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Fotoreportage: viaggio nella valle degli Abenavoli

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Una passeggiata tra le valli che dividono il borgo di Pentedattilo e il comune di Montebello Ionico, territorio che fu scenario di una tragica leggenda che coinvolse le famiglie che dominavano i due paesi, quella degli Alberti e degli Abenavoli, come testimonia anche Edward Lear nel suo “Diario di un viaggio a piedi”.

Il cammino ha inizio dal letto della fiumara S. Elia, ai piedi del Monte Calvario, sulla cui rupe è arroccato il borgo di Pentedattilo.

Attraverso un sentiero in salita raggiungiamo le Rocche di Prastarà, formazioni rocciose bianco giallastre, come giganti monoliti, dove Pietro Germi girò il suo film ‘Il brigante di Tacca del lupo‘ (1952).
Oggi rappresenta un sito archeologico di particolare importanza grazie al ritrovamento di reperti risalenti al neolitico arcaico, all’età del rame e all’età del bronzo. Il luogo ha anche carattere eremitico e anacoretico, riconducibile al monachesimo basiliano; gli storici infatti attribuiscono ad Elia il giovane l’eremitaggio in questi luoghi.

Da qui proseguiremo lungo la linea del crinale fino al Serro Fieromandra, attraverso il sentiero che si sviluppa, in salita.

Il paesaggio che ci accompagna è mozzafiato, tra coltivazioni di ulivi, mandorli, piante di agave fiorite, fichi d’india, alberi di eucalipto e un variegato assortimento di erbe spontanee, tra cui asparagi e finocchietto selvatico, si elevano rocce alte e imponenti levigate dal vento come sculture naturali; la vista si perde oltre la costa ionica di Saline sino all’Etna.

Inizieremo poi la discesa a valle, raggiungendo il Comune di Montebello Ionico e, dopo una breve sosta nel paese, risaliremo verso le Rocche di Santa Elena (Santa Lena), rocce conglomeratiche di origine sedimentaria, custodi di un’antica leggenda che narra di una chioccia dalle uova d’oro che risiedeva all’interno della rocca, con un guardiano,un mostruoso serpente, a protezione del tesoro che teneva lontani dalle pareti rocciose gli uomini che volevano avvicinarsi.

Dalle rocche di Santa Lena un sentiero ci riporterà a Pentedattilo, la nostra prossima meta.

…mi illustrò la storia di Montebello e Pentedattilo, una leggenda tragica dei tempi antichi di questi luoghi, quando i territori erano governati rispettivamente il primo da un barone e il secondo da un marchese. Per secoli le famiglie di questi due feudatari delle città di Pentedattilo e Montebello erano stati nemici mortali, e governavano o combattevano le adiacenti fortezze con severa inimicizia. Il barone di Montebello, un coraggioso e feroce giovane, era stato fatto erede fin da bambino della proprietà, diritto dei suoi antenati, e si era innamorato dell’unica figlia del marchese di Pentedattilo; ma per quanto la giovane donna facesse capire al suo innamorato che il suo cuore apparteneva a lui, la mano era stata fermamente rifiutata dal marchese, suo padre, e la memoria di lunghe offese e guerre divenne più dura al suo rifiuto. L’opposizione, tuttavia, aveva fatto accrescere l’attaccamento della giovane donna, la quale finalmente acconsentì di lasciare la casa del padre con il suo innamorato; un patto era stato stipulato che in una certa notte lei avrebbe aperto la porta dell’impenetrabile fortezza di Pentedattilo, e fatto entrare il giovane di Montebello con sufficienti attendenti per assicurare il successo del ratto. Il barone di conseguenza entra nel castello, ma, pensando che una uguale possibilità si presenta a lui per vendicarsi del suo nemico feudale e per impossessarsi della persona del suo cuore, risolve di fare la somma dei due fatti; prima va nella camera del marchese di Pentedattilo, e lo trova addormentato a lato della marchesa con un pugnale sul cuscino. Gli dà una pugnalata ma non così fatale da impedirgli di mettere la mano sinistra sulla ferita, e di prendere con la destra il pugnale, che piantò nel cuore dell’innocente marchesa sospettando che lei fosse l’autrice della sua morte. Il barone di Montebello ripeté i suoi colpi, il marchese cadde accanto al muro, e le sue cinque dita sanguinanti lasciarono tracce che ancora si vedono in una parete della sala in rovina, un ricordo orribile del delitto che coincide stranamente con quello della forma e nome della rocca. Immediatamente dopo la doppia tragedia, il dinamico giovane barone di Montebello portò via la giovane donna, mentre gli attendenti avevano ucciso tutta la famiglia del marchese, escluso un piccolo nipote che la balia salvò nascondendo in un crepaccio della roccia. Il castello fu smantellato e la giovane donna divenne baronessa di Montebello. Ma mai ne ha parlato; l’orrore di essere stata indirettamente la causa di distruzione di tutta la sua famiglia la rese insana, e si avvelenò un mese dopo aver lasciato il suo luogo natìo. Con il passar del tempo, il bambino salvato dalla balia crebbe, e fu introdotto come paggio nella famiglia di Montebello, essendosi il barone risposato ed essendo ora l’incontestato possessore di ambedue i territori fino al mare; ma, dopo molti anni di vita, il miserabile uomo divenne selvaggio per il rimorso delle sue passate iniquità e diede tutti i suoi possedimenti alla Chiesa, a condizione che nessun discendente vivo della famiglia di Pentedattilo fosse ritrovato, un dignitoso provvedimento, apparentemente fatto senza nessun rischio. Quando ecco, la balia e un piccolo numero di amici del vecchio marchese diedero le prove, senza nessun dubbio, che il paggio era l’erede della proprietà e il vindice dei suoi antenati! E qui forse si suppone che la storia finisca. Nient’affatto. L’odio del barone si era risvegliato e, trovando che c’era qualche motivo per questo suo sentimento, ordinò subito la tortura e l’esecuzione capitale del giovane di Pentedattilo. Ma ora le condizioni erano cambiate; il lungo regno della malvagità del barone aveva dato un obiettivo alla causa del suo avversario e a sua volta, ultimo erede del marchese che da pugnalato divenne aggressore. Subito tutta la famiglia del barone di Montebello fu distrutta davanti agli occhi del genitore e lui stesso accecato per ordine del vendicatore e incatenato per il resto dei suoi giorni nella stessa camera dove aveva trucidato il grande signore di Pentedattilo. Alla fine, come se ci fosse stato un ordine che gli attori di questa tregedia domestica non erano degni di rimanere su questa terra, il castello di Pentedattilo cadde per una scossa di terremoto, schiacciando il barone e il marchese, con la balia, e ogni altro partecipante a questo orrore calabrese!”.

Diario di un viaggio a piedi
Edward Lear

Servizio e foto di Nadia Lucisano

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