frantoio con torchio e macina in pietra azionata da forza animale.

Anche qui ad abitare i ruderi le piante si sono sostituite alle persone invadendo gli interni, in cui evidenti sono le tracce della presenza di animali al pascolo. Ho approfittato per raccogliere alcune delle piante spontanee commestibili che nel tempo ho imparato a riconoscere e che qui ho trovato in abbondanza: borragine, gallium aparine e bieta selvatica.

Il contesto è fiabesco, i crinali delle pendici dell’Aspromonte si susseguono nella discesa verso il letto della fiumara Annunziata, i paesi vicini sembrano come incastonati tra la vegetazione e non si avvertono rumori di automobili ma solo suoni della natura, tra i versi di animali di passaggio e lo scorrere dell’acqua nella fiumara.
Una meta ideale per cercare, insieme ai resti di un passato non troppo lontano, un po’ di tranquillità lontani dal trambusto della città e per poter immergersi in una natura quasi incontaminata a pochi chilometri dal centro abitato.

servizio e foto di Nadia Lucisano

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