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	<title>Calabria Notizie &#187; giustizia</title>
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		<title>Le talpe della ‘ndrangheta arrivano fin dentro la guardia di finanza</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Jan 2012 09:02:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>CalabriaNotizie</dc:creator>
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		<category><![CDATA[giustizia]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>Nell’inchiesta coordinata da Ilda Boccassini sulla ‘ndrangheta era emerso un quadro inquietante riguardanti una serie di “talpe” all’interno delle istituzioni che avrebbero rivelato informazioni su indagini in corso agli esponenti della criminalità organizzata. Ieri nuovi arresti, fra cui tre uomini della Guardia di Finanza che avrebbero incassato 40mila euro dal clan per chiudere un occhio [...]</p><p><a href="http://www.calabrianotizie.it">Calabria Notizie - Tutte le notizie sulla Calabria in Rss</a></p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nell’inchiesta coordinata da Ilda Boccassini sulla ‘ndrangheta era emerso un quadro inquietante riguardanti una serie di “talpe” all’interno delle istituzioni che avrebbero rivelato informazioni su indagini in corso agli esponenti della criminalità organizzata. Ieri nuovi arresti, fra cui tre uomini della Guardia di Finanza che avrebbero incassato 40mila euro dal clan per chiudere un occhio sui controlli delle macchinette videopoker. Una presenza, quelle delle talpe, che è costante nelle carte della Direzione Distrettuale Antimafia di Milano.<span id="more-22311"></span></p>
<p>«Quasi 200 mila euro per il solo Mongelli sono decisamente troppi. Inoltre Mongelli è in grado di intervenire in favore dei Lampada solo condizionando a sua volta altri colleghi direttamente operativi. Insomma, la netta impressione è che Mongelli sia non solo il corrotto, ma anche il collettore attraverso il quale vengono convogliate somme di denaro ad altri pubblici ufficiali». Così scriveva il Giudice per le indagine preliminari del Tribunale di Milano Giuseppe Gennari, firmando l’ordinanza di custodia cautelare che il 30 novembre scorso coinvolse il clan della ‘ndrangheta Valle-Lampada (operativo in Lombardia da oltre vent’anni), due giudici calabresi e un appartenetente alla Guardia di Finanza.</p>
<p>È proprio Mongelli che «interviene in favore dei Lampada» per ammorbidire i controlli delle Fiamme Gialle sull’attività di videopoker del sodalizio. L’intuizione investigativa secondo cui Mongelli a sua volta avrebbe condizionato altri colleghi troverebbe riscontro nell’operazione che ieri mattina ha portato al fermo di altre cinque persone nella seconda tranche dell’operazione del novembre scorso, tra cui, appunto altri tre finanzieri.</p>
<p>Nell’inchiesta coordinata da Ilda Boccassini era emerso un quadro inquietante riguardanti una serie di “talpe” all’interno delle istituzioni che avrebbero rivelato informazioni su indagini in corso agli esponenti della criminalità organizzata. Nella conferenza stampa indetta il giorno successivo agli arresti di novembre e come riportato anche da Linkiesta, Boccassini dichiarò «ci sono lavori in corso, non solo a Catanzaro ma anche a Milano. Di talpe probabilmente ce n’è stata più di una».</p>
<p>Una presenza, quelle delle talpe, costante nelle carte della Direzione Distrettuale Antimafia di Milano. Soffiate di informazioni sulle indagini direttamente agli indagati e chiusure di occhi sui controlli. In questa occasione gli occhi di alcuni “infedeli” della Guardia di Finanza si sarebbero chiusi, secondo le accuse, proprio nei controlli sui videopoker, attività che fruttava al clan Valle-Lampada profitti per circa 30mila euro al giorno.</p>
<p>Come detto, oltre al finanziere Luigi Mongelli, nell’ordinanza di novembre venivano citati i nomi di altri tre colleghi dello stesso, Michele Di Dio, Michele Noto e Luciano Russo, che sono stati tratti in arresto insieme al direttore dell’hotel Brun di Milano (dove il clan Valle-Lampada avrebbe pagato soggiorni al giudice del tribunal di Palmi Giancarlo Giusti) e a Domenico Gattuso, che, secondo l’accusa, avrebbe aperto numerose società per conto dei Lampada e avrebbe gestito contatti istituzionali con un ruolo nella fuga di notizie riguardo a un’indagine della magistratura calabrese.</p>
<p>I tre militari arrestati ieri mattina avrebbero portato a casa una cifra attorno ai 40mila euro a testa incassati dal clan per il tramite di Mongelli per chiudere un occhio sui controlli delle macchinette videopoker del sodalizio installate a Milano e nell’hinterland, staccate dal sistema dei Monopoli di Stato per eludere i controlli del fisco.</p>
<p>Lo scorso novembre erano stati arrestati Giulio Lampada, ritenuto «il regista di tutte le operazioni» e il fratello Francesco, gestori di bar e locali, e veri e propri imprenditori nel settore dei giochi di azzardo, la moglie di quest’ultimo, Maria Valle (ai domiciliari), suo fratello Leonardo, il presidente delle misure di Prevenzione del Tribunale di Reggio Calabria, Vincenzo Giuseppe Giglio, il cugino medico Vincenzo, il consigliere regionale della Calabria Francesco Morelli (Pdl), l’avvocato Vincenzo Minasi, il maresciallo della Guardia di Finanza Luigi Mongelli e un “fedelissimo”, Raffaele Fermino. </p>
<p>Nell’ordinanza si facevano poi i nomi di due funzionari che «hanno mostrato di intrattenere relazioni di speciale privilegio e compiacenza con i Lampada»: il direttore di un’agenzia Unicredit di Milano e quello di un’agenzia di Paullo del Credito Bergamasco.</p>
<p>Negli interrogatori dell’avvocato Minasi emergerebbe anche il nome dell’ex capo del Sismi Niccolò Pollari come uno dei contatti all’interno dei servizi segreti, ma, visto il tenore delle dichiarazioni dello stesso Minasi, rimane una pista tutta da verificare.</p>
<p>di Luca Rinaldi</p>
<p>da <a rel="external nofollow" target="_blank" href="http://www.malitalia.it/2012/01/le-talpe-della-%E2%80%98ndrangheta-arrivano-fin-dentro-la-guardia-di-finanza/">www.malitalia.it</a></p>
<p><a href="http://www.calabrianotizie.it">Calabria Notizie</a></p><p><a href="http://www.calabrianotizie.it">Calabria Notizie - Tutte le notizie sulla Calabria in Rss</a></p>]]></content:encoded>
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		<title>Magistratura, scuola scippata: ultimo atto &#8211; Discussi al Consiglio di Stato i ricorsi sull&#8217;asse Catanzaro-Benevento. A breve la sentenza &#8211; Il Ministero scopre le carte e appoggia implicitamente le posizioni calabresi</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Jan 2012 09:24:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>CalabriaNotizie</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie Catanzaro]]></category>
		<category><![CDATA[giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[scuola magistratura catanzaro]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>CATANZARO &#8211; Almeno per il Ministero della Giustizia non c&#8217;è più &#8220;partita&#8221;: c&#8217;è una sentenza del Tar Lazio, che assegna a Catanzaro la sede della Scuola di magistratura per il Sud Italia, alla quale è corretto dare seguito. La posizione del dicastero di via Arenula è stata espressa formalmente ieri al Consiglio di Stato, chiamato [...]</p><p><a href="http://www.calabrianotizie.it">Calabria Notizie - Tutte le notizie sulla Calabria in Rss</a></p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>CATANZARO &#8211; Almeno per il Ministero della Giustizia non c&#8217;è più &#8220;partita&#8221;: c&#8217;è una sentenza del Tar Lazio, che assegna a Catanzaro la sede della Scuola di magistratura per il Sud Italia, alla quale è corretto dare seguito. La posizione del dicastero di via Arenula è stata espressa formalmente ieri al Consiglio di Stato, chiamato a depositare entro un mese la sentenza di secondo grado sul lungo e complesso contenzioso innescatosi sull&#8217;asse Catanzaro-Benevento. <span id="more-22270"></span></p>
<p>Nelle fasi preliminari d&#8217;udienza l&#8217;Avvocatura dello Stato ha illustrato ieri le ragioni per le quali il Ministero della Giustizia ha deciso di non costituirsi in giudizio nel procedimento amministrativo di secondo grado, scegliendo piuttosto di fare acquiescenza alla prima sentenza con la quale nel 2009 il Tar Calabria si è espresso per la localizzazione a Catanzaro della Scuola contesa con Benevento.</p>
<p>Viene definitivamente al pettine, quindi, il nodo della sede della Scuola superiore della magistratura per le regioni meridionali, individuata a Catanzaro da un decreto dell&#8217;allora ministro Castelli ma successivamente, su iniziativa del successore Mastella, spostata a Benevento. Discussi ieri ricorsi al Consiglio di Stato, la sentenza definitiva dovrebbe essere depositata entro un mese. </p>
<p>La &#8220;battaglia&#8221; sull&#8217;asse Catanzaro-Benevento va avanti ormai da anni. Al Consiglio di Stato il Comune e la Provincia di Benevento hanno impugnato la sentenza n. 3087/09 con la quale il Tar Lazio ha annullato il provvedimento con cui era stata spostata da Catanzaro a Benevento la sede della Scuola per il Sud Italia. </p>
<p>Il caso è scoppiato quando un decreto dell&#8217;ex ministro della Giustizia Clemente Mastella (ultimo Governo Prodi) ha trasferito sul Sannio, roccaforte elettorale dell&#8217;allora guardasigilli, la struttura inizialmente localizzata in Calabria. Avverso tale provvedimento, che è stato interpretato come uno &#8220;scippo&#8221;, sono stati proposti distinti ricorsi al Tar del Lazio dal Comune di Catanzaro, difeso dagli avvocati Alfredo Gualtieri e Raffaele Mirigliani, dalla Regione Calabria, rappresentata dall&#8217;avvocato Giuseppe Iannello, e dalla Provincia, patrocinata dagli avvocati Roberta Chiarella e Federica Pallone.</p>
<p>Dopo varie fasi e dopo che la domanda di sospensione proposta dai ricorrenti era stata rinviata per essere decisa unitamente al merito, il Tar Lazio con sentenza del 4 marzo 2009 ha ha accolto il ricorso della Provincia catanzarese annullando per difetto di motivazioni e d&#8217;istruttoria il provvedimento che spostava la sede dalla Calabria a Benevento (i ricorsi di Comune e Regione sono stati dichiarati inammissibili, avendo ritenuto preliminarmente il Tar che i due enti non avrebbero avuto interesse giuridico e legittimazione ad impugnare il provvedimento).</p>
<p>A loro volta, Comune e Provincia di Benevento hanno impugnato il verdetto del Tar davanti al Consiglio di Stato. Contro il doppio ricorso sannita, ha resistito al Consiglio di Stato la Provincia con il patrocinio degli avvocati Federica Pallone e Francesco Scalzi, mentre sia il Comune di Catanzaro che la Regione Calabria (a mezzo sempre degli avvocati Gualtieri, Mirigliani e Iannello) hanno proposto appello incidentale dolendosi della dichiarazione di inammissibilità del Tar Lazio e chiedendo per il resto la conferma della sentenza di primo grado anche in accoglimento dei motivi da loro dedotti in prima sede e non esaminati dal Tribunale amministrativo regionale.</p>
<p>La decisione del Ministero di non costituirsi è stata presa male dai sanniti. Aniello Cimitile, presidente di uno dei due Enti locali ricorrenti al Consiglio di Stato, cioè la Provincia di Benevento, ha diffuso un duro comunicato stampa, nel quale parla di «notizie sconfortanti provenienti da Roma», definisce «improvvisa e immotivata» la decisione della Presidenza del Consiglio e del Ministero della Giustizia ed invita i parlamentari a presentare immediatamente un&#8217;interrogazione.</p>
<p>Tornando all&#8217;udienza di ieri, dopo gli interventi dei ricorrenti &#8211; che hanno richiamato l&#8217;appello insistendo particolarmente nella tesi secondo cui il decreto Mastella non avrebbe natura provvedimentale, ma sarebbe un mero atto organizzatorio e, come tale, non impugnabile &#8211; la parola è passata ai difensori degli enti catanzaresi, in presenza anche dell&#8217;avvocato Luisa Capicotto che ha rappresentato l&#8217;interveniente associazione Catanzaro nel cuore. </p>
<p>Tutti gli avvocati del fronte catanzarese hanno affermato la ritualità e legittimità della sentenza del Tribunale amministrativo regionale del Lazio evidenziando altresì un asserito sviamento di potere che avrebbe operato l&#8217;ex ministro Mastella in favore del proprio collegio elettorale.</p>
<p>Ascoltate le parti, i giudici della IV sezione (presidente Gaetano Trotta, relatore Diego Sabatino, componenti Oberdan Forlenza, Fulvio Rocco e Raffaele Potenza) si sono ritirati in camera di consiglio ieri pomeriggio. Si attende ora soltanto l&#8217;ultimo atto: la sentenza.</p>
<p>di Giuseppe Lo Re</p>
<p>da <a rel="external nofollow" target="_blank" href="http://www.gazzettadelsud.it/NotiziaArchivio.aspx?art=7422&#038;Edizione=9&#038;A=20120118">gazzettadelsud.it</a></p>
<p><a href="http://www.calabrianotizie.it">Calabria Notizie</a></p><p><a href="http://www.calabrianotizie.it">Calabria Notizie - Tutte le notizie sulla Calabria in Rss</a></p>]]></content:encoded>
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		<title>Esami per avvocato: lamentele per la disparità nei controlli &#8211; I metal detector sono stati utilizzati solo nei locali dell&#8217;istituto Fermi di Giovino &#8211; Oggi l&#8217;ultima prova della sessione degli scritti con il tanto temuto &#8220;atto&#8221;</title>
		<link>http://www.calabrianotizie.it/2011/12/15/esami-per-avvocato-lamentele-per-disparita-nei-controlli-metal-detector-sono-stati-utilizzati-solo-nei-locali-dellistituto-fermi-giovino-oggi-lultima-prova-della-sessione-degli-scritt/</link>
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		<pubDate>Thu, 15 Dec 2011 09:08:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>CalabriaNotizie</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie Catanzaro]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>CATANZARO &#8211; Dopo la prova di diritto civile, quella di penale ha scandito il secondo giorno degli esami sostenuti per diventare avvocato. Giornata intensa cominciata con le lamentele dei candidati appartenenti al primo gruppo, divisi come avviene per consuetudine in ordine alfabetico, molto contrariati in ragione del fatto che i metal detector sono stati utilizzati [...]</p><p><a href="http://www.calabrianotizie.it">Calabria Notizie - Tutte le notizie sulla Calabria in Rss</a></p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>CATANZARO &#8211; Dopo la prova di diritto civile, quella di penale ha scandito il secondo giorno degli esami sostenuti per diventare avvocato. Giornata intensa cominciata con le lamentele dei candidati appartenenti al primo gruppo, divisi come avviene per consuetudine in ordine alfabetico, molto contrariati in ragione del fatto che i metal detector sono stati utilizzati soltanto nel loro istituto. Il riferimento è al Liceo Scientifico Enrico Fermi di Giovino, in cui pare che le misure di &#8220;sicurezza&#8221; siano state notevolmente più alte e scrupolose rispetto alle altre due scuole.<span id="more-21996"></span> </p>
<p>Il motivo di questa decisione resta oscuro, anche perché l&#8217;altro ieri nessuno avrebbe potuto sapere in quale istituto scolastico si sarebbe fatto maggiormente ricorso a mezzi tecnologici severamente vietati. Al di là di questa considerazione, i candidati del Fermi &#8211; quasi oggetto di una sorta di schedatura, o di etichetta di furbi, preventiva &#8211; hanno continuato a essere guardati a vista. </p>
<p>Basti pensare che i finanzieri e gli appartenenti alla polizia penitenziaria hanno effettuato i controlli con l&#8217;ausilio del citato mezzo, solitamente utilizzato per impedire l&#8217;ingresso delle armi da fuoco o da taglio in taluni luoghi cosiddetti sensibili, addirittura in fondo al lungo corridoio d&#8217;entrata. </p>
<p>Il riferimento è alla zona oltre i banchi in cui vengono distribuite le buste numerate con i fogli ed effettuate le ispezioni delle vari trolley e borse usati per trasportare i codici annotati con la giurisprudenza, i vocabolari, gli altri testi consentiti, il materiale di cancelleria e così via. </p>
<p>Si è di conseguenza registrato un inasprimento delle misure anti-cellulare e ipad. Come se non bastasse sono continuate le frequenti incursioni delle forze dell&#8217;ordine impiegate nel particolare servizio di vigilanza all&#8217;interno delle aule e perfino nei bagni, allo scopo di impedire comunicazioni con l&#8217;esterno. </p>
<p>Malgrado tale inflessibile atteggiamento non sono mancati ulteriori richiami e avvertenze nei confronti di questi sfortunati aspiranti avvocati appartenenti agli Ordini Forensi ricadenti nel distretto della Corte d&#8217;Appello di Catanzaro, con segnalazioni di candidati sorpresi a usare i telefonini o i palmari attraverso cui ricevere le e-mail contenenti l&#8217;agognato svolgimento degli elaborati. </p>
<p>Pareri redatti a casa o in qualche studio legale e inviati tramite posta elettronica. Difficile, però, capire come abbiano fatto tali ragazzi, considerato il clima generale improntato alla tolleranza zero. Limitate anche le soste nel corridoio, in particolare nelle tre ore successive alla dettature delle tracce che ieri hanno sottoposto casi e relativi quesiti caratterizzatisi per un grado di complessità superiore rispetto a quelli di civile. </p>
<p>Più gettonato è sembrato l&#8217;elaborato contrassegnato col numero due, sostanzialmente incentrato sull&#8217;appropriazione indebita, apparso lineare e con meno &#8220;tranelli&#8221; rispetto al numero uno. Rispetto al giorno iniziale si è registrata una leggera diversità anche relativamente ai tempi di lettura delle tracce. Quesiti comunicati un po&#8217; prima con conseguente anticipo della consegna degli elaborati. </p>
<p>Prevista per oggi, infine, l&#8217;ultima prova della dura tre giorni d&#8217;esame. La sessione degli scritti si chiuderà col tanto temuto atto, che a discrezione del candidato potrà essere di diritto civile, penale o addirittura amministrativo. Anche se forse il gruppo di candidati dislocati nella scuola di Giovino si interrogherà anche e soprattutto su quali ulteriori accurati controlli dovrà subire.</p>
<p>da <a rel="external nofollow" target="_blank" href="http://www.gazzettadelsud.it/NotiziaArchivio.aspx?art=173262&#038;Edizione=9&#038;A=20111215">gazzettadelsud.it</a></p>
<p><a href="http://www.calabrianotizie.it">Calabria Notizie</a></p><p><a href="http://www.calabrianotizie.it">Calabria Notizie - Tutte le notizie sulla Calabria in Rss</a></p>]]></content:encoded>
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		<title>13 dicembre 1995, l’ultimo ‘viaggio’ di Natale De Grazia &#8211; Una vita di luce, una morte oscura senza verità</title>
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		<pubDate>Tue, 13 Dec 2011 14:51:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>CalabriaNotizie</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie Reggio Calabria]]></category>
		<category><![CDATA[giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[Natale De Grazia]]></category>
		<category><![CDATA[capitano Natale De Grazia]]></category>
		<category><![CDATA[morte Natale De Grazia]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>REGGIO CALABRIA &#8211; Un destino scritto nel nome, Natale, di un uomo pieno di Fede che nella vita avrebbe amato la propria famiglia e il proprio lavoro fino al punto da sacrificare tutto il resto. Di un uomo che dopo la morte avrebbe continuato a vivere ben oltre quelle targhe, di cui si perde il [...]</p><p><a href="http://www.calabrianotizie.it">Calabria Notizie - Tutte le notizie sulla Calabria in Rss</a></p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>REGGIO CALABRIA &#8211; Un destino scritto nel nome, Natale, di un uomo pieno di Fede che nella vita avrebbe amato la propria famiglia e il proprio lavoro fino al punto da sacrificare tutto il resto. Di un uomo che dopo la morte avrebbe continuato a vivere ben oltre quelle targhe, di cui si perde il conto, e in quei riconoscimenti di cui spesso, in assenza di verità, si disperde il senso. L’uomo è il capitano di Corvetta Natale De Grazia, morto in circostanze sospette il 13 dicembre 1995, 16 anni fa. Sulla sua morte non è stata mai fatta piena luce.<span id="more-21977"></span> </p>
<p>Potrebbe essere stato ucciso perchè era vicino a scoprire qualche scomoda verità o l’aveva già intuita e ne cercava le prove. Potrebbe, perchè nessuno cerca di scoprire la verità sulla sua morte. E’ ritenuta sufficiente una perizia che parla di malore dovuto a stress e forti tensioni accumulate. Poi quelle indagini sui traffici di rifiuti pericolosi in Calabria, che non sono andate avanti.</p>
<p>Un comitato, che porta il nome, nasce ad Amantea negli ambienti del WWF nel 2004, per non dimenticare e la Lega Navale ha istituito una Premio alla sua memoria per giovani che studiano il mare e il patrimonio che esso rappresenta per l’umanità. Le iniziative sollecitano la memoria ma richiamano ad un impellente bisogno e dovere di verità. </p>
<p>Il circolo Legambiente di Reggio Calabria ha ricordato il capitano Natale De Grazia con la presentazione dell”opera a fumetti, realizzata da Enzo Mangini (sceneggiatore) e Pierdomenico Sirianni (disegnatore), edita dalla Round Robin Editore, in collaborazione con l’associazione antimafia daSud.</p>
<p>Era il 12 dicembre 1995. Erano le 19, quando Natale De Grazia, capitano di Fregata ed elemento di spicco del pool ecomafie della Procura di Reggio Calabria, collaboratore del procuratore Franco Neri che indagò sulle presunte navi dei veleni e sui presunti traffici di rifiuti pericolosi nei mari calabresi, lasciava la sua casa per partire. </p>
<p>Un viaggio strano, in macchina, con il maltempo, per arrivare fino a La Spezia e interrogare, sentire, raccogliere elementi sul presunto spiaggiamento della Jolly Rosso ad Amantea (CS), forse collegato all’affondamento della Rigel a Capo Spartivento (RC) il 21 settembre 1987.</p>
<p>Non sarebbe più tornato. Un malore improvviso e fatale lo avrebbe colto durante il viaggio. Natale ha lasciato la moglie Anna e due figli, Giovanni e Roberto, ed una comunità che non lo ha dimenticato e che in diverse occasioni lo ricorda per il suo valore, la sua dedizione il suo appassionato rapporto con il mare per difendere il quale indagava sui veleni.</p>
<p>Marito e padre speciale, preoccupato ma mai arrendevole; un uomo che non si è mai risparmiato sul lavoro e che è morto adempiendo al proprio dovere, rappresentando oggi un illuminato esempio di integrità e coraggio, ed al contempo di semplicità.</p>
<p>Era il 13 dicembre 1995. Dopo cinque anni, nel 2000, quelle stesse indagini si sarebbero interrotte con un’archiviazione e nessun esito ci sarebbe stato. Di quegli oscuri traffici clandestini si legge nella nota di encomio che accompagna la consegna della Medaglia al Valore Civile ricevuta dalla vedova De Grazia, Anna Vespia, ma nessuna verità su questa morte come sulle navi dei veleni. Il capitolo potrebbe non essere chiuso, nonostante il naufragio del caso Cunsky e del pentito Francesco Fonti.</p>
<p>Le indagini in corso sugli interramenti tossici nella valle del torrente Oliva ad Amantea(CS) condotte dalla Procura di Paola sotto la guida di Bruno Giordano, infatti, stanno confermando i sospetti circa la presenza di resti della nave Jolly Rosso, spiaggiatasi nel dicembre del 1990 a largo di Formiciche (CS) e sui cui indagava il capitano De Grazia. </p>
<p>Resti della stessa imbarcazione ma anche dei fusti sono stati rinvenuti anche sulla spiaggia di Amantea. Il giudice per le indagini preliminari del tribunale di Paola, Giuseppe Bettarino, ha affermato che “vi è la prova” di un “intombamento di materiale proveniente dalla Rosso nel fiume Oliva”. Questo potrebbe rappresentare un altro prezioso sprazzo di verità.</p>
<p>di Anna Foti</p>
<p>da <a rel="external nofollow" target="_blank" href="http://www.reggiotv.it/notizie/attualita/23919/13-dicembre-1995-ultimo-viaggio-natale-de-grazia">www.reggiotv.it</a></p>
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		<title>Tutti assolti al processo Marechiaro &#8211; Confermata ieri in appello la sentenza del Tribunale lametino per gli imputati eccellenti &#8211; Tolti i sigilli all&#8217;hotel e scagionato l&#8217;ex governatore Chiaravalloti</title>
		<link>http://www.calabrianotizie.it/2011/12/07/tutti-assolti-processo-marechiaro-confermata-ieri-appello-sentenza-del-tribunale-lametino-per-gli-imputati-eccellenti-tolti-sigilli-allhotel-scagionato-lex-governatore-chiaravallo/</link>
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		<pubDate>Wed, 07 Dec 2011 10:32:38 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>LAMEZIA TERME &#8211; L&#8217;immobile è legale, le procedure pure, così come il finanziamento regionale di 4,2 milioni di euro. Nessun colpevole. Si conclude così il processo sulla costruzione del Grand Hotel Marechiaro a Gizzeria, lungo la Statale 18, che da subito può accettare prenotazioni di suite a tante stelle perchè è stata revocata la confisca [...]</p><p><a href="http://www.calabrianotizie.it">Calabria Notizie - Tutte le notizie sulla Calabria in Rss</a></p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>LAMEZIA TERME &#8211; L&#8217;immobile è legale, le procedure pure, così come il finanziamento regionale di 4,2 milioni di euro. Nessun colpevole. Si conclude così il processo sulla costruzione del Grand Hotel Marechiaro a Gizzeria, lungo la Statale 18, che da subito può accettare prenotazioni di suite a tante stelle perchè è stata revocata la confisca anche di quella parte che era stata ritenuta abusiva dalla procura lametina quattro anni fa.<span id="more-21953"></span></p>
<p>Confermate in appello le assoluzioni di tutti i pezzi grossi imputati, dall&#8217;ex governatore e vicepresidente dell&#8217;Authority sulla privacy Giuseppe Chiaravalloti per il quale l&#8217;accusa aveva chiesto 10 anni di reclusione, all&#8217;assessore regionale Pino Gentile per cui la richiesta era di 9 anni. Contro di loro venivano ipotizzate anche l&#8217;associazione per delinquere e la truffa.</p>
<p>Sott&#8217;accusa pure l&#8217;ex assessore regionale all&#8217;Urbanistica Paolo Bonaccorsi, ed i dirigenti della Regione Stefano Torda, Andrea Iovene, Rocco Militano e Pasquale Anastasi. Nessun colpevole nemmeno nella giunta comunale di Gizma questo zeria dei primi anni del 2000, l&#8217;aveva deciso il Gip del Tribunale lametino.</p>
<p>Ieri la corte d&#8217;appello di Catanzaro presieduta da Annamaria Saullo ha pure dichiarato la prescrizione del reato di indebita percezione di fondi pubblici contestato all&#8217;imprenditore Paolo Sauro, titolare dell&#8217;albergo di Gizzeria, l&#8217;unico ad essere stato condannato in primo grado. </p>
<p>Il reato è prescritto, e la confisca dell&#8217;hotel immediatamente decaduta. Per Sauro resta in piedi una contravvenzione per abuso edilizio. Contro di lui il procuratore generale Raffaella Sforza aveva chiesto 9 anni, così come aveva fatto il Pm lametino Luigi Maffia.</p>
<p>La vicenda risale al 2002, quando Sauro a Gizzeria Lido chiede un finanziamento alla Regione e l&#8217;autorizzazione al Comune per costruire il Grand Hotel Marechiaro accanto al suo rinomato ristorante. Riesce ad ottenere sia il disco verde dell&#8217;amministrazione municipale di cui faceva parte, sia 4,2 milioni di euro dalla giunta regionale attraverso un accordo di programma.</p>
<p>La pratica si conclude rapidamente. Il pubblico ministero di Lamezia Luigi Maffia parla di una «cricca» molto attiva a Gizzeria, ed ha definito Sauro «un miracolato» per essere riuscito ad avere il finanziamento in tempi inimmaginabili in una Calabria dove gli enti pubblici sono poco più che lumache.</p>
<p>Avuta la prima tranche del finanziamento l&#8217;imprenditore non perde tempo e comincia a tirare su l&#8217;albergo sulla Statale tirrenica, ma a meno di 300 metri dal mare, accusa il pubblico ministero che tira fuori la legge Galasso sull&#8217;ambiente. Tanto che al processo tenta di costituirsi parte civile Legambiente ma senza successo.</p>
<p>L&#8217;ipotesi dell&#8217;accusa è stata quella di un&#8217;associazione a delinquere formata dai vertici della giunta regionale e quella municipale dell&#8217;epoca, e dai superdirigenti di Regione e Comune di Gizzeria. Un turbinio di reati contestati che andavano dalle illegalità urbanistiche al voto di scambio, persino alla gestione allegra e clientelare di una cinquantina di precari Lsu.</p>
<p>Le accuse sulla costruzione dell&#8217;hotel e l&#8217;incasso milionario dalla Regione da parte dell&#8217;imprenditore non hanno retto in nessun grado di giudizio: nè davanti al Gup, nè dal Tribunale lametino presieduto da Pino Spadaro, nè in appello. Ieri per chiedere la conferma della sentenza di primo grado c&#8217;era un folto schieramento di avvocati, mentre a far cadere le ultime accuse contro Sauro è stato l&#8217;avvocato Francesco Gambardella del foro lametino.</p>
<p>Dall&#8217;inizio delle indagini della procura lametina intorno al 2006 fino alla richiesta di rinvio a giudizio del 2009 sono passati tre anni. La sentenza di primo grado è dell&#8217;agosto dell&#8217;anno scorso. Cinque anni per arrivare alla sentenza d&#8217;appello rispetto alla media è una buona tempistica per un processo così intricato.</p>
<p>di Vinicio Leonetti</p>
<p>da Gazzetta del Sud</p>
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		<title>Why Not, de Magistris depone a Salerno &#8211; “Ecco come ostacolavano le mie inchieste” Il sindaco di Napoli ha descritto le modalità e le anomalie procedurali con cui il procuratore aggiunto di Catanzaro, Salvatore Murone, avrebbe messo il bastone tra le ruote alle sue indagini sui potenti</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Dec 2011 10:00:36 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Le entrate a gamba tesa del procuratore aggiunto di Catanzaro, Salvatore Murone, sulle indagini condotte dal pm Luigi de Magistris iniziarono nel 2005 e avvenivano con questa tecnica: Murone apriva una serie di fascicoli a modello 45 (atti non costituenti notizia di reato) su vicende legate a “Poseidone”, in pratica dei veri e propri “duplicati” dell’inchiesta curata da de Magistris; di queste attività si trovava poi traccia in alcuni articoli di giornale che anticipavano le intenzioni di Murone; a nulla servivano le proteste del sostituto su queste diffuse fughe di notizie, formalizzate in relazioni di servizio al procuratore capo Mariano Lombardi.<span id="more-21944"></span> </p>
<p>E gli ostacoli al lavoro dell’ex pm poi entrato in politica si rafforzarono dopo il 1 marzo 2006. Quel giorno venne iscritto nel registro degli indagati il segretario nazionale dell’Udc Lorenzo Cesa per una presunta truffa all’Unione Europea su un finanziamento di 5 miliardi di lire a una sua società, la Spb Optical Disk Srl, di cui era comproprietario con Giovanbattista Papello, consigliere di amministrazione dell’Anas fino al 2006 e Fabio Schettini, capo della segreteria di Franco Frattini (accusa dalla quale Cesa è stato prosciolto nel febbraio scorso, dopo lo stralcio della sua posizione).</p>
<p>E’ questa la sintesi del prosieguo della testimonianza di Luigi de Magistris durante il processo in corso a Salerno, che vede alla sbarra magistrati, politici e imprenditori. Accusati a vario titolo di avergli “scippato” le inchieste Why Not e Poseidone per neutralizzarne le conseguenze e così proteggere il reticolo di amicizie e di rapporti di affari tra gli imputati che le indagini sull’utilizzo dei fondi pubblici in Calabria stavano iniziando a rivelare. </p>
<p>Il sindaco di Napoli, parte civile del processo, è andato avanti nella deposizione iniziata il 19 novembre scorso, rispondendo alle domande del pm Rocco Alfano. Udienza dallo svolgimento complicato, attraversata da diverse schermaglie procedurali degli avvocati, per lo più relative all’acquisizione al fascicolo del dibattimento di una serie di relazioni di servizio, decreti di perquisizione e atti a firma di de Magistris, che il Tribunale presieduto da Gaetano De Luca ha autorizzato (con l’eccezione della relazione di un consulente di de Magistris, che è in lista testi). </p>
<p>Ma tra opposizioni e camere di consiglio, de Magistris, arrivato puntuale a Salerno alle 9.30 con l’inseparabile zainetto biancorosso farcito dei documenti delle sue vecchie inchieste, ha iniziato a parlare solo a mezzogiorno. E alle 13.30 è dovuto andare via per impegni istituzionali. Riprenderà l’11 gennaio.</p>
<p>Tra le carte ammesse nel dibattimento, anche quelle che de Magistris redigeva ‘a futura memoria’. L’ex pm aveva infatti adottato questa prassi: quando si imbatteva in un’anomalia nel corso delle indagini ma anche nei rapporti con i capi del suo ufficio, la metteva nero su bianco in una memoria, la firmava e la faceva timbrare in cancelleria. Per poi portarsela indietro e custodirla. Prima o poi poteva essere utile. E così è stato: su quelle carte de Magistris ha elaborato le numerose denunce culminate nel processo.</p>
<p>Tra le anomalie che l’ex pm ha ricordato in aula, la nota del 13 gennaio 2006 con la quale Murone disponeva che “qualsiasi novità nell’ambito dei procedimenti penali dovesse passare prima dal procuratore aggiunto”. “Si trattava di una paralisi all’interno dell’ufficio, una disposizione impensabile da applicare non solo perché bloccava e affogava gli uffici ma anche perché non era idonea in termini di ricaduta della riservatezza”. </p>
<p>Disposizione che secondo de Magistris è stata applicata solo nei casi di Poseidone e Why Not. “Ricordo un particolare episodio avvenuto il 6 dicembre del 2005. Io e la dottoressa Isabella De Angelis andammo a Roma per discutere con la dottoressa Palaia delle indagini in corso quando fummo raggiunti telefonicamente dal procuratore aggiunto Murone che ci chiese espressamente di vederci al più presto per coordinarci con lui. </p>
<p>La cosa più sconvolgente fu che, nello stesso ambito di inchiesta, fu convocato d’urgenza, sempre da Murone, l’allora maresciallo Gregorio Chiarella per informarlo delle indagini che stavamo conducendo. Questo episodio ci allarmò molto”. De Magistris menziona un’altra stranezza, che riguarda l’ispezione ministeriale alla Procura di Catanzaro. </p>
<p>“Mi fu segnalato – spiega – che gli ispettori si soffermarono soprattutto su considerazioni che fecero fuori verbale e che riguardavano essenzialmente la mia persona. A questa ispezione seguì nel luglio del 2005 un’interrogazione parlamentare del senatore Bucciero che portò ad un nuovo atto ispettivo che aveva ad oggetto la mia persona e che fu firmato dal ministro Castelli“.</p>
<p>di Vincenzo Iurillo </p>
<p>da <a rel="external nofollow" target="_blank" href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/05/magistris-depone-salerno-ecco-come-ostacolavano-inchieste/175401/">ilfattoquotidiano.it</a></p>
<p><a href="http://www.calabrianotizie.it">Calabria Notizie</a></p><p><a href="http://www.calabrianotizie.it">Calabria Notizie - Tutte le notizie sulla Calabria in Rss</a></p>]]></content:encoded>
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		<title>Delitto Lea Garofalo, il processo è da rifare &#8211; Il dibattimento dovrà ricominciare e c&#8217;è il rischio che gli imputati tornino in libertà</title>
		<link>http://www.calabrianotizie.it/2011/11/23/delitto-lea-garofalo-processo-rifare-dibattimento-dovra-ricominciare-rischio-che-gli-imputati-tornino-liberta/</link>
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		<pubDate>Wed, 23 Nov 2011 16:44:44 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>MILANO &#8211; Destino beffardo. La notizia arriva alla vigilia del secondo anno della sparizione di Lea Garofalo, la testimone di giustizia scomparsa la notte tra il 24 e il 25 novembre 2009. Il processo è tutto da rifare. Dell&#8217;omicidio e dello scioglimento del corpo nell&#8217;acido sono accusati il compagno, Carlo Cosco, e i fratelli Vito [...]</p><p><a href="http://www.calabrianotizie.it">Calabria Notizie - Tutte le notizie sulla Calabria in Rss</a></p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>MILANO &#8211; Destino beffardo. La notizia arriva alla vigilia del secondo anno della sparizione di Lea Garofalo, la testimone di giustizia scomparsa la notte tra il 24 e il 25 novembre 2009. Il processo è tutto da rifare. Dell&#8217;omicidio e dello scioglimento del corpo nell&#8217;acido sono accusati il compagno, Carlo Cosco, e i fratelli Vito e Giuseppe, Rosario Curcio, Carmine Venturino e Massimo Sabatino ma il Presidente della Corte, Filippo Grisolia è stato da poco nominato Capo di Gabinetto del neoministro della Giustizia, Paola Severino; la nomina è dunque incompatibile con il precedente incarico e per sapere la verità sul delitto di Lea Garofalo dovrà ricominciare dal principio.<span id="more-21805"></span></p>
<p>La notizia giunta oggi, in aula, durante l&#8217;udienza settimanale del processo. Le parti &#8211; accusa e difesa &#8211; avevano la facoltà di chiedere che il processo proseguisse o che si annullasse tutto, di fatto ricominciando da capo. La difesa degli imputati, in maniera compatta, ha optato per questa seconda possibilità. </p>
<p>Adesso la Corte si riaggiornerà il primo dicembre (è stata infatti depennata dall&#8217;agenda l&#8217;udienza di domani, giovedì 24) nominando il nuovo Presidente della Corte e verosimilmente rendendo noto il nuovo calendario delle udienze. </p>
<p>Questo comporterà l&#8217;annullamento delle precedenti udienze, le testimonianze già rese dai teste e che hanno già deposto; questi ultimi dovranno ritornare in aula per rispondere nuovamente alle domande del pubblico ministero, Marcello Tatangelo e degli avvocati difensori dei sei imputati. Tutti, compresa la teste chiave, Denise Cosco, figlia di Lea Garofalo e Carlo Cosco, ed Enza Rando, avvocato dell&#8217;ufficio legale di Libera e rappresentante di Denise, che si è costituita parte civile al processo.</p>
<p>Una vera e propria corsa contro il tempo: i termini di custodia cautelare degli imputati, infatti, scadranno il 28 luglio 2012. Se non ci sarà la sentenza di primo grado entro quella data gli imputati per il delitto di Lea Garofalo, torneranno in libertà. </p>
<p>Un processo senza dubbio difficile e con tanti colpi di scena. L&#8217;aggiornamento su questo e altri aspetti del processo è per il momento rinviato al primo dicembre. </p>
<p>di Marika Demaria</p>
<p>da <a rel="external nofollow" target="_blank" href="http://www.liberainformazione.org/news.php?newsid=16110">liberainformazione.org</a></p>
<p><a href="http://www.calabrianotizie.it">Calabria Notizie</a></p><p><a href="http://www.calabrianotizie.it">Calabria Notizie - Tutte le notizie sulla Calabria in Rss</a></p>]]></content:encoded>
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		<title>‘Ndrangheta in Lombardia, Nicola Gratteri: “Al nord qualcuno ha aperto le porte ai boss” &#8211; Il procuratore aggiunto di Reggio calabria commenta la storica sentenza di sabato &#8211; &#8220;Le cosche calabresi &#8211; commenta &#8211; sono arrivate al nord, ma qualcuno ha aperto loro porta&#8221;</title>
		<link>http://www.calabrianotizie.it/2011/11/22/%e2%80%98ndrangheta-lombardia-nicola-gratteri-%e2%80%9cal-nord-qualcuno-aperto-porte-boss%e2%80%9d-procuratore-aggiunto-reggio-calabria-commenta-storica-sentenza-sabato/</link>
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		<pubDate>Tue, 22 Nov 2011 11:44:57 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>“Sempre più dovremo abituarci alla presenza, nelle indagini di mafia, di soggetti che hanno potere reale nella pubblica amministrazione”. Parola di Nicola Gratteri, procuratore aggiunto della Direzione investigativa antimafia di Reggio Calabria, chiamato a commentare la sentenza del processo Infinito: l’ultimo grande dibattimento che si è celebrato contro la ‘ndrangheta a Milano e che due [...]</p><p><a href="http://www.calabrianotizie.it">Calabria Notizie - Tutte le notizie sulla Calabria in Rss</a></p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>“Sempre più dovremo abituarci alla presenza, nelle indagini di mafia, di soggetti che hanno potere reale nella pubblica amministrazione”. Parola di Nicola Gratteri, procuratore aggiunto della Direzione investigativa antimafia di Reggio Calabria, chiamato a commentare la sentenza del processo Infinito: l’ultimo grande dibattimento che si è celebrato contro la ‘ndrangheta a Milano e che due giorni fa ha decretato oltre sette secoli di carcere per 110 imputati. Le parole di Gratteri suonano come un avvertimento, rispetto alle vie future che seguirà la magistratura.<span id="more-21786"></span> </p>
<p>Del resto, il Procuratore aggiunto, parla a ragion veduta. Lui, della maxi-indgine contro la ‘ndrangheta che Milano e Reggio Calabria si sono divisi, ha infatti in mano il ramo calabrese ribattezzato “Il Crimine”. </p>
<p>E così, come al nord, anche al sud ci si è trovati con due processi. Uno in rito ordinario, partito a fine settembre nell’aula bunker del tribunale di Reggio Calabria; l’altro in abbreviato, nel quale è stato lo stesso Gratteri a chiedere alla Corte oltre 1500 anni di carcere per 118 imputati alla sbarra.</p>
<p><strong>Tornando alla sentenza di Milano, Dottor Gratteri cosa la fa maggiormente riflettere?</strong></p>
<p>Il fatto che in maniera chiara si sia mostrato a tutti che tra gli imputati, o meglio che tra gli associati, ci siano stati dei soggetti non tipicamente mafiosi, non ordinariamente considerati degli ‘ndranghetisti</p>
<p><strong>Tra gli altri, alla sbarra c’erano un sindaco (Giovanni Valdes, di Borgarello nel pavese ndr), un bancario (Alfredo Introini ndr) e un imprenditore (Salvatore Paolillo ndr), condannati a tre anni e 4 mesi in tutto per turbativa d’asta, anche se su di loro non pesava l’accusa di associazione mafiosa&#8230;</strong></p>
<p>Questo è vero. Ma è stato più importante evidenziare, nel complesso delle indagini e nel corso delle intercettazioni telefoniche e ambientali, che la ‘ndrangheta abbia sempre più spesso a che fare con personaggi che hanno un ruolo attivo all’interno della pubblica amministrazione. </p>
<p>Un contributo non irrilevante alla diffusione della criminalità organizzata anche al nord, lo hanno dato questi colletti bianchi collegati con la politica. Ed è la vera novità scaturita da queste ultime inchieste</p>
<p><strong>Qual è, secondo lei, la caratteristica principale di questa ‘ndrangheta che ha trovato al nord una suo nuova area di conquista?</strong></p>
<p>L’essersi organizzata in una struttura unita e verticista, la Provincia. Nel prosieguo delle indagini e nelle continue riunioni che facevamo io, il Procuratore Pignatone e la dottoressa Boccassini, si evidenziava un dato che vado sostenendo da anni. La ‘ndrangheta del nord, contrariamente a quanto dicevano altri studiosi ed esperti di mafia, non si è ‘sgabellata’, ovvero sganciata da quella calabrese, ma con quella continua ad essere un tutt’uno. </p>
<p>Viceversa sarebbe stata un’altra cosa: non sarebbe stata più ‘ndrangheta. La prova l’abbiamo avuta quando il boss Carmelo Novella dal suo ‘buen retiro’ vicino Legnano, visto che si voleva separare, è stato prima ‘posato’, cioè messo da parte, poi ucciso</p>
<p><strong>Non l’ha quindi stupita più di tanto la grande quantità di condanne decretate dal giudice di Milano?</strong></p>
<p>Il risultato di questa prima sentenza era quasi scontato. Nel momento in cui delle indagini si basano su intercettazioni telefoniche e ambientali, ma soprattutto su video riprese che presentano prove inequivocabili, nella sostanza si va in udienza e si discute la pena</p>
<p><strong>Rimangono aperti i due procedimenti calabresi e quello in rito ordinario ancora in corso a Milano. È su questi che si giocano le prossime sfide?</strong></p>
<p>Nelle aule giudiziarie sì. Chi ha scelto di essere giudicato con la via più lunga – quella del rito ordinario – lo ha fatto seguendo una strategia difensiva. Si pensa che nel corso di un’istruttoria dibattimentale ci sia maggiore possibilità di dimostrare la propria innocenza. Però, ripeto, noi stiamo parlando di un’indagine fatta di prove davvero schiaccianti</p>
<p><strong>Il potere giudiziario, anche al nord, ha dimostrato di saper reagire al radicamento della criminalità organizzata calabrese, la più potente&#8230;</strong></p>
<p>Certo, ma bisogna tenere alta la guardia! Bisogna ricordarsi che l’operazione Infinito non è l’unica indagine contro la ‘ndrangheta fatta in Lombardia. Addirittura agli inizi degli anni ’90 ci fu la ‘Notte dei Fiori di San Vito” e la “Nord Sud” condotta da un magistrato fuoriclasse, Alberto Nobili. </p>
<p>Ma non è che bastano due o tre operazioni per debellare il fenomeno, anzi la ‘ndrangheta è più forte di prima, perché più ricca. La ‘ndrangheta è arrivata al nord, ma sicuramente qualcuno, in questi anni, gli ha aperto la porta!</p>
<p>di Fabio Abati</p>
<p>da <a rel="external nofollow" target="_blank" href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/21/ndrangheta-nord-procuratore-gratteri-nelle-prossime-indagini-saranno-politici/172198/">ilfattoquotidiano.it</a></p>
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		<title>‘Ndrangheta in Lombardia, 110 condanne e 5 assoluzioni per il maxi-processo &#8211; L’obiettivo era fare in fretta. E così è stato. Un anno e mezzo dopo il maxi blitz del 13 luglio 2010 la criminalità organizzata lombarda incassa la sentenza di primo grado &#8211; Assolto l&#8217;ex assessore della Provincia di Milano Antonio Oliverio</title>
		<link>http://www.calabrianotizie.it/2011/11/19/%e2%80%98ndrangheta-lombardia-110-condanne-assoluzioni-per-maxi-processo-l%e2%80%99obiettivo-era-fare-fretta-cosi-stato-anno-mezzo-dopo-maxi-blitz-del-luglio-2010/</link>
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		<pubDate>Sat, 19 Nov 2011 22:43:59 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Una sentenza record. Per il numero di imputati, 118. Per il numero di condannati, 110. E per i tempi, 16 mesi appena per arrivare al primo grado di uno dei processi di ‘ndrangheta più grandi e complessi nella storia giudiziaria italiana. L’obiettivo era fare in fretta. E così è stato. Un anno e mezzo dopo il maxi blitz del 13 luglio 2010 la ‘ndrangheta lombarda incassa la sentenza di primo grado e il processo Infinito, andato alla sbarra nel gennaio 2011 con rito abbreviato, oggi raggiunge il traguardo. Sulla graticola 119 persone.<span id="more-21767"></span></p>
<p>L’estate scorsa, l’accusa aveva chiesto 118 condanne e l’assoluzione di Antonio Oliverio, ex assessore di origini calabresi, la cui carriera, in riva al Naviglio, è cosa nota: prima nella giunta provinciale di Filippo Penati (quota Udc), dopodiché, transfugo, tra i maggiori sostenitori di Guido Podestà. Per Oliverio anche in primo grado è arrivata l’assoluzione.</p>
<p>Il carcere invece è arrivato per 110 imputati con pene che vanno da un massimo di 16 anni di reclusione per Alessandro Manno, capo della locale di Pioltello, a un minimo di 1 anno e 4 mesi per l’ex sindaco di Borgarello (Pavia), Pasquale Valdes. </p>
<p>Cinque le assoluzioni, quattro non luogo a procedere: 3 perché già giudicati per i medesimi fatti in altro procedimento, un quarto per estinzione del reato a causa della morte dell’imputato. Anni di carcere arrivati dopo che ieri si è consumata una giornata drammatica nell’aula bunker di via Uccelli di Nemi profonda periferia milanese nel quartiere di Ponte Lambro. Dopo 32 ore di Camera di consiglio.</p>
<p>Riassumiamo: in mattinata è atteso il verdetto. Poi posticipato nel pomeriggio. Motivo ufficioso: lo sciopero di alcuni penalisti. L’orario fissato per le 17 e 30 si allunga di un’ora. Il giudice Roberto Arnaldi non fa capolino. Fuori, intanto, la nebbia ricopre tutto: le case popolari e l’enorme cubo di cemento che a metà degli anni Novanta ha ospitato i primi maxi-processi a mafia e terrorismo. </p>
<p>Un’ora dopo ecco il cancelliere: udienza rinviata e aggiornata alle 17 di domani (oggi). Poche parole e scatta la bagarre dietro le sbarre. Gli imputati non ci stanno: urlano, protestano. Sono venuti dalle carceri di mezza Italia per ascoltare il verdetto. Con loro i legali. Ma non c’è nulla da fare. Il giudice Arnaldi ha deciso di non decidere e di rimandare. </p>
<p>Smorzati gli animi, alla fine, qualcuno farà notare che un rinvio può essere normale perché il giudice “deve giudicare sulla vita di 119 persone”. Ma gli applausi e gli insulti verso magistrati e avvocati diventano ancora più forti durante la lettura del verdetto.</p>
<p>“Un procedimento gigantesco”, lo ha definito il pm Alessandra Dolci nell’incipit della sua requisitoria. A tal punto, confessa in aula, “che anche io ho perso il conto del numero dei faldoni”. </p>
<p>Oltre cinquecento per migliaia di pagine. E una stanza al settimo piano della Procura utilizzata come archivio. Un labirinto, quasi indistricabile, di intercettazioni, proroghe, informative e annotazioni in calce alle quali si alternano le firme di quattro polizie giudiziarie: carabinieri, squadra Mobile, Guardia di finanza e Direzione investigativa antimafia. </p>
<p>Insomma, l’incipit dell’accusa da solo traduce il senso di questo processo. “E io – dirà la Dolci – devo dirle, giudice, che non invidio proprio il suo compito”.</p>
<p>Ora la sintesi è stata trovata. Per capire meglio, però, bisognerà aspettare i 60 giorni previsti per il deposito delle motivazioni. Pochi minuti fa, intanto, il giudice ha snocciolato il dispositivo della sentenza. </p>
<p>Voce ferma tra le grida degli imputati nelle gabbie. Da Giuseppe Domenico Albanese a Pasquale Zappia (condannato a 12 anni) nominato ‘capo dei capi’ durante una riunione a Paderno Dugnano, nel centro intitolato a Falcone e Borsellino (<a rel="external nofollow" target="_blank" href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/07/13/il-summit-delle-cosche/39603/">guarda il video del summit</a>). </p>
<p>In mezzo buona parte della nobiltà della ‘ndrangheta lombarda. Gente come Domenico Barranca – condannato a 14 anni di reclusione – capo della locale di Milano e contatti diretti con la Provincia, organo di comando dell’intera organizzazione, capace di mantenere rapporti con uomini della cosiddetta zona grigia come Pietro Pilello, manager in passato presente in molti cda di società di Regione Lombardia o Carlo Antonio Chiriaco, ex direttore sanitario dell’Asl di Pavia. </p>
<p>Amico di politici e boss insospettabili, come quel Pino Neri, ritenuto il capo della locale di Pavia, ma che prima di essere un mafioso è un rispettato avvocato tributarista.</p>
<p>Zona grigia, dunque. Tradotto: mafia, impresa, politica, massoneria. Pino Neri (imputato nel processo ordinario con rito immediato) è massone dichiarato. Anche questo sta dentro al processo che oggi ha visto una sua prima parziale conclusione. </p>
<p>Ma c’è dell’altro: l’assetto criminale, il controllo del territorio, i numeri degli affiliati, i riti, gli incontri, tutti officiati all’ombra del Duomo e nella Lombardia che corre svelta verso Expo 2015. </p>
<p>Uno dei grandi protagonisti è certamente Vincenzo Mandalari, boss e imprenditore, a capo della locale di Bollate e condannato questa sera a 14 anni. Finito nella rete del 13 luglio 2010, Mandalari si dà alla latitanza. Il padrino in fuga, però, non va molto lontano, ma resta nell’hinterland milanese, dove può contare su molti appoggi. </p>
<p>Meno di un anno e il 22 gennaio i carabinieri di Monza guidati dal colonnello Giuseppe Spina lo fermano alla stazione di San Giuliano Milanese. Il suo è un nome che conta. E che compare centinaia di volte nelle carte dell’inchiesta. Da lui, in parte, inizia l’indagine. Dalle sue lunghe chiacchierate con i compari di turno. </p>
<p>In macchina o in ufficio, Vincenzo Mandalari parla di riti e assetti della ‘ndrangheta. Snocciola nomi e inconsapevolmente fornisce agli investigatori una geografia mafiosa in presa diretta, svelando la presenza di venti locali e almeno cinquecento affiliati. In Lombardia, naturalmente. Non una semplice regione d’Italia, ma per la ‘ndrangheta un vero e proprio mandamento. Il quarto dopo i tre storici (Ionico, Tirrenico e Reggio città). </p>
<p>Tutto dunque si tiene nella mappa mafiosa. E chi tenta la sortita, chi vuole fare di testa propria, viene punito. Muore per questo Carmelo Novella, il boss scissionista che voleva fare la Lombardia ma che finì ammazzato ai tavolini di un circolo a San Vittore Olona.</p>
<p>Era l’estate del 2008. E in fondo di ‘ndrangheta allora si parlava poco. Anche se nel luglio di quello stesso anno il Gico di Milano guidato allora dal colonello Domenico Grimaldi sbaragliò la cosca Barbaro-Papalia. </p>
<p>L’inchiesta Infinito era appena iniziata. Ma già si concludeva l’indagine Cerberus. Quella era mafia con tutti i quarti nobiltà al proprio posto. Un’organizzazione capace di monopolizzare l’intera partita del movimento terra in Lombardia. Facce pulite e boss in coppola, piccoli principi della ‘ndrangheta e imprenditori lombardissimi. </p>
<p>Sull’inchiesta pesano già due gradi di giudizio. Caposaldo per tutto quello che è venuto dopo. Nel 2009 di nuovo Barbaro-Papalia. Di nuovo la terra. Ma con qualcosa in più: la ‘ndrangheta che fa l’immobiliare, ricicla, investe e si accomoda nel pieno centro di Milano in via Montenapoleone. </p>
<p>A girare l’anno, nell’inverno 2010 arriva la politica e i suoi rapporti con boss e colletti bianchi. Sul piatto consiglieri comunali, provinciali e regionali. Ci sono particolari che inquietano. Ci sono assessori che lavorano a libro paga delle cosche. C’è una politica lombarda sempre più in scacco e sotto ricatto. </p>
<p>E ancora, il primo luglio 2010, ci si trova di fronte alla ‘ndrangheta che da tempo pensa ad Expo. E’ l’inchiesta sulla cosca Valle che apre scenari inediti. Ci sono le famiglie storiche ma anche nomi nuovi. </p>
<p>Come quello di Paolo Martino (poi coinvolto nell’inchiesta Caposaldo – marzo 2011), manager in doppio petto, capace di giocare su tavoli trasversali: dalla politica agli affari alla notte di Milano. Conosce il presidente della Regione Calabria Giuseppe Scopelliti, ma anche Lele Mora e attraverso l’impresario dei vip contatta Luca Giuliante, avvocato (per qualche tempo legale di Ruby Rubacuori), ma soprattutto tesoriere del Pdl. </p>
<p>Si segue la ‘ndrangheta e si scopre il progetto d’incontro (mai avvenuto) tra Martino e il presidente di Bpm Massimo Ponzellini, recentemente finito nei guai per un finanziamento da 148 milioni di euro alla società di Atlantis di Francesco Corallo, figlio di quel Gaetano Corallo ritenuto vicino al boss di Catania Nitto Santapaola. </p>
<p>Un incontro d’affari, dunque, durante una cena per finanziare la campagna elettorale di Guido Podestà per le provinciali di Milano del 2009. Dove? In una delle residenza di Silvio Berlusconi.</p>
<p>La stampa così s’incuriosisce, gli articoli arrivano, l’informazione pure. Non ancora la coscienza. Ce lo racconterà proprio Infinito. “Guardate – chiosa Ilda Boccassini – che davanti alla mia porta non ho imprenditori disposti a denunciare”. </p>
<p>Frase col botto. Come sempre quando parla Ilda “la Rossa”. E del resto a spulciare le carte dell’inchiesta s’incappa in decine di incendi, danneggiamenti, attentati. Tanti fatti, poche denunce. L’imprenditoria lombarda non lo fa. Ha paura, vero. Ma in certi casi dentro a quegli affari loschi ci trova un bel tornaconto. E passi se i propri soci per concludere affari non esitino a minacciare.</p>
<p>Affari, politica, e mafia. Il menu è questo. Il 13 luglio 2010 lo ha raccontato. La sentenza di oggi lo ha certificato. Il sigillo c’è per la parte criminale. Non per la politica. O meglio non ancora. Perché i rapporti ci sono e ci sono stati. </p>
<p>Il procuratore aggiunto di Reggio Calabria, Nicola Gratteri, ne conta ben 13 di politici, lombardi in rapporti più o meno diretti con la ‘ndrangheta. Dice di più: questi politici hanno ricevuto i voti delle cosche. Accuse gravi che trovano parziale conferma nelle carte, non, però, negli avvisi di garanzia o nelle sentenze.</p>
<p>Al di là di tutto, il romanzo criminale scritto oggi resta traccia indelebile e plastica dimostrazione di quello che la classe dirigente lombarda nega ormai da troppo tempo: la mafia a Milano esiste.</p>
<p>di Davide Milosa</p>
<p>da <a rel="external nofollow" target="_blank" href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/19/ndrangheta-condanne-maxi-processo/171788/">ilfattoquotidiano.it</a></p>
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		<title>Il boss arrestato va risarcito? Interrogazione parlamentare al Ministro degli interni &#8211;  I militari dell’Arma sotto accusa per avere danneggiato la casa del boss Condello durante la cattura</title>
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		<pubDate>Fri, 11 Nov 2011 10:24:05 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Il 9 novembre 2011, alle ore 20.50 viene arrestato dopo 16 anni di latitanza Sebastiano Pelle, inserito nel Programma Speciale di Ricerca Latitanti di Massima Pericolosità (ex elenco dei 30), esponente di primo piano della ‘ndrangheta della cosca Pelle ’Gambazza’, operante in San Luca (RC) ed inquadrata nel Mandamento Jonico, e già condannato a 14 anni reclusione. Per la cattura è stato determinante il lavoro dei Carabinieri del Comando Provinciale di Reggio Calabria e del ROS, coordinati dalla Direzione Distrettuale Antimafia reggina. All’operazione hanno preso parte i Cacciatori dello Squadrone Eliportato di Vibo Valentia.<span id="more-21671"></span></p>
<p>Ma proprio ieri Angela Napoli, deputata del FLI e membro della Commissione Antimafia, ha presentato un’interrogazione parlamentare al Ministro Roberto Maroni sul provvedimento di ’risarcimento danni e azioni di rivalsa’ a carico delle forze dell’ordine che hanno arrestato, il 18 febbraio del 2008, Pasquale Condello, ‘U Supremu, esponente della ‘ndrangheta, latitante dal 1990.</p>
<p>Le forze dell’ordine in Calabria impegnano gran parte della loro attività nella ricerca e nella cattura dei latitanti. Che la criminalità sia il problema fondamentale nelle regioni meridionali è cosa risaputa, ma l’ipotesi che un rappresentante delle forze dell’ordine debba risarcire un boss ha dell’incredibile!</p>
<p>La questione riguarda i militari dell’Arma che hanno partecipato alla cattura del boss. Durante l’operazione pare sia stata danneggiata l’abitazione dell’esponente di una delle più potenti cosche della provincia di Reggio Calabria. Motivo per cui, il 21 dicembre 2009, dal Ministero dell’Interno, a opera del direttore del dipartimento della Pubblica sicurezza – ufficio per gli affari della polizia amministrativa e sociale, è partita una missiva indirizzata al Raggruppamento operativo speciale dei carabinieri – sezione anticrimine di Reggio Calabria-, che specificava nell’oggetto: “risarcimento danni e azione di rivalsa”.</p>
<p>Con la lettera si chiedeva conto dei dati dei carabinieri che hanno preso parte all’operazione di cattura del boss della ‘ndrangheta calabrese, proprio per valutare l’azione di rivalsa per i danni provocati alla casa del mammasantissima.</p>
<p>“L’interrogante – si legge nella nota – proprio nel precisare che il boss Condello era latitante da venti anni e che la sua cattura è avvenuta grazie alla capacità investigativa delle forze dell’ordine, trova davvero disarmante che i singoli militari, titolari dell’esemplare operazione vengano chiamati a risarcire personalmente i danni causati durante il blitz”.</p>
<p>La deputata di Fli, ha inoltre chiesto “quali urgenti iniziative intenda intraprendere al fine di non mortificare ulteriormente le forze dell’ordine e tutti quei militari che con dedizione e sacrificio si impegnano alla cattura dei latitanti e nella pericolosa lotta ai mafiosi”.</p>
<p>È utile ricordare che in Calabria l’azione delle forze dell’ordine è indispensabile per frenare la potenza e la violenza dei mafiosi e che, pertanto, i militari impegnati nella lotta alla criminalità dovrebbero essere incentivati anziché ’puniti’ per aver fatto il proprio lavoro.</p>
<p>Se da un lato il governo, negli ultimi anni, si è fatto vanto delle azioni antimafia intraprese in Calabria, con centinaia di arresti, dall’altro, non può limitare chi tutti i giorni è impegnato su un territorio davvero difficile.</p>
<p>Ma forse questa ’limitazione’ non è proprio un caso isolato. Anche alcuni agenti della DIA confermano che, da qualche anno, si vedono richiedere i danni provocati in azioni di prevenzione e repressione al sistema mafioso.</p>
<p>Quello che vorremmo sapere è se la lettera ha avuto un seguito ma soprattutto quale è la normativa a monte che permette di richiedere i danni ai singoli operatori. Il Ministero non ha forse una polizza assicurativa che copre i danni di simili attività?</p>
<p>Sono queste le ’singolarità’ che rendono il nostro sistema amministrativo un labirinto in cui ritrovare la via d’uscita se non impossibile è sicuramente difficile.</p>
<p>di: Laura Aprati &#8211; Angela Corica</p>
<p>da <a rel="external nofollow" target="_blank" href="http://www.lindro.it/Il-boss-arrestato-va-risarcito,4365#.Trz21PTAE9p">www.lindro.it</a></p>
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		<title>Cinque pentiti: così noi aiutiamo i politici &#8211; A Reggio Calabria s&#8217;indaga sull&#8217;appoggio mafioso ai candidati</title>
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		<pubDate>Fri, 04 Nov 2011 09:59:29 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>REGGIO CALABRIA &#8211; “Dottore, se io so dove abito, e per andare a casa devo passare da Botteghello, ma so che in quella zona ci sono i fuochi d’artificio, per tornare a casa cambio strada”. E’ il 9 settembre e a Reggio Calabria fa caldo. Nell’ufficio del pubblico ministero Giuseppe Lombardo,ancora di più. Soprattutto dopo [...]</p><p><a href="http://www.calabrianotizie.it">Calabria Notizie - Tutte le notizie sulla Calabria in Rss</a></p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>REGGIO CALABRIA &#8211; “Dottore, se io so dove abito, e per andare a casa devo passare da Botteghello, ma so che in quella zona ci sono i fuochi d’artificio, per tornare a casa cambio strada”. E’ il 9 settembre e a Reggio Calabria fa caldo. Nell’ufficio del pubblico ministero Giuseppe Lombardo,ancora di più. Soprattutto dopo le parole sussurrate dall’avvocato Lorenzo Gatto,difensore di buona parte del Gotha mafioso della città. Ha chiesto di entrare nella stanza, ma ha lasciato la porta aperta. L’avvocato non perde tempo in premesse. Prende sottobraccio il pm, lo porta in corridoio e continua a parlare. “Dottore lei sta dando fastidio, stia attento e quando fa un’inchiesta si faccia affiancare da un suo collega”.<span id="more-21590"></span> </p>
<p>Lombardo sta indagando sui rapporti tra boss e politica, la sua inchiesta “Meta” è ormai a processo e rischia di alzare il sipario sul livello alto delle collusioni. Mafia e politica, boss e zona grigia, anfratti finora scarsamente esplorati. </p>
<p>Insomma  un magistrato “non gradito”, un pm ad altissimo rischio. Stesso discorso di Gatto pochi giorni dopo, il 14 settembre durante la pausa di una udienza. Il compito di dare una lezione a Lombardo sarebbe stato affidato alle “famiglie” che controllano l’area dove vive il magistrato. </p>
<p>Sono ‘ndrine federate alle cosche che contano, De Stefano,Tegano. Alta mafia. Ma quello che più allarma è che si tratta di gruppi che hanno una forte di disponibilità di esplosivo da cave. Quando parliamo all’avvocato Gatto di questa storia si irrigidisce. “Scriva che io non ho attinto notizie da ambienti criminali,stimo il dottor Lombardo e gli ho voluto rappresentare solo  delle  mie semplici deduzioni, tutto qui”. </p>
<p>Dei colloqui e delle “deduzioni” del legale,il pm Lombardo ha fatto relazioni scritte al procuratore Giuseppe Pignatone, Gatto  è stato interrogato a fine settembre. Ma il 4 ottobre, le affettuose “deduzioni” hanno assunto la forma inquietante di un pacco bomba. Indirizzato al pm Lombardo,ovviamente. Un ordigno sofisticato fatto trovare sotto gli uffici della procura. Era incellofanato, dentro, in evidenza, la foto del giovane magistrato accompagnata da un bigliettino: “E’ tutto pronto per la festa”.</p>
<p>In piena estate,la procura antimafia reggina ha interdetto l’avvocato Gatto dalla professione per due mesi  accusandolo di essere “il postino” del boss Luciano Lo Giudice. Portava “i pizzini” del capintesta della ‘ndrina a suo fratello Antonino, che ad ottobre del 2010 si pente e “se la canta” sui rapporti della cosca con magistrati, avvocati, gente che conta. </p>
<p>Nino Lo Giudice racconta che si rivolgeva a Gatto, che i mafiosi chiamavano “Mastrolindo”, per avere informazioni su operazioni  di polizia, spesso imminenti, sempre supersegrete ma stranamente note in anticipo a certi ambienti. Quando a luglio gli perquisiscono lo studio, il legale avverte magistrati e poliziotti :”Attenti potreste trovare documenti coperti dal segreto di Stato”. </p>
<p>Quei documenti, però, non sono stati ancora trovati. Si scava nei computer sequestrati e nei file cancellati. Misteri di Reggio, città avvolta dalle nebbie e dai veleni. Qui sta succedendo qualcosa di grosso. Lo dicono le 200 intercettazioni preventive che da mesi stanno mettendo sotto osservazione i telefoni dell’area grigia, si sussurra di imminenti operazioni sulla ‘ndrangheta al Nord che piomberebbero anche sulla politica reggina. </p>
<p>Ancora misteri, perché a Reggio,come ha detto un esperto di rango, il mafioso Roberto Moio, “la ‘ndrangheta è la politica e la politica è la ‘ndrangheta”. E Moio, pentito dal 29 settembre 2010, di nomi di politici ne ha fatti. E’ uomo di ‘ndrangheta da quando aveva 17 anni, sa delle guerre di mafia ed è imparentato con la figlia Tegano. </p>
<p>“Con la politica- dice interrogato in un processo d’Appello il 19 ottobre- abbiamo sempre avuto ottimi rapporti. Abbiamo raccolto sempre voti, ogni periodo i miei zii (i boss Tegano,ndr) candidavano qualcuno. Abbiamo sempre aiutato i politici, la maggior parte di destra, ma ultimamente De Gaetano (Nino, eletto in Rifondazione al Consiglio regionale, ora in predicato di passare al Pd, ndr)…”. </p>
<p>“In tanti- continua- salivano spesso in via Corvo, ad Archi (il quartiere generale di Tegano,ndr). Gigi Meduri (ex parlamentare Margherita,ndr), Renato Meduri, dottori&#8230;abbiamo sempre votato per il Sindaco Scopelliti, attraverso Peppe Agliano (ex Assessore al bilancio del Comune,ndr)&#8230;”</p>
<p>Peppe Scopelliti, golden boy del Pdl e governatore supervotato della Regione, è l’uomo forte della politica calabrese. Con Moio sono ben cinque gli ex mafiosi pentiti che fanno mettere a verbale di avergli dato sostegno elettorale. </p>
<p>Nino Lo Giudice il 7 dicembre 2010: “Gli abbiamo dato i voti io e la mia famiglia”. Giovanbattista Fragapane, ex killer dei De Stefano,pentito dal 2004 :”Alle elezioni sentivo sempre il nome di Scopelliti”. Nino Fiume, imparentato con i De Stefano e collaboratore di giustizia: “Ero amico del sindaco, lo conosco da quando l’ho appoggiato politicamente”. Paolo Iannò, ex braccio destro del “Supremo” Pasquale Condello: ”In relazione a Giuseppe Scopelliti si diceva che era appoggiato dalla ‘ndrangheta già da quando ero latitante”. </p>
<p>Parole di pentiti che vagano di inchiesta in inchiesta, bollate come menzogne dal governatore che annuncia reazioni e querele. E invita sempre ad avere fiducia nella magistratura. ”Ma una fiducia selettiva”.</p>
<p>Brutto clima in riva allo stretto. Dottore, si sente tranquillo? La domanda è rivolta a Salvatore Di Landro. E’ il procuratore generale che ha avuto il torto di rimettere ordine in quello che tutti in città chiamano “l’ufficio sconti”. Gli hanno messo due bombe, una il 3 gennaio 2010 sotto il suo ufficio, un’altra, il 25 agosto, l’hanno piazzata sotto casa sua. </p>
<p>“Non mi sento assolutamente tranquillo. Le indagini non sono venute a capo di niente e ancora oggi non conosciamo movente e mandanti di quegli attentati. Se la ‘ndrangheta è una struttura verticistica e unitaria, i Lo Giudice da chi hanno avuto il via libera alla strategia della tensione?”. La domanda è ancora senza risposta.</p>
<p>di Enrico Fierro</p>
<p>da Il Fatto Quotidiano</p>
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		<title>Imputato di omicidio della convivente Lea Garofalo Carlo Cosco viene ammesso al gratuito patrocinio &#8211; La donna sarebbe stata sequestrata, uccisa con un colpo di pistola e sciolta nell&#8217;acido</title>
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		<pubDate>Mon, 31 Oct 2011 08:57:03 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>CROTONE &#8211; Carlo Cosco, il 41enne di Petilia Policastro, accusato di aver ucciso e sciolto nell&#8217;acido la ex convivente Lea Garofalo, è stato ammesso al gratuito patrocinio. Sarà difeso da Daniele Sussman Steinberg, noto avvocato milanese, scelto dallo stesso Cosco, ma pagato con i soldi pubblici. Difatti, per essere ammessi al gratuito patrocinio, l&#8217;ultimo reddito annuo dichiarato non può superare i 10.628,16 euro e Carlo Cosco, nella sua istanza accompagnata da una autocertificazione ha scritto che lavorava come buttafuori nelle discoteche e che aveva un reddito esiguo.<span id="more-21555"></span> </p>
<p>Il presidente della Corte d&#8217;Assise di Milano, Filippo Grisolia, dove lo scorso 6 luglio si è aperto il processo a carico di Carlo Cosco ed altri cinque imputati, ha accolto questa richiesta ed ha ammesso lo stesso al gratuito patrocinio, mentre i due suoi fratelli, Vito e Giuseppe, anch&#8217;essi imputati nello stesso processo, pagheranno di tasca propria due avvocati a testa.</p>
<p>Il problema, precisano gli avvocati Enza Rando ed Ilaria Ramoni, difensori di Denise Cosco, figlia di Carlo e di Lea, è che nell&#8217;accusa è caduta l&#8217;aggravante mafiosa, altrimenti l&#8217;imputato non avrebbe potuto ottenere il gratuito patrocinio. Eliminato il reato di associazione mafiosa, Carlo Cosco è stato rinviato a giudizio per omicidio premeditato e occultamento di cadavere, ma non per motivazioni legate alle rivelazioni della 36enne Lea Garofalo sui traffici del clan Cosco, bensì per ragioni familiari dovute alle continue liti con la moglie. Insomma, un omicidio normale, di tipo passionale.</p>
<p>Lea aveva intrattenuto un periodo di collaborazione con la giustizia dal luglio del 2002 al 6 aprile 2009, ed alla fine di quello stesso mese aveva deciso di abbandonare Cosco per restare da sola con la figlia Denise a Campobasso. Lea e Denise, provenienti da Firenze, erano giunte a Milano il 20 novembre del 2009 per passare alcuni giorni in città in compagnia di Carlo Cosco, al fine di discutere l&#8217;intenzione di Denise di trasferirsi nel capoluogo lombardo. </p>
<p>Le due donne sarebbero dovute ripartire la sera del 24 novembre. Quella sera, Denise racconta di essere stata accompagnata dal padre, Carlo Cosco, presso l&#8217;abitazione del fratello di questi, Giuseppe detto Smith verso le 18,30 circa e di avere passato la serata in compagnia della zia e dei cugini fino alle 21 circa, quando il padre aveva fatto ritorno per accompagnarla, insieme alla madre, alla stazione ferroviaria, da dove le due donne sarebbero dovute ripartire alle 23 per far ritorno in Calabria. </p>
<p>Ma lì Lea non c&#8217;era e quel treno è partito senza di loro. Lea, intanto, come testimoniano le telecamere di corso Sempione, era stata prelevata dalla Chrysler Voyager di Carlo Cosco alle 18,39 di quella sera, dopo di che di lei si sono perse le tracce. </p>
<p>Nell&#8217;ottobre del 2010 il gip di Milano, Giuseppe Gennari, esaminata la richiesta del pm, ordina l&#8217;arresto di sei persone, Carlo Cosco, 41 anni, di Petilia Policastro, Giuseppe Cosco detto Smith, 47 anni, di Petilia Policastro, Vito Cosco detto Sergio, 42 anni, di Petilia Policastro, Rosario Curcio, 35 anni, di Petilia Policastro, Massimo Sabatino, 38 anni, di Pagani, Carmine Venturino, 33 anni, di Petilia Policastro. </p>
<p>Ai sei viene contestata la morte di Lea Garofalo. In particolare Carlo Cosco avrebbe predisposto e organizzato l&#8217;agguato diretto a sequestrare, interrogare ed uccidere la vittima; Massimo Sabatino e Carmine Venturino avrebbero sequestrato la vittima e l&#8217;avrebbero consegnata a Vito Cosco ed a Giuseppe Cosco, i quali l&#8217;avrebbero interrogata e poi uccisa con un colpo di pistola.</p>
<p>di Carmelo Colosimo</p>
<p>da La Gazzetta del Sud</p>
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		<title>Marlane, processo troppo lento</title>
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		<pubDate>Thu, 27 Oct 2011 08:18:05 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>PRAIA A MARE (CS) &#8211; Madre Natura può attendere invano. Per la salute e la vita di operai e cittadini ci sono poche speranza di giustizia in Calabria. Certi processi forse non si celebreranno mai. Come quello che si tiene nel tribunale di Paola per la morte di oltre cinquanta operai della Marlane di Praia a Mare, in provincia di Cosenza. Altrettanti sono ancora in vita, ma malati di tumore. Uno è deceduto l&#8217;8 ottobre scorso. Imputati sono 13 ex dirigenti della fabbrica tessile del gruppo Marzotto, accusati a vario titolo di omicidio colposo plurimo, lesioni colpose e disastro ambientale.<span id="more-21515"></span> </p>
<p>Sarebbe stato omesso il controllo della sicurezza. Alcuni di loro non avrebbero fornito ai lavoratori dispositivi di protezione e a vario titolo non avrebbero vigilato sull&#8217;utilizzo degli stessi. Le parti civili hanno chiesto la modifica del capo d&#8217;imputazione in omicidio volontario con dolo eventuale. </p>
<p>A sette mesi dall&#8217;inizio, siamo già al terzo rinvio. L&#8217;ultimo il 7 ottobre scorso, perché il legale di uno degli imputati ha sostenuto di essere impegnato in un altro procedimento a Roma. Il pm non s&#8217;è opposto al rinvio. </p>
<p><strong>Veleni di Calabria</strong></p>
<p>Ecco perché associazioni, comitati e familiari delle vittime si sono dati nuovamente appuntamento per un sit-in da tenere il prossimo 28 ottobre davanti al tribunale di Paola. Chiedono a gran voce la partecipazione solidale di tutti i calabresi. Ma in provincia di Cosenza la vicenda Marlane non è l&#8217;unico caso di giustizia balbuziente. </p>
<p>Sinora nessuna delle piaghe inferte è stata curata a fondo dall&#8217;azione di magistrati e inquirenti. Nella piana di Sibari, al di là dei facili trionfalismi della procura di Castrovillari, sono state solo in parte rimosse le scorie industriali provenienti dall&#8217;ex Pertusola sud di Crotone, gruppo Eni. Un quantitativo imprecisato di ferriti di zinco rimane ancora nei terreni non monitorati, sotto agrumeti e pescheti. </p>
<p>Neanche del fiume Oliva, nei pressi di Amantea, si parla più, perlomeno da quando la vicenda delle navi dei veleni è passata di moda. Di fatto, dal tribunale di Paola non è ancora emersa una spiegazione chiara e definitiva in merito alle cause degli elevati livelli di radioattività riscontrati nell&#8217;area. Si sa solo che nell&#8217;alveo del fiume sono stati rinvenuti 100mila metri cubi di rifiuti industriali. Mistero sulla loro provenienza. </p>
<p>L&#8217;elettrodotto Laino-Rizziconi, di proprietà della multinazionale Terna, è rimasto piantato lassù, a poca distanza dai tetti delle case, nonostante le proteste degli abitanti di Montalto Uffugo e dintorni. </p>
<p>Per il prossimo 31 ottobre torneranno a scendere in piazza, in occasione del rituale e carnascialesco &#8220;compleanno dell&#8217;elettrodotto&#8221;. In attesa di eventi nuovi è anche l&#8217;inchiesta sull&#8217;eolico, avviata attorno a una presunta maxi-tangente versata a funzionari e politici della Regione Calabria per l&#8217;avviamento di una centrale eolica a Isola di Capo Rizzuto, vicino Crotone. </p>
<p>Nel luglio scorso è stata richiesta e concessa un&#8217;ulteriore proroga per chiudere le indagini su 20 dei 34 indiziati di reati che vanno dall&#8217;associazione per delinquere, alla corruzione per atti contrari ai doveri d&#8217;ufficio. Tra le persone per le quali si rendono necessari altri mesi d&#8217;investigazioni, risaltano i nomi di Nicola Adamo e Diego Tommasi, all&#8217;epoca dei fatti contestati, componenti della giunta regionale, rispettivamente assessore all&#8217;Attività produttiva e assessore all&#8217;Ambiente. </p>
<p>Infine, dopo i temporanei sequestri, sono state quasi tutte riaperte le discariche autorizzate disseminate ovunque, nel territorio calabrese. Per la fine del commissariamento all&#8217;emergenza rifiuti, la rete &#8220;Franco Nisticò&#8221; lancia la manifestazione del prossimo 12 novembre. A Crotone, città simbolo della Calabria violentata dalla distopia di uno sviluppo industriale impossibile.</p>
<p>di Claudio Dionesalvi </p>
<p>da <a rel="external nofollow" target="_blank" href="http://www.ilmanifesto.it/area-abbonati/ricerca/nocache/1/manip2pg/03/manip2pz/312066/manip2r1/Calabria/">ilmanifesto.it</a></p>
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		<title>&#8220;Crimine&#8221;, chiesti 1667 anni di carcere &#8211; Il pm Nicola Gratteri ha concluso la requisitoria nel troncone degli abbreviati del processo nato dalla maxi operazione del luglio dello scorso anno &#8211; Due sole assoluzioni e 118 condanne. Massimo della pena per Domenico Oppedisano e altri 15 imputati</title>
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		<pubDate>Tue, 25 Oct 2011 09:11:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>CalabriaNotizie</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>REGGIO CALABRIA &#8211; Una caterva di anni di carcere. Ben 1667. Li ha chiesti il procuratore aggiunto Nicola Gratteri per 118 dei 120 imputati del processo celebrato col rito abbreviato scaturito dall&#8217;operazione &#8220;Crimine&#8221;, la stessa che nel luglio dello scorso anno, tra Calabria e Lombardia, aveva portato in carcere oltre 300 persone accusate di far [...]</p><p><a href="http://www.calabrianotizie.it">Calabria Notizie - Tutte le notizie sulla Calabria in Rss</a></p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>REGGIO CALABRIA &#8211; Una caterva di anni di carcere. Ben 1667. Li ha chiesti il procuratore aggiunto Nicola Gratteri per 118 dei 120 imputati del processo celebrato col rito abbreviato scaturito dall&#8217;operazione &#8220;Crimine&#8221;, la stessa che nel luglio dello scorso anno, tra Calabria e Lombardia, aveva portato in carcere oltre 300 persone accusate di far parte della &#8216;ndrangheta. Gratteri, ieri mattina, ha concluso la requisitoria sviluppata nell&#8217;arco di ben otto udienze celebrate nell&#8217;aula bunker di viale Calabria, davanti al gup Giuseppe Minutoli, con gli interventi di altri quattro magistrati della Dda<span id="more-21484"></span>: l&#8217;aggiunto Michele Prestipino, i sostituti Maria Luisa Miranda, Antonio De Bernardo e Giovanni Musarò. </p>
<p>Al termine del suo intervento Gratteri ha chiesto le assoluzioni di Michele e Vincenzo Archinà, di 34 e 35 anni, di Siderno. Le condanne richieste variano da 4 a 20 anni con la contestazione dell&#8217;aggravante della transnazionalità dei reati. Per Domenico Oppedisano, 81 anni, accusato di essere il &#8220;capo crimine&#8221; della riunione di &#8216;ndrangheta che si tiene a Polsi, il pm ha chiesto venti anni di carcere. </p>
<p>Analoga richiesta per altri 15 imputati: Mario Gaetano Agostino (67), di Carpanzano (Cosenza); Rocco Aquino (51), di Marina di Gioiosa Jonica; Isidoro Cosimo Callà (53), di Mammola; Giuseppe Commisso (65), di Siderno; Nicola Gattuso (46), di Reggio Calabria; Bruno Gioffrè (50), di San Luca; Remingo Iamonte (53), di Melito Porto Salvo; Rocco Lamari (46), di Laureana di Borrello; Cosimo Giuseppe Leuzzi (57), di Stignano; Vincenzo Longo (48), di Polistena; Filiberto Maisano (79), di Palizzi; Giuseppe Marvelli (58) di Careri; Paolo Meduri (80), di Reggio Calabria; Bruno Nesci (60), di San Pietro di Caridà; Giuseppe Trapani (60), di Roghudi.</p>
<p>«Sicuramente – ha detto in apertura Gratteri rivolto al gup Minutoli – siamo impegnati in un procedimento importante. Lei come giudice, noi pm, gli avvocati e gli imputati. Tutti insieme faremo parte della storia giudiziaria. La sentenza di questo processo sarà, comunque, studiata in modo particolare, sarà importante dal punto di vista giudiziario, storico, sociologico, antropologico».</p>
<p>Il magistrato della Dda reggina ha analizzato il fenomeno &#8216;ndrangheta attraverso le sentenze che ne hanno certificato la presenza e l&#8217;evoluzione, in particolare quelle del processo per &#8220;il summit di Montalto&#8221;, tenuto sul finire degli anni Sessanta nel cuore dell&#8217;Aspromonte, e alla mafia delle tre province. «Nel summit – ha ricordato – si discusse di strategie. E si affermò l&#8217;unitarietà della &#8216;ndrangheta e a dirlo fu un patriarca della &#8216;ndrangheta, Peppe Zappia di San Martino di Taurianova. </p>
<p>Mentre capi locale e loro rappresentanti erano sistemati, a circolo formato, in seduta solenne, Zappia, per superare attriti e frizioni, prese la parola e disse citando tre &#8220;mammasantissima&#8221; dell&#8217;organizzazione: &#8220;Qui non c&#8217;è &#8216;ndrangheta di Mico Tripodo, non c&#8217;è &#8216;ndrangheta di &#8216;Ntoni Macrì, non c&#8217;è &#8216;ndrangheta di Peppe Nirta. si deve essere tutti uniti, chi vuole stare sta e chi non vuole se ne va!&#8221;. </p>
<p>È il caso di ricordare che quella discussione verteva sull&#8217;opportunità di unificare l&#8217;organizzazione per assicurare maggiore efficienza ai gruppi di malavita facenti capo a Tripodo, Macrì e Nirta, accompagnata dall&#8217;esigenza del rispetto della tradizione in ordine al luogo dell&#8217;assemblea annuale, luogo che doveva continuare a essere scelto nella zona del Santuario di Polsi, anche se era opportuno spostare la data». Dal &#8220;capo crimine&#8221; di ieri al &#8220;capo crimine&#8221; di oggi. </p>
<p>Dopo aver parlato di Peppe Zappia, il pm ha fatto riferimento a Domenico &#8220;Mico&#8221; Oppedisano: «Non è il più potente – ha spiegato –, la sua nomina è il frutto di un compromesso, dopo la morte del boss di San Luca, &#8216;Ntoni Pelle &#8220;Gambazza&#8221;. Un compromesso tra &#8216;ndrangheta jonica e &#8216;ndrangheta della piana, e come in tutti i compromessi non si sceglie mai il migliore. </p>
<p>Ma Oppedisano non è il povero vecchio, morto di fame che si vuol fare apparire. Ha una storia antica, antichissima di &#8216;ndrangheta. Lui era di casa alle riunioni di Polsi sin da giovane, come evidenziato nel rapporto a firma di un grande ufficiale dei Carabinieri, l&#8217;allora capitano Vincelli, oggi generale. Naturalmente Oppedisano, come scritto nel rapporto, non era da solo, era in buona compagnia, anche con attuali imputati, o con &#8216;ndranghetisti di rango uccisi nel corso degli anni». </p>
<p>L&#8217;udienza di &#8220;Crimine&#8221; stata aggiornata a venerdì quando cominceranno gli interventi dei difensori. La sentenza è prevista per gennaio.</p>
<p>di Paolo Toscano</p>
<p>da Gazzetta del sud</p>
<p><a href="http://www.calabrianotizie.it">Calabria Notizie</a></p><p><a href="http://www.calabrianotizie.it">Calabria Notizie - Tutte le notizie sulla Calabria in Rss</a></p>]]></content:encoded>
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		<title>De Magistris, testimonianza sul caso Why Not rimandata a novembre. Imputato anche Galati &#8211; Un&#8217;eccezione del pm fa saltare l&#8217;audizione al Tribunale di Salerno: il sindaco di Napoli &#8220;va sentito come imputato di altro reato&#8221; in relazione alla vicenda Genchi &#8211; Tra i presunti membri della &#8220;cricca&#8221; finita sotto processo c&#8217;è il nuovo sottosegretario nominato da Berlusconi</title>
		<link>http://www.calabrianotizie.it/2011/10/18/magistris-testimonianza-sul-caso-why-not-rimandata-novembre-imputato-anche-galati-uneccezione-del-saltare-laudizione-tribunale-salerno-sindaco-napoli-sentito-come/</link>
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		<pubDate>Tue, 18 Oct 2011 08:08:50 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>SALERNO &#8211; E’ slittata al 19 novembre la testimonianza di Luigi de Magistris nell’ambito del processo in corso a Salerno che vede imputati magistrati, politici e professionisti calabresi accusati a vario titolo di corruzione in atti giudiziari, corruzione e falso ideologico, per avergli scippato nel 2007 le indagini Why Not e Poseidone quando era pm [...]</p><p><a href="http://www.calabrianotizie.it">Calabria Notizie - Tutte le notizie sulla Calabria in Rss</a></p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>SALERNO &#8211; E’ slittata al 19 novembre la testimonianza di Luigi de Magistris nell’ambito del processo in corso a Salerno che vede imputati magistrati, politici e professionisti calabresi accusati a vario titolo di corruzione in atti giudiziari, corruzione e falso ideologico, per avergli scippato nel 2007 le indagini Why Not e Poseidone quando era pm a Catanzaro. L’attuale sindaco di Napoli si è costituito parte civile e avrebbe dovuto iniziato a deporre la mattina di lunedì 17 ottobre.<span id="more-21431"></span> </p>
<p>L’udienza però si è interamente consumata nell’affrontare una questione procedurale sollevata dal pm Rocco Alfano, che ha chiesto e ottenuto dalla prima sezione del Tribunale presieduta dal giudice De Luca di ascoltare de Magistris come testimone assistito dall’avvocato. </p>
<p>L’ex europarlamentare di Idv è infatti “imputato di reato collegato a quello per cui si procede”, perché destinatario di una richiesta di rinvio a giudizio davanti al Gup di Roma insieme al consulente informatico Gioacchino Genchi per la presunta illecita acquisizione dei tabulati di alcuni parlamentari, tra cui Prodi, Mastella e Rutelli, durante le indagini di ‘Why Not’. </p>
<p>In teoria il ‘testimone assistito’ potrebbe avvalersi della facoltà di non rispondere. “Ma non è mia intenzione, voglio parlare, è nel mio interesse” ha ribadito de Magistris in Tribunale.</p>
<p>Sono sette gli imputati, tra i quali l’ex procuratore generale facente funzioni di Catanzaro Dolcino Favi, il procuratore aggiunto Salvatore Murone, l’imprenditore Antonio Saladino, i parlamentari del Pdl Giancarlo Pittelli e Giuseppe Galati, quest’ultimo nominato il 14 ottobre sottosegretario all’Istruzione poche ore dopo il voto di fiducia al governo Berlusconi. </p>
<p>Dal processo è stata stralciata la posizione del procuratore di capo di Catanzaro all’epoca dei fatti, Mariano Lombardi, deceduto pochi mesi fa. Il figlio della sua compagna (sono imputati entrambi) è diventato socio di Pittelli in una società di servizi legali e immobiliari, e avrebbe ottenuto anche incarichi al ministero delle Attività Produttive grazie ai decreti dell’allora sottosegretario Galati, in quel periodo esponente dell’Udc. </p>
<p>Galati e Pittella erano entrambi indagati da de Magistris. Secondo l’accusa formulata dalla Procura di Salerno, dietro la sottrazione dei fascicoli sui sprechi e sulle malversazioni dei finanziamenti europei e dei fondi dell’emergenza ambientale calabrese, e sul sistema delle assunzioni clientelari nelle società foraggiate dalla Regione Calabria, c’era un grumo di interessi personali e familiari dei magistrati legati ai politici indagati.</p>
<p>“Questo processo fa riemergere vicende di scottante attualità – commenta de Magistris a margine dell’udienza – in questi giorni ho letto che Arcibaldo Miller si astiene dalle ispezioni ministeriali alla Procura di Napoli perché conosce i magistrati napoletani. Ma conosceva anche me, siamo stati pm insieme a Napoli, eppure nel 2007 non si astenne quando fui sottoposto a ispezione tra la revoca di Poseidone e l’avocazione di Why Not. </p>
<p>Un’ispezione scattata subito dopo la perquisizione da me disposta su Luigi Bisignani. All’epoca ero solo, non c’era quella solidarietà che per fortuna oggi accompagna le inchieste di altri magistrati. Il tempo è galantuomo e i fatti mi stanno dando ragione, sono contento di essermi costituito parte civile per fatti molto gravi che hanno sconvolto la mia vita dal punto di vista umano, professionale, morale e istituzionale. </p>
<p>Ho molta fiducia nella giustizia e nell’accertamento dei fatti. Io – conclude l’ex pm – la toga l’avrei indossata tutta la vita, ora la tengo dentro di me”.</p>
<p>di Vincenzo Iurillo</p>
<p>da <a rel="external nofollow" target="_blank" href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/10/17/de-magistris-testimonianza-sul-caso-why-not-rimandata-a-novembre-imputato-anche-galati/164410/">ilfattoquotidiano.it</a></p>
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		<title>&#8220;ReggioNonTace&#8221; chiama gli onesti &#8211; Dopo il corteo di solidarietà al pm Lombardo il movimento fa appello alla mobilitazione delle coscienze &#8211; Padre Ladiana: «Non è la paura il nostro orizzonte, ma la vita condivisa»</title>
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		<pubDate>Tue, 11 Oct 2011 08:53:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>CalabriaNotizie</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>REGGIO CALABRIA &#8211; Reggio non tace e fa la conta. Per segnare un preciso spartiacque tra quanti la solidarietà la esercitano solo a parole e quanti invece si spendono sempre in prima persona. Da ciò discende la particolare forma assunta dalla nuova mobilitazione pensata dal movimento antimafia &#8220;ReggioNonTace&#8221; in sostegno del pm Giuseppe Lombardo, oggetto [...]</p><p><a href="http://www.calabrianotizie.it">Calabria Notizie - Tutte le notizie sulla Calabria in Rss</a></p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>REGGIO CALABRIA &#8211; Reggio non tace e fa la conta. Per segnare un preciso spartiacque tra quanti la solidarietà la esercitano solo a parole e quanti invece si spendono sempre in prima persona. Da ciò discende la particolare forma assunta dalla nuova mobilitazione pensata dal movimento antimafia &#8220;ReggioNonTace&#8221; in sostegno del pm Giuseppe Lombardo, oggetto qualche giorno fa dell&#8217;ennesimo (il quarto in poco meno di due anni) gesto intimidatorio. Una catena umana lanciata da piazza Duomo ha attraversato il corso Garibaldi per concludersi sulle scalinate del teatro &#8220;Cilea&#8221;.<span id="more-21366"></span> </p>
<p>Un&#8217;iniziativa che ha fatto emergere grande impegno, nonostante le condizioni atmosferiche turbate da un violento nubifragio. Una manifestazione scaturita oltre che dalla voglia di esprimere vicinanza al pm Lombardo e più in generale a tutta la Procura reggina, anche dall&#8217;esigenza di rilanciare il fronte dell&#8217;azione civile condotta da &#8220;ReggioNonTace&#8221; e da tutte le altre realtà associative che condividono questo percorso.</p>
<p>Di diverso stavolta c&#8217;è il peso della minaccia avanzata dalla &#8216;ndrangheta che a detta del gesuita padre Giovanni Ladiana, uno dei principali punti di riferimento di &#8220;ReggioNonTace&#8221;, «costituisce un gesto di estrema gravità perché rivolto in maniera inequivocabile contro una persona che sta svolgendo un lavoro delicatissimo. Il tutto peraltro, è avvenuto sotto il naso della sicurezza a testimonianza che si tratta di una vera e propria sfida. </p>
<p>Non accorgersi di quanto sta avvenendo è molto sbagliato, per questo il &#8220;contiamoci&#8221; lanciato con la nostra iniziativa punta a misurare la nostra capacità di resistere. E noi resisteremo più a lungo rispetto ai gesti della criminalità organizzata. In questa direzione ci rivolgiamo anche ai mezzi d&#8217;informazione che su questa battaglia dovrebbero dedicare spazio militante in grado di mostrare che nella società civile c&#8217;è chi non si sta arrendendo».</p>
<p>In una terra «dove i problemi si presentano in forme acute e destabilizzanti, dove la criminalità ferisce il tessuto sociale, dove si ha la continua sensazione di essere in emergenza», come ricordato anche da Benedetto XVI in visita in Calabria, «un gruppo di persone – ha aggiunto Giuseppe Licordari, esponente di &#8220;ReggioNonTace&#8221; – certamente non i migliori, non i più titolati, ha voluto ribadire alzando la testa e la voce che non è possibile restare schiavi della paura e del silenzio di fronte a chi crede di dominare la vita di tutti. In questa terra è possibile resistere al potere della &#8216;ndrangheta invitando tutti a non chiudersi in casa a coltivare il proprio orticello, ma uscire testimoniando che non è la paura il nostro orizzonte, ma la vita condivisa in cui non c&#8217;è posto per chi opprime l&#8217;altro».</p>
<p>Il percorso di risveglio della coscienza civile richiede gradualità, necessario quindi secondo un altro rappresentante di &#8220;ReggioNonTace&#8221;, Salvatore Miceli, «chiedere una maggiore e migliore presenza a quanti in città, impegnati in vari contesti, dovrebbero forse uscire più chiaramente con esplicite prese di posizione e un modo diverso di stare tra la gente. </p>
<p>L&#8217;intensificarsi delle azioni criminali ci convince che è necessario fare di più, per questo ci rivolgiamo a tutte le massime istituzioni politiche e religiose e a tutta la collettività, per essere sempre più presenti in prima persona lavorando per ampliare il coinvolgimento della gente facendo capire che tutto ciò non è inutile».</p>
<p>di Luigi De Angelis</p>
<p>da <a rel="external nofollow" target="_blank" href="http://www.gazzettadelsud.it/NotiziaArchivio.aspx?art=141009&#038;Edizione=7&#038;A=20111011">gazzettadelsud.it</a></p>
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		<title>Operazione Recupero, chiusa l&#8217;inchiesta che ha sconvolto Siderno &#8211; Settanta indagati raggiunti dalle notifiche di legge: hanno 20 giorni per produrre documenti o chiedere nuovi interrogatori &#8211; Rischiano il processo i presunti uomini del &#8220;mastro&#8221; Commisso. Tra loro anche l&#8217;ex sindaco Figliomeni</title>
		<link>http://www.calabrianotizie.it/2011/10/07/operazione-recupero-chiusa-linchiesta-che-sconvolto-siderno-settanta-indagati-raggiunti-dalle-notifiche-legge-hanno-giorni-per-produrre-documenti-chiedere-nuovi-interrogatori-rischi/</link>
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		<pubDate>Fri, 07 Oct 2011 09:10:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>CalabriaNotizie</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>LOCRI (RC) &#8211; Notificata ai settanta indagati, e al nutrito collegio di difesa, la chiusura delle indagini preliminari relative all&#8217;operazione &#8220;Recupero&#8221; o &#8220;Bene Comune&#8221;, eseguita nei confronti di presunti organizzatori, promotori ed affiliati alla cosca Commisso di Siderno il 14 dicembre dello scorso anno dalla Polizia di Stato, in particolare il Commissariato di Siderno, e [...]</p><p><a href="http://www.calabrianotizie.it">Calabria Notizie - Tutte le notizie sulla Calabria in Rss</a></p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>LOCRI (RC) &#8211; Notificata ai settanta indagati, e al nutrito collegio di difesa, la chiusura delle indagini preliminari relative all&#8217;operazione &#8220;Recupero&#8221; o &#8220;Bene Comune&#8221;, eseguita nei confronti di presunti organizzatori, promotori ed affiliati alla cosca Commisso di Siderno il 14 dicembre dello scorso anno dalla Polizia di Stato, in particolare il Commissariato di Siderno, e dall&#8217;Arma Carabinieri di Reggio Calabria e del Gruppo territoriale di Locri. L&#8217;inchiesta è stata coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia guidata dal procuratore Giuseppe Pignatone, dall&#8217;aggiunto Nicola Gratteri, e dal sostituto Antonio De Bernardo.<span id="more-21338"></span></p>
<p>Gli indagati sono ritenuti a vario titolo responsabili – unitamente al boss Giuseppe Commisso, alias &#8220;u mastro&#8221;, 65 anni, nei confronti del quale si procede separatamente nell&#8217;ambito dell&#8217;operazione &#8220;Crimine&#8221; – di appartenere a un&#8217;associazione per delinquere di tipo mafioso, operante a Siderno e zone limitrofe, nonché oltre i confini nazionali, in Canada, nella città di Toronto. </p>
<p>La consorteria della &#8216;ndrangheta sarebbe stata organizzata in diversi gruppi tra loro collegati, e finalizzata al controllo mafioso del territorio e alla commissione di una serie indeterminata di delitti tra cui estorsioni, danneggiamenti delitti contro la persona, (quali gli omicidi di Salvatore Salerno, Agostino Salerno e Rocco Alì e il tentato omicidio di Vincenzo Salerno), intestazione fittizia di attività economiche a prestanome, riciclaggio, traffico di sostanze stupefacenti, nonché all&#8217;acquisizione in via diretta o indiretta della gestione o del controllo di attività economiche, all&#8217;ingerenza nella vita politica locale e al conseguimento di profitti e vantaggi ingiusti.</p>
<p>Secondo gli inquirenti avrebbero svolto un ruolo apicale nel clan: Antonio Commisso (cl. 25), detto &#8220;u quagghia&#8221;, Antonio Commisso (cl. 56), alias &#8220;u fugghiu dell&#8217;avvocato&#8221; o &#8220;l&#8217;avvocato&#8221;, Francesco Commisso, (cl. 48) detto &#8220;Ciccio i Grazia&#8221;, Giuseppe Commisso, alias &#8220;il mastro&#8221;, Antonio Figliomeni, detto &#8220;il topo&#8221;, Alessandro Figliomeni, all&#8217;epoca sindaco di Siderno, che, a vario titolo, avrebbero diretto e organizzato il clan Commisso, prendendo le decisioni più rilevanti, impartendo ruoli e disposizioni agli altri associati e risolvendo contrasti all&#8217;interno del sodalizio.</p>
<p>In particolare Giuseppe Commisso viene indicato quale capo e organizzatore dell&#8217;associazione, presunto esponente apicale della &#8220;provincia&#8221; con compiti di decisione, pianificazione e individuazione delle azioni e delle strategie; in particolare, dirigendo e organizzando il sodalizio, assumendo le decisioni più rilevanti, impartendo le disposizioni o comminando sanzioni agli altri associati a lui subordinati, decidendo e partecipando ai riti di affiliazione, curando rapporti con le altre articolazioni, dirimendo contrasti interni ed esterni al sodalizio e curando i rapporti con gli esponenti delle articolazioni settentrionali ed estere dell&#8217;organizzazione. Ruolo simile anche quello che sarebbe stato svolto dal fratello del &#8220;mastro&#8221;, Antonio Commisso &#8220;l&#8217;avvocato&#8221;, anche quando si trovava detenuto.</p>
<p>E la Dda reggina ha ipotizzato un ruolo di vertice anche peri Alessandro Figliomeni, ex primo cittadino di Siderno, ritenuto la &#8220;longa manus&#8221; della cosca nelle istituzioni locali. Il 55enne Figliomeni, attualmente recluso nel carcere di Parma, avrebbe ricoperto un ruolo apicale all&#8217;interno del sodalizio criminale rivestendo la carica di &#8220;santista&#8221;. </p>
<p>Un doppio ruolo, quello di Figliomeni, che per gli inquirenti sarebbe stato «politico di riferimento» per il sodalizio criminale a Siderno e a livello regionale, promuovendo anche in tale veste gli interessi della cosca e favorendo, anche nell&#8217;adozione di specifici provvedimenti, personaggi intranei o vicini al gruppo.</p>
<p>Gli indagati che rischiano il rinvio a giudizio, tramite i loro legali, hanno ora venti giorni dall&#8217;ultima notifica per richiedere un nuovo interrogatorio, nonché la possibilità di presentare memorie e produrre documenti relativi ai fatti contestati, anche provenienti da investigazioni difensive.</p>
<p>di Rocco Muscari</p>
<p>da <a rel="external nofollow" target="_blank" href="http://www.gazzettadelsud.it/NotiziaArchivio.aspx?art=139137&#038;Edizione=7&#038;A=20111007">gazzettadelsud.it</a></p>
<p><a href="http://www.calabrianotizie.it">Calabria Notizie</a></p><p><a href="http://www.calabrianotizie.it">Calabria Notizie - Tutte le notizie sulla Calabria in Rss</a></p>]]></content:encoded>
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		<title>Norma sulle intercettazioni, il Procuratore Gratteri: &#8220;Giusto conoscere ogni atto degli eletti a incarichi pubblici&#8221;</title>
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		<pubDate>Thu, 06 Oct 2011 12:20:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>CalabriaNotizie</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>ROMA &#8211; «È sbagliato mettere la sordina all&#8217; informazione. Fanno bene in America a pubblicare tutti gli atti relativi alla vita di chi è stato votato dagli elettoria ricoprire incarichi pubblici». Nicola Gratteri, procuratore aggiunto di Reggio Calabria, magistrato di trincea nella lotta alla &#8216; ndrangheta, boccia la legge bavaglio che vieta per anni la pubblicazione delle intercettazioni telefoniche. <span id="more-21330"></span></p>
<p><strong>Dottor Gratteri, si parla di diritto di cronaca differito: ciò significa privare l&#8217;opinione pubblica per molto tempo della facoltà di controllare chi governa?</strong> </p>
<p>«Per me i cittadini che votano hanno diritto a sapere tutto delle persone che dicono di lavorare per il bene del Paese. Ciò che vogliono proporre oggi c&#8217; era già nel Codice Rocco, era una restrizione che consentiva di tenere segrete notizie che riguardavano i governanti ad esempio dopo la strage di Bologna o durante il sequestro Moro. Si tratta dunque di un regresso storico del Paese in contrasto con quanto sostiene la Corte Europea del Diritto dell&#8217; Uomo secondo la quale, al contrario, i cittadini devono essere informati il più possibile sulla classe politica che li amministra». </p>
<p><strong>Cosa pensa a proposito della divulgazione (quando si potrà) di notizie di carattere privato e nel contempo estranee a obiettivi investigativi?</strong> </p>
<p>«Le notizie dei soggetti terzi che vengono casualmente intercettati, ma che nulla hanno a che fare con il reato, non devono essere pubblicate mai. Né rese note». </p>
<p><strong>Al di là del divieto per i giornalisti di pubblicare le intercettazioni in fase delle indagini preliminari, l&#8217;udienza-filtro è utile per le indagini o è un ostacolo?</strong> </p>
<p>«Chi ha proposto questa legge dimentica che la Cassazione di recente ha imposto a noi pm di consegnare tutte le intercettazioni agli indagati e ai loro avvocati al momento stesso dell&#8217; arresto. Venti giorni dopo che queste bobine sono state consegnate in un&#8217; indagine di mafia mediamentea una cinquantina di legali, dovrebbe esserci l&#8217; udienza filtro nella quale in quella delicata fase preliminare si dovrebbe già decidere quale intercettazione sia utile per sostenere la condannae quali per la difesa. Arriviamo alla follia, stiamo parlando di aberrazioni giuridiche». </p>
<p><strong>Secondo lei l&#8217;udienza-filtro serve per raggiungere lo scopo di evitare che le conversazioni non utilizzabili restino nella cassaforte del pm?</strong> </p>
<p>«Se l&#8217;obiettivo è impedire che altri soggetti abbiano la disponibilità delle intercettazioni non utilizzabili, l&#8217;udienza-filtro non risolve questo problema. Che fine faranno infatti le copie integrali delle intercettazioni finite al momento dell&#8217; arresto nelle mani di quella cinquantina di legali? Come si comporteranno se qualche loro amico gliele chiederà in cambio di chissà che cosa? Quali sanzioni sono previste in caso di scambi?» </p>
<p><strong>Con la nuova legislazione, c&#8217;è il rischio che siano compromesse le indagini per mafia?</strong> </p>
<p>«Certo. Limitare l&#8217; uso delle intercettazioni ci impedisce di risalire all&#8217; organizzazione mafiosa attraverso il reato cosiddetto &#8220;fine&#8221; commesso da chi è ai margini dell&#8217; organizzazione criminale. Il boss non usa mai il telefono, a lui, o a chi lo favorisce, però, arriviamo attraverso i suoi affiliati di secondo o terzo livello». </p>
<p><strong>Ma ci possono essere altre vie investigative per sostituire le intercettazioni, nel caso la legge ve ne limiti l&#8217;uso?</strong> </p>
<p>«Purtroppo i tagli ai bilanci della Giustizia e delle Forze dell&#8217; Ordine ci impediscono di sostituire l&#8217; apporto investigativo degli ascolti telefonici e ambientali con pedinamenti o altre tecniche che richiedano l&#8217; impiego di molti uomini. Da 10 anni non si fanno assunzioni. E ciò comporta uno spaventoso scoperto di organico nelle polizie giudiziarie di cui nessuno parla». </p>
<p>di ALBERTO CUSTODERO</p>
<p>da <a rel="external nofollow" target="_blank" href="http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2011/10/06/giusto-conoscere-ogni-atto-degli-eletti-incarichi.html">repubblica.it</a></p>
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		<title>La rivincita di Luigi de Magistris: in Cassazione rivive l’inchiesta Why Not &#8211; Il presidente della Suprema Corte, Giovanni De Roberto, ha annullato la decisione del gup di Catanzaro e rinviato gli atti ad altro giudice per un nuovo giudizio. Riconosciuta l&#8217;esistenza dell&#8217;associazione per delinquere di cui facevano parte politici, amministratori e imprenditori</title>
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		<pubDate>Fri, 30 Sep 2011 06:18:32 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Il sindaco di Napoli ha altri problemi per la testa, ma può dirsi davvero soddisfatto perché sia pure con ritardo la giustizia gli ha dato ragione. Pochi giorni fa, il 21 settembre, è stata depositata presso la cancelleria della Cassazione una sentenza che annulla la decisione del gup di Catanzaro Abigail Mellace e rinvia gli atti ad altro giudice del tribunale di Catanzaro per un nuovo giudizio. Non parliamo di una sentenza qualunque, ma dell’inchiesta Why Not, la madre di tutte le inchieste che a dire, non soltanto di de Magistris, aveva sollevato il velo sul “comitato di affari” che dominava la città.<span id="more-21266"></span> </p>
<p>Ma soprattutto su un intreccio di politico-affaristico, con contorno di ambienti massonici e servizi deviati, che ha precorso inchieste come la P3 e P4 di Roma e Napoli. </p>
<p>Basti dire che nella prima fase dell’indagine compariva anche Luigi Bisignani, quale rappresentante della Ilte spa. L’inchiesta culminò il 18 giugno 2007 con 26 perquisizioni. Anche nello studio di Pietro Scarpellini, consulente “non pagato” della Presidenza del Consiglio.</p>
<p>Un ruolo centrale nella vicenda lo svolgeva l’imprenditore Antonio Saladino, presidente della Compagnia delle Opere della Calabria, uno che telefonava molto. Dai tabulati, ricostruiti da Gioacchino Genchi, risultò in contatto perfino con Romano Prodi (estraneo all’inchiesta). </p>
<p>De Magistris fu accusato di aver speso 9 milioni in intercettazioni telefoniche, agli atti non ce n’era neppure una. Frequenti però i contatti tra il ministro della Giustizia Clemente Mastella e Saladino: il Guardasigilli reagì chiedendo il trasferimento del pm e del capo della Procura Lombardi. Alla fine furono in due a doversi dimettere: De Magistris, costretto ad abbandonare l’indagine e poi la magistratura, ma anche Mastella, la cui decisione provocò la fine anticipata del governo Prodi.</p>
<p>Un terremoto politico-giudiziario, che oggi il presidente della Suprema Corte Giovanni De Roberto, rilegge in maniera totalmente diversa, riconoscendo l’esistenza di quell’associazione per delinquere, fortemente sostenuta da de Magistris e negata dal gup Mellace, di cui facevano parte politici, amministratori e imprenditori. </p>
<p>Tra questi gli assessori Ennio Morrione e Nicola Adamo del Pd. Sosteneva il gup che le condotte illecite “sono state poste in essere con l’accordo di pubblici funzionari, ma in virtù di singole intese”.Una sentenza che fece gridare al “flop investigativo” di de Magistris. </p>
<p>Il presidente De Roberto capovolge l’assunto: ”La ritenuta mancanza di ogni accordo o vincolo tra gli imputati “soggetti pubblici” non può portare alla negazione dell’esistenza dell’associazione, il legame associativo non va ricercato solo tra tali soggetti, ma tra questi, singolarmente considerati, e i rappresentanti delle società facenti capo al Saladino o ai suoi collaboratori”.</p>
<p>Può sembrare strano che il terremoto di Why Not, con le laceranti guerre tra le procure di Potenza, Salerno, Catanzaro e le sofferte decisioni del Csm, sia dovuto a un’inchiesta che si è conclusa con sole otto condanne. In realtà gli indagati erano 150, i rinviati a giudizio 34. </p>
<p>Fu il procuratore generale di Catanzaro, Dolcino Favi, a decapitare Why Not avocando a sé per presunta incompatibilità l’inchiesta. Il processo è ancora in corso. </p>
<p>Dice oggi il sindaco di Napoli, raggiunto telefonicamente da Il Fatto Quotidiano: “La decisione della Cassazione ribalta la sentenza del gup sulla parte dell’inchiesta che ero riuscito a preservare dopo l’avocazione illegittima per la quale è ancora in corso un procedimento giudiziario”.</p>
<p>Per De Magistris è stata una pagina amara: “La mia vita è cambiata, ma voglio ricordare il prezzo pagato dai colleghi di Salerno, i pm Gabriella Nuzzi, Dionigio Versani e dal procuratore Apicella“. E poi l’ultimo affondo: “Sarebbe bene che si levasse qualche voce di autocritica per quei comportamenti omissivi e censori del Csm, ma anche dall’Associazione nazionale magistrati”. </p>
<p>Lui oggi non è più pm, ma il processo riparte.</p>
<p>di Rita Di Giovacchino</p>
<p>da <a rel="external nofollow" target="_blank" href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/09/28/la-rivincita-di-de-magistris-rivive-l%E2%80%99inchiesta-why-not/160459/#.ToOVa_oBVec.facebook">ilfattoquotidiano</a></p>
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		<title>Prestipino: i boss parlano di &#8216;ndrangheta unitaria &#8211; Il procuratore aggiunto della Dda ha iniziato ieri nell&#8217;aula bunker la requisitoria nel processo in abbreviato che vede alla sbarra 118 imputati &#8211; «Il video della riunione di Polsi ha scosso le coscienze civili e religiose». Le parole di Pelle, Morabito e Oppedisano</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Sep 2011 09:07:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>CalabriaNotizie</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>REGGIO CALABRIA &#8211; La riunione annuale dei capi della &#8216;ndrangheta nei pressi del Santuario di Polsi videoripresa il 1 settembre 2009 dalle telecamere piazzate dai Carabinieri. Con il richiamo allo storico filmato che ha fatto il giro del mondo, con in bella mostra i boss riuniti in circolo attorno al nuovo capo crimine, Domenico &#8220;Mico&#8221; Oppedisano, il procuratore aggiunto Michele Prestipino, ha iniziato ieri mattina nell&#8217;aula bunker di viale Calabria la requisitoria nel processo che si celebra davanti al gup Giuseppe Minutoli contro 118 imputati coinvolti nell&#8217;inchiesta sfociata nell&#8217;operazione Crimine.<span id="more-21167"></span> </p>
<p>L&#8217;operazione era stata condotta all&#8217;alba del 13 luglio dello scorso anno, sotto il coordinamento delle Dda di Reggio e Milano, e aveva portato dietro le sbarre oltre 300 persone. </p>
<p>«Quei fotogrammi – ha detto Prestipino – ci hanno consegnato, in modo chiaro, univoco, non contestabile la loro stessa piena e certa consapevolezza di essere e fare parte tutti della stessa organizzazione mafiosa, una, sola, unitaria, la &#8216;ndrangheta. Quei fotogrammi hanno scosso la coscienza civile e religiosa della stragrande maggioranza dei calabresi, di tutti i calabresi onesti, per la criminale violazione di quel sacro luogo di culto».</p>
<p>Il magistrato ha ricordato che lo stesso effetto avevano prodotto i fotogrammi di un&#8217;altra riunione, tenuta il 31 ottobre 2009 in Lombardia, all&#8217;interno del Centro per anziani intitolato a Falcone e Borsellino, a Paderno Dugnano. </p>
<p>Prestipino ha poi ricordato il rapporto redatto il 26 ottobre 1969 dal commissario di Polizia Alberto Sabatino dopo aver interrotto il famoso summit di Montalto: «Rispetto a Montalto – ha aggiunto –, nei filmati registrati c&#8217;è la novità della colonna sonora costituita dalle parole degli stessi boss che interloquiscono tra di loro». E la loquacità dei capi è certificata anche dalle registrazioni realizzate a Rosarno, nell&#8217;agrumeto di Domenico Oppedisano, sulle autovetture di alcuni imputati tra cui Nicola Gattuso, nella lavanderia Apegreen a Siderno, di proprietà di Giuseppe Commisso detto &#8220;U Mastru&#8221;. </p>
<p>La &#8216;ndrangheta, quella che emerge dalle parole dei boss, ha aggiunto Prestipino, «con i suoi problemi interni, i suoi rapporti, le molteplici proiezioni e le articolazioni radicate nel nord Italia e all&#8217;estero, e con il sistema delle sue &#8220;relazioni esterne&#8221;, quelle con il mondo non mafioso, che costituisce uno dei punti di forza della &#8216;ndrangheta, come di ogni altra organizzazione di tipo mafioso».</p>
<p>Prestipino ha anche sottolineato come gli elementi di prova evidenziano tre distinti aspetti della questione centrale: «L&#8217;esistenza della &#8216;ndrangheta – ha spiegato – come organizzazione di tipo mafioso unitaria, insediata sul territorio della provincia di Reggio; l&#8217;esistenza di un organo di vertice che ne governa gli assetti, assumendo o ratificando le decisioni più importanti; l&#8217;esistenza di molteplici proiezioni di cui la più importante è &#8220;la Lombardia&#8221;, secondo il modello della &#8220;colonizzazione&#8221;, e i rapporti tra la casa madre e tali proiezioni esterne».</p>
<p>Il magistrato ha proseguito: «Dal territorio calabrese, la &#8216;ndrangheta si è da tempo proiettata verso i mercati del Centro-Nord Italia, verso l&#8217;Europa, il Nord America, l&#8217;Australia. L&#8217;infiltrazione e la penetrazione di questi mercati ha comportato la stabilizzazione della presenza di strutture &#8216;ndranghetiste in continuo contatto e in rapporto di sostanziale dipendenza con la casa madre reggina». </p>
<p>Entrando nei particolari delle conversazioni intercettate, il magistrato ha fatto riferimento alle parole di Domenico Oppedisano che, vantando il suo curriculum di &#8216;ndranghetista titolato, raccontava come, tanti anni prima, i boss si riunivano per attribuire cariche e doti: &#8220;Ci siamo raccolti a livello nazionale ai tempi i crimini per le cariche della santa perchè eravamo più di mille persone quella notte nelle montagne&#8230; io mi ricordo Peppe Nirta e &#8216;Ntoni Nirta&#8230; i grandi dalla parte di la, mi chiamano passo di qua. Lui passa di la&#8230; mi hanno messo in mezzo Peppe e &#8216;Ntoni Nirta e lì mi hanno dato la carica della santa c&#8217;è pure una lettera firmata, la carica del vangelo avevo la carica del vangelo&#8230; abbiamo fatto le cariche e abbiamo cominciato a dare a uno per paese, abbiamo scelto noi uno&#8230; abbiamo fatto il giro della Piana, poi abbiamo preso da Bagnara fino a Brancaleone&#8221;.</p>
<p>Prestipino ha parlato dell&#8217;organo di vertice, il Crimine o Provincia, e delle prove raccolte di vicende che ne dimostrano l&#8217;esistenza e i suoi poteri: «A marzo 2010 – ha ricordato – quando Giuseppe Pelle discute con un altro boss del mandamento jonico, Rocco Morabito, la situazione di attrito determinatasi per l&#8217;attribuzione delle cariche nel &#8220;locale&#8221; di Roghudi, Morabito precisa che se la controversia non fosse stata risolta col dialogo tra le famiglie interessate sarebbe stato necessario investirne anche la Provincia, come responsabile, che a quel punto avrebbe deciso chi aveva ragione e chi torto».</p>
<p>Prestipino ha poi fatto riferimento alle parole pronunciate dal caposocietà di Singen, in Germania, a proposito delle iniziative di un altro associato: &#8220;Adesso se lo vuole fare lo fa, però ci devono essere pure quelli del Crimine presenti, gli ho detto io&#8230; perché lui dipende di là, come dipendiamo tutti&#8230; senza ordini di quelli di lì sotto non possono fare niente nessuno&#8221;. </p>
<p>E ancora un accenno alle vicende che avevano anticipato l&#8217;omicidio di Carmelo Novella, nel luglio 2008: «Il 12 giugno 2008 – ha aggiunto – alcuni elementi di vertice dell&#8217;organizzazione si incontrano in Calabria. Il giorno successivo uno di essi, interloquendo con un altro associato, non usa mezzi termini per descrivere la situazione critica in cui versa Novella dicendo &#8220;no lui è finito oramai&#8230;! è finito&#8230;! la Provincia lo ha licenziato&#8221;. E a distanza di circa un mese Novella viene ucciso». </p>
<p>Prestipino ha trattato la questione delle infiltrazioni negli apparati di sicurezza e investigativi ricordando la visita fatta al boss Giuseppe Pelle da Giovanni Zumbo, «il commercialista che, accompagnato da Giovanni Ficara, conversando amabilmente con il padrone di casa gli aveva rivelato notizie e informazioni segrete sull&#8217;inchiesta che avrebbe portato all&#8217;operazione &#8220;Crimine&#8221;». </p>
<p>La requisitoria proseguirà oggi, e nelle prossime udienze interverranno gli altri pm che si sono occupati delle indagini, dai sostituti Maria Luisa Miranda, Federico Perrone Capano e Giuseppe Musarò, al procuratore aggiunto Nicola Gratteri che formulerà le richieste.</p>
<p>di Paolo Toscano</p>
<p>da <a rel="external nofollow" target="_blank" href="http://www.gazzettadelsud.it/NotiziaArchivio.aspx?art=134762&#038;Edizione=7&#038;A=20110928">gazzettadelsud.it</a></p>
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