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	<title>Calabria Notizie &#187; giustizia</title>
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		<title>Giusy Pesce si racconta nel processo ‘All Inside’ contro la sua famiglia &#8211; La collaboratrice di giustizia determinata a voler offrire ai suoi tre bambini un futuro di speranza</title>
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		<pubDate>Wed, 23 May 2012 08:37:15 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>REGGIO CALABRIA &#8211; Lei si chiama Giuseppina e ha scelto di esercitare la sua facoltà di discernere cosa è giusto da cosa è sbagliato. Questa facoltà, che potrebbe essere pane quotidiano per ogni cittadino libero, a lei costa cara poiché l’ha portata ad essere la principale accusatrice della sua stessa famiglia, nel processo in cui lei è comunque imputata. La sua storia è nota in tutto il paese perché Giusy Pesce ha avuto e ha coraggio di sfidare, di rompere e scardinare la cappa mafiosa in cui è cresciuta a Rosarno, in provincia di Reggio Calabria. Non vorrebbe tornare a fare da staffetta tra chi è dentro e chi, della sua famiglia di ndrangheta, è fuori dal carcere ma vuole cambiare vita, vuole fare la cosa che ritiene giusta, vuole collaborare per ricominciare.<span id="more-23193"></span></p>
<p>Lei lo fa per i suoi tre bambini, i suoi figli, in realtà lo fa che tutti i figli onesti di questa martoriata terra. E’ una mamma di trent’anni che, come ogni mamma, vorrebbe per i tre figli un futuro migliore in un paese in crisi. Le sue preoccupazioni, tuttavia, travalicano di gran lunga quelle da cui ogni mamma è giustamente assorbita, perché Giuseppina non vuole solo un futuro migliore ma vuole un futuro diverso per i suoi figli. </p>
<p>Giusy è figlia del boss Salvatore Pesce, sorella di Francesco, cugina di Ciccio ‘u testuni’, tutti familiari che lei stessa ha fatto arrestare, ella ha dunque un cognome che pesa e ormai sa bene che non deve affrontare solo un avvenire incerto in un paese in difficoltà ma sa che deve prima di tutto strappare i suoi figli ad un destino segnato dalla loro appartenenza ad una famiglia mafiosa.</p>
<p>Giuseppina Pesce dopo il suo arresto nel 2010, nonostante le pressioni, i ripensamenti, la fuga dalla località segreta dopo l’ingresso nel programma di protezione in quanto collaboratrice di giustizia, poi le nuove pressioni della madre e della sorella, le recenti insinuazioni dello zio Giuseppe Ferraro detenuto in regime di 41 bis, sta continuando a collaborare con gli inquirenti; sta ricostruendo dolorosamente la sua vita in Calabria, la sua infanzia e la sua adolescenza rubate, il suo matrimonio con Rocco Palaia, sta collaborando per dire quello che sa sugli affari della sua famiglia, reggente nel rosarnese. </p>
<p>Parole di condanna le riserva la sua famiglia, per la scelta di stare dalla parte dello Stato; ma solo aprole che Giuseppina rispedisce al mittente mentre, scortata, da ieri sta deponendo da Roma in video conferenza nel delicatissimo processo ‘All Inside’ in celebrazione a Palmi, in provincia di Reggio Calabria contro i presunti affiliati alla cosca rosarnese dei Pesce e che vede anche lei imputata.</p>
<p>I contenuti delle sue collaborazioni hanno già consentito numerosi arresti dei suoi familiari ed il sequestro di beni (224 milioni di euro) di quella che è la sua famiglia di sangue ma, come è evidente, non di valori. I valori di Giusy sono altri e puliti e sono quelli in ragione dei quali ha detto no all’omertà e sì al coraggio di perseguire la Giustizia e la Libertà dall’oppressione mafiosa. Ieri otto ore di sofferta deposizione. Sarà sentita per tutta la settimana e sarà chiamata a confermare nelle sede processuale gli elementi, i fatti e le circostanze già riscontrati dagli inquirenti.</p>
<p>Una scelta coraggiosa che è speranza per i suoi tre bambini, certamente. Una scelta che anche ha il sapore di una libertà possibile per l’intera Calabria e non soltanto.</p>
<p>di Anna Foti</p>
<p>da <a rel="external nofollow" target="_blank" href="http://www.reggiotv.it/notizie/cronaca/27205/giusy-pesce-si-racconta-nel-processo-all-inside-contro-sua-famiglia">reggiotv.it</a></p>
<p><a href="http://www.calabrianotizie.it">Calabria Notizie</a></p><p><a href="http://www.calabrianotizie.it">Calabria Notizie - Tutte le notizie sulla Calabria in Rss</a></p>]]></content:encoded>
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		<title>‘Ndrangheta: il coraggio di Giuseppina, testimone contro tutta la sua famiglia &#8211; La giovane mamma calabrese ha permesso l&#8217;arresto dei familiari e il sequestri di beni per 224 milioni di euro. Arrestata aveva iniziato a collaborare con gli inquirenti della Dda di Reggio Calabria. Dopo una strana ritrattazione è tornata a essere collaboratrice di giustizia</title>
		<link>http://www.calabrianotizie.it/2012/05/19/ndrangheta-coraggio-giuseppina-testimone-contro-tutta-sua-famiglia-giovane-mamma-calabrese-permesso-larresto-dei-familiari-sequestri-beni-per-224-milioni-euro/</link>
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		<pubDate>Sat, 19 May 2012 18:10:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>CalabriaNotizie</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Da Rosarno all’aula bunker di Rebibbia. Sono poco meno di 650 i chilometri che separano Giuseppina Pesce, figlia, sorella e nipote di boss di una delle cosche più potenti della Calabria, dalle sue origini, dalla sua storia e dalla sua famiglia. Ma è una distanza enorme quella percorsa da questa giovane mamma di 30 anni che dal suo arresto, nell’aprile del 2010, è diventata una collaboratrice di giustizia. Che lunedì prossimo a Roma testimonierà contro gli imputati del maxi processo di Palmi – iniziato nel luglio dell’anno scorso – contro esponenti della ‘Ndrangheta che anche lei, passando per una sofferta ritrattazione, ha contribuito a far arrestare. Compresi i suoi familiari più stretti. Giuseppina è l’unica delle donne che, negli ultimi tempi, sono andate contro la ‘Ndrangheta a essere viva.<span id="more-23184"></span> </p>
<p>Maria Concetta Cacciola è morta dopo aver bevuto misteriosamente dell’acido e i suoi familiari sono in carcere per istigazione al suicidio. Il corpo di Lea Garofalo invece non è mai stato trovato. I sei uomini che sono stati condannati all’ergastolo, compreso l’ex marito e padre di sua figlia, l’avrebbero sciolta in cinquanta litri di acido. A tutte e tre queste donne è stato dedicato l’ultimo 8 marzo. </p>
<p>Nell’ottobre del 2010 Giuseppina, che all’interno della cosca aveva il compito di fare da staffetta di ordini tra il padre in carcere e i suoi uomini fuori, decide di collaborare. Dice di volere assicurare ai tre suoi figli un futuro diverso. Fuori dalla criminalità organizzata. Dove lei aveva avuto quel ruolo di collegamento per portare al di là delle sbarre le richieste estorsive. Ma anche di avere partecipato all’attività di intestazione fittizia di beni e per riciclare i soldi sporchi della cosca, che solo per farne comprendere la forza aveva un bunkerista di fiducia.</p>
<p>Una breccia, la collaborazione di Giuseppina nell’impenetrabile universo ‘ndraghetista, che ha permesso agli inquirenti calabresi, che ne sottolineano la novità e l’eccezionalità, di ricostruire la piramide del potere dei Pesce. Con Antonino, lo zio della collaboratrice, a capo e con il figlio Francesco, subentrato prima dell’arresto, al boss. E poi il ruolo di suo padre e del fratello, anche lui di nome Francesco, della madre e della sorella. Arrestati. </p>
<p>Il suo racconto, le sue dichiarazioni anche hanno permesso di sequestrare beni per 224 milioni di euro. Giuseppina ha così raccontato di avere saputo dal fratello e dal marito che esistono gerarchie e gradi, che si acquisiscono attraverso la commissione di reati. Chi dimostra maggiore capacità criminale viene promosso. Il fratello le aveva confidato di avere la “santa” e quindi di avere uno dei gradi più alti nella speciale carriera della società mafiosa. </p>
<p>Non solo i gradi, ma anche le alleanze ed ecco che così Giuseppina agli inquirenti della Dda di Reggio Calabria, l’aggiunto Michele Prestipino e il pm Alessandra Cerreti, ne descrive la composizione: “Lo so perché, come le ripeto, le dicevo ci sono le squadre, no?, e quindi loro sono i tifosi, ci sono le persone vicine alla famiglia Pesce, cioè ha le su famiglie, e la famiglia Bellocco ha le famiglie di cui parlavo prima, gli Ascone, i Cacciola (cui apparteneva Maria Concetta, amica di Giuseppina ndr), adesso mi sfugge… Olivieri, e i Cacciola sono… lui, la sua famiglia insomma, fanno parte di quelle famiglie vicine ai Bellocco, insomma…”. </p>
<p>Giuseppina, da interna, sa tante cose: “Stando dentro una famiglia che di questi discorsi ne senti, dove vai, anche… cioè anche non facendone parte, non prendendo parte ai discorsi però li senti, è così!. Eh, bisogna viverci! Non vuol dire però che si condividono, eh, questo volevo puntualizzare… le so però non vuol dire che sono cose che… cioè, magari, fa anche male saperli e anche male sentirli e anche respirarle”. </p>
<p>Chissà come deve essere respirare la ‘Ndrangheta. Le indagini che hanno riunificato le operazioni dei carabinieri “All Inside” 1 e 2 erano partite dopo l’omicidio, nell’ottobre del 2006, di Domenico Sabatino, considerato uomo dei Pesce.</p>
<p>All’improvviso però Giuseppina, era il 2 aprile dell’anno scorso, decide di interrompere la collaborazione. Non vuole più essere una pentita. In una lettera la giudice dichiara di essere stata “indotta” a fare le dichiarazioni eppure il giorno 4 aprile, interrogata dal pm che ancora non è informato della novità, risponde. </p>
<p>Solo l’11 aprile si avvale della facoltà di non rispondere e ammette di essere in contatto con la sua famiglia e con quella del marito; tutti le avevano offerto sostegno economico per le spese legali e tutto ciò di cui, rinunciando alla protezione dello Stato, avrebbe avuto bisogno per sé ed i figli. </p>
<p>Poi l’arresto a giugno per evasione dagli arresti domiciliari. Dopo qualche giorno spiega le sue ragioni. Per esempio la non condivisione da parte dei figli, pur giovanissimi, della sua collaborazione e in particolare della figlia maggiore adolescente. E poi anche un’altra verità forse quella più sentita; il timore che qualcosa di male potesse accadere ai suoi cuccioli. </p>
<p>Giuseppina era assolutamente consapevole che se quel giorno, l’11 aprile, avesse regolarmente risposto alle domande, non avrebbe più rivisto i figli. Che ora stanno con lei. Sotto protezione. Come questa mamma che respirava la ‘Ndrangheta sognava e scriveva alla sua Angela in una poesia.</p>
<p>di Giovanna Trinchella</p>
<p>da <a rel="external nofollow" target="_blank" href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/19/trinchella-ndrangheta-pesce/231300/">ilfattoquotidiano.it</a></p>
<p><a href="http://www.calabrianotizie.it">Calabria Notizie</a></p><p><a href="http://www.calabrianotizie.it">Calabria Notizie - Tutte le notizie sulla Calabria in Rss</a></p>]]></content:encoded>
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		<title>Atti giudiziari buttati tra i rifiuti, scatta l&#8217;inchiesta della Procura &#8211; La scoperta ieri mattina a pochi metri dal tribunale &#8211; I documenti subito acquisiti dai carabinieririguardano processi e indagini preliminari</title>
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		<pubDate>Tue, 08 May 2012 08:10:36 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>CATANZARO &#8211; Carabinieri, Vigili urbani e poi anche Vigili del fuoco. Erano in decine, ieri mattina, a rovistare tra i rifiuti. E non cercavano l&#8217;arma del delitto o eventuali tracce biologiche, ma carte e faldoni giudiziari. A due passi dal Tribunale di via Argento, pieno centro di Catanzaro, qualcuno ha pensato bene di disfarsi nella maniera più sbrigativa di atti riguardanti indagini e processi: buttarli tra la spazzatura o nella scarpata che si affaccia sul Musofalo. Carte di una certa rilevanza, in parte riguardanti un&#8217;importante udienza preliminare, e qualcuna pure in originale con tanto di timbro del Tribunale di Catanzaro.<span id="more-23055"></span></p>
<p>Del ritrovamento, avvenuto casualmente, è stata immediatamente informata la Procura della Repubblica. E intorno alle 10 è scattata l&#8217;indagine: sul posto sono arrivati i Carabinieri del Reparto scientifico, che con tanto di guanti e mascherine hanno iniziato a passare al setaccio una vasta area adeguatamente recintata con il nastro isolante dalla Polizia municipale. </p>
<p>Centinaia di metri quadrati tra i rifiuti da una parte e la scarpata dall&#8217;altra da cui sono saltati fuori chili e chili di atti giudiziari, tutti poi conservati in alcuni cartoni e portati in caserma per un attento censimento. Mentre i Carabinieri lavoravano guidati dal ten. col. Giorgio Naselli, comandante del reparto operativo del comando provinciale, il pm Gerardo Dominijanni ha aperto un fascicolo al momento senza indagati nè ipotesi di reato.</p>
<p>In attesa di conoscere cosa riguardassero tutti i documenti raccolti ieri mattina, s&#8217;inseguono le ipotesi più disparate. Che vanno dalla disattenzione di qualcuno alla leggerezza di un ipotetico impiegato addetto all&#8217;eliminazione di documenti non più utili, passando per la ben più inquietante volontaria eliminazione di materiale prelevato da qualche scaffale del Tribunale di via Argento. </p>
<p>Oltre agli ipotetici reati che potrebbero essere stati commessi, ci sono implicazioni civilistiche riguardanti la violazione della privacy legata alla diffusione di materiale d&#8217;indagine con nomi d&#8217;indagati e parti offese. E poi c&#8217;è l&#8217;eventuale aspetto disciplinare interno, qualora si accertasse che i documenti siano stati buttati lì da un dipendente del Tribunale.</p>
<p>Di sicuro, secondo i primi riscontri dei militari dell&#8217;Arma, nel materiale rinvenuto c&#8217;erano due faldone, uno dei quali completo di tutti gli atti di un&#8217;inchiesta riferita al 2008 e recentemente finita all&#8217;esame del giudice per le indagini preliminari; il secondo fascicolo, con tanto di foderina, conterrebbe invece solo parte di atti. E non è dato sapere se entrambi siano riferiti alla stessa inchiesta.</p>
<p>Sul posto, dopo Carabinieri e Vigili urbani, sono giunti anche i Vigili del fuoco che hanno collaborato nella raccolta dei documenti finiti nelle zone più difficili da raggiungere sul vallone del Musofalo. Impegnato, nelle ultime fasi, anche il personale dell&#8217;Aimeri Ambiente, la società che gestisce la raccolta dei rifiuti a Catanzaro, al quale è stato chiesto di ripulire l&#8217;area dall&#8217;immondizia accatastata nel corso del week end. </p>
<p>Sembra realistico che proprio nel fine settimana gli atti siano stati buttati in quella zona, anche se i noti rallentamenti del sistema di raccolta nel capoluogo calabrese potrebbero riportare le lancette dell&#8217;orologio indietro di qualche altro giorno.</p>
<p>Ultimo elemento degno di nota: il ritrovamento di atti giudiziari in quella zona avrebbe un precedente. Anche se questo sono in corso approfondimenti da parte della polizia giudiziaria coordinata dal pm Dominijanni.</p>
<p>di Giuseppe Lo Re</p>
<p>da Gazzetta del Sud</p>
<p><a href="http://www.calabrianotizie.it">Calabria Notizie</a></p><p><a href="http://www.calabrianotizie.it">Calabria Notizie - Tutte le notizie sulla Calabria in Rss</a></p>]]></content:encoded>
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		<title>Fallimento dell&#8217;Us, il pm chiede il giudizio &#8211; Fissata a giugno la prima udienza davanti al giudice Maria Rosaria Di Girolamo nei confronti dei sei indagati coinvolti nell&#8217;inchiesta &#8211; L&#8217;accusa: truffa aggravata per il conseguimento di fondi pubblici e bancarotta fraudolenta patrimoniale</title>
		<link>http://www.calabrianotizie.it/2012/04/20/fallimento-dellus-chiede-giudizio-fissata-giugno-prima-udienza-davanti-giudice-maria-rosaria-girolamo-nei-confronti-dei-sei-indagati-coinvolti-nellinchiesta-laccusa-tru/</link>
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		<pubDate>Fri, 20 Apr 2012 14:14:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>CalabriaNotizie</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>CATANZARO &#8211; Le accuse di ieri sono quelle di oggi formalizzate dal sostituto procuratore della Repubblica, Alberto Cianfarini, al giudice per le udienze preliminari Maria Rosaria Di Girolamo che ha fissato per il 14 giugno l&#8217;udienza per il fallimento dell&#8217;Us Catanzaro, dichiarato dal Tribunale nel 2007. Sei le persone imputate. Si tratta dell&#8217;imprenditore Claudio Parente, [...]</p><p><a href="http://www.calabrianotizie.it">Calabria Notizie - Tutte le notizie sulla Calabria in Rss</a></p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>CATANZARO &#8211; Le accuse di ieri sono quelle di oggi formalizzate dal sostituto procuratore della Repubblica, Alberto Cianfarini, al giudice per le udienze preliminari Maria Rosaria Di Girolamo che ha fissato per il 14 giugno l&#8217;udienza per il fallimento dell&#8217;Us Catanzaro, dichiarato dal Tribunale nel 2007. Sei le persone imputate. <span id="more-22953"></span></p>
<p>Si tratta dell&#8217;imprenditore Claudio Parente, attuale presidente della sesta commissione consiliare della Regione Calabria (difeso dagli avvocati Armando Veneto e Annalisa Pisano); dell&#8217;imprenditore Massimo Poggi (difeso dagli avvocati Antonella Canino e Astolfo Di Amato); dell&#8217;imprenditore Bernardo Colao (difeso dall&#8217;avvocato Salvatore Staiano); del commercialista Giuseppe Ierace (difeso dall&#8217;avvocato Giuseppe Fonte); del consulente d&#8217;azienda Domenico Cavallaro (difeso dagli avvocati Antonietta De Nicolò e De Seta) e dell&#8217;avvocato Gerardo Carvelli (difeso dall&#8217;avvocato Giuseppe Carvelli).</p>
<p>Agli imputati, tutti ex amministratori della società sportiva, vengono contestate a vario titolo le ipotesi di reato di truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche, bancarotta fraudolenta patrimoniale e indebita restituzione di conferimenti. </p>
<p>La presunta truffa &#8211; secondo la ricostruzione dell&#8217;accusa &#8211; si sarebbe concretizzata nell&#8217;incasso risalente a giugno del 2007 di «contributi pubblici» ritenuti indebiti per 3 milioni 410mila euro da parte della Lega Calcio e di 536mila euro da parte della Provincia e del Comune; queste somme, secondo l&#8217;accusa, non sarebbero state erogate se i soggetti pubblici avessero avuto contezza della situazione di «decozione patrimoniale» dell&#8217;Us, così come viene definita dalla stessa Procura. </p>
<p>Alla fine, sempre secondo la Procura, i quasi 4 milioni di euro sarebbero stati distratti in favore degli amministratori, ai danni di creditori e soggetti pubblici eroganti. Tant&#8217;è che la Procura aveva chiesto e ottenuto il sequestro preventivo di beni per oltre 6 milioni di euro e, su disposizione del gip Tiziana Macrì, le Fiamme Gialle avevano messo sotto chiave disponibilità finanziarie, quote societarie, beni mobili e immobili.</p>
<p>Il problema, secondo gli imputati e i loro avvocati difensori, è che le somme indicate dalla Procura non sarebbero qualificabili come &#8220;fondi pubblici&#8221;, derivando dall&#8217;asserito rapporto privatistico fra Lega Calcio e società sportiva (in questo caso l&#8217;Us Catanzaro) e da contratti di sponsorizzazione sottoscritti con Provincia e Comune. </p>
<p>Infatti, per quanto attiene ai contributi degli enti pubblici territoriali (come Comune e Provincia), esso discendono da contratti a prestazioni corrispettive, quali i contratti di sponsor sono, e che traslano l&#8217;ente pubblico nell&#8217;ambito di esercizio di un negozio di diritto privato. Una tesi, quest&#8217;ultima, che insieme alle altre sostenute dal collegio difensivo ha evidentemente convinto il Tribunale del Riesame che ha annullato il provvedimento di sequestro preventivo fondato proprio sull&#8217;ipotesi di truffa aggravata. </p>
<p>Fra l&#8217;altro, in apertura di udienza davanti al Tdl i legali hanno depositato i contratti di sponsorizzazione e le relative fatture, con tanto di Iva, degli enti locali mentre per la Lega è stata esibita fattura relativa ai ricavi individuali provenienti dai diritti televisivi e dalle scommesse.</p>
<p>Ma c&#8217;è dell&#8217;altro. Dopo gli avvisi di conclusione delle indagini, il pm Cianfarini depositò un&#8217;integrazione d&#8217;indagine con acquisizioni documentali e sommarie informazioni raccolte dalla Guardia di Finanza in relazione a lavori effettuati allo stadio Ceravolo in vista della stagione agonistica 2004/2005. </p>
<p>Gli interventi &#8211; secondo l&#8217;accusa &#8211; sarebbero stati affidati in appalto ad una società, già socia dell&#8217;Us, per un corrispettivo di 1 milione di euro. Ma, stando alle tesi della Procura, si sarebbe trattato di «asseriti lavori in realtà insussitenti». Proprio per effettuare ulteriori verifiche su quest&#8217;aspetto della vicenda (l&#8217;Ufficio legale del Comune nell&#8217;agosto 2007 ha inviato al curatore fallimentare della società una raccomandata nella quale si attestava che l&#8217;Ente «non ha mai rilasciato alla società calcistica nessuna autorizzazione necessaria ed indispensabile per effettuare i lavori in questione») fu disposta dal pm titolare del fascicolo l&#8217;acquisizione dell&#8217;ulteriore materiale.</p>
<p>di Giuseppe Mercurio</p>
<p>da <a rel="external nofollow" target="_blank" href="http://www.gazzettadelsud.it/NotiziaArchivio.aspx?art=52187&#038;Edizione=9&#038;A=20120420">gazzettadelsud.it</a></p>
<p><a href="http://www.calabrianotizie.it">Calabria Notizie</a></p><p><a href="http://www.calabrianotizie.it">Calabria Notizie - Tutte le notizie sulla Calabria in Rss</a></p>]]></content:encoded>
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		<title>Estorsioni: solo due denunce nella regione &#8211; Lo ha reso noto ieri mattina il comandante dei Carabinieri della Calabria generale Adelmo Lusi intervenuto ad un incontro con gli studenti all&#8217;istituto Pertini &#8211; L&#8217;iniziativa promossa da &#8220;Riferimenti&#8221; ha ricordato il sacrificio del gen. Dalla Chiesa e dell&#8217;ing. Musella</title>
		<link>http://www.calabrianotizie.it/2012/04/17/estorsioni-solo-due-denunce-nella-regione-reso-noto-ieri-mattina-comandante-dei-carabinieri-della-calabria-generale-adelmo-lusi-intervenuto-incontro-con-gli-studenti-allistituto/</link>
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		<pubDate>Tue, 17 Apr 2012 07:30:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>CalabriaNotizie</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>CROTONE &#8211; Sono state solo due le denunce per estorsione presentate in questi primi mesi del 2012 presso i comandi della legione carabinieri della Calabria. A fornire il dato poco confortante è stato il generale di brigata dell&#8217;Arma Adelmo Lusi nel corso di un incontro avuto ieri mattina con gli studenti del &#8220;Pertini&#8221;. La manifestazione [...]</p><p><a href="http://www.calabrianotizie.it">Calabria Notizie - Tutte le notizie sulla Calabria in Rss</a></p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>CROTONE &#8211; Sono state solo due le denunce per estorsione presentate in questi primi mesi del 2012 presso i comandi della legione carabinieri della Calabria. A fornire il dato poco confortante è stato il generale di brigata dell&#8217;Arma Adelmo Lusi nel corso di un incontro avuto ieri mattina con gli studenti del &#8220;Pertini&#8221;. La manifestazione antimafia è stata organizzata dal coordinamento nazionale di &#8220;Riferimenti&#8221;presso l&#8217;auditorium del medesimo istituto crotonese nell&#8217; ambito del progetto &#8220;Gerbera Gialla&#8221;, inserito in un protocollo d&#8217;intesa sottoscritto col consiglio regionale della Calabria.<span id="more-22911"></span></p>
<p>Tema della giornata è stata la commemorazione nel 30ennale degli omicidi per mano mafiosa di Gennaro Musella (imprenditore salernitano barbaramente ucciso a Reggio Calabria il 3 maggio 1982 con un&#8217;autobomba) e del generale dei Carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa assassinato a Palermo il 3 settembre dello stesso anno mentre si trovava a bordo della sua auto assieme alla giovane moglie in via Isidoro Carini.</p>
<p>Oltre a generale Lusi, all&#8217;incontro coordinato dalla docente Patrizia Rizzitelli, hanno preso parte Adriana Musella, figlia dell&#8217;imprenditore salernitano ucciso dalla ndrangheta e Salvatore Ulisse Di Palma autore del libro a lui dedicato all&#8217;ing. Musella &#8220;Vittima di mafia, nome comune di persona&#8221;. Hanno inoltre assistito alla commemorazione il colonnello Francesco Iacono, comandante provinciale dei carabinieri ed il capitano Antonio Mancini comandante della Compagnia.</p>
<p>«Ogni mattina chiedo agli uomini del comando regionale – ha detto il generale Lusi rivolgendosi agli studenti – di stilarmi un rapporto sui reati più gravi commessi in Calabria a partire dall&#8217;inizio dell&#8217;anno». «Ebbene – è quindi entrato più nel dettaglio il comandante della Legione Calabria – in questa regione, ad oggi, sono stati consumati: 13 omicidi, 134 rapine, 230 atti incendiari, 19 esplosioni dinamitarde, 95 casi di spari da arma da fuoco; cui corrispondono allo stato solo due denunce per estorsione». </p>
<p>«Nonostante sentiamo tutti i giorni le associazioni di categoria lamentarsi sui mass media – ha proseguito il generale – per denunciare lo stato d&#8217;assoggettamento che subiscono le attività commerciali e produttive calabresi, vessate dalla criminalità organizzata, ancora non c&#8217;è il pieno coraggio di denunciare tali soprusi».</p>
<p>«Abbiamo bisogno di voi giovani – ha concluso il generale Lusi – per costruire una società migliore che abbatta il muro d&#8217;omertà e si ribelli al potere mafioso, attraverso una legalità che va soprattutto ritrovata nelle piccole azioni quotidiane».</p>
<p>In apertura di convegno, Adriana Musella, nel sottolineare il senso della manifestazione, ha inteso ricordare agli studenti intervenuti che: «Mio padre e Dalla Chiesa sono stati due uomini diversi che svolgevano professioni differenti in due città distinte di altre regioni. Eppure sono stati accomunati da un destino comune che è stato quello di ribellarsi alla violenza e ai soprusi delle mafie in ragione della legalità». </p>
<p>«Sta a voi cittadini del domani – ha concluso la referente nazionale di Gerbera Gialla – cogliere i loro esempi e farne tesoro nell&#8217;arco della vostra vita per scrivere un finale certamente diverso».</p>
<p>L&#8217;autore del libro Salvatore Ulisse Di Palma, dopo aver brevemente ripercorso i fatti che portarono all&#8217;uccisione dell&#8217;imprenditore salernitano per mano della ndrangheta (l&#8217;ing. Musella era impegnato nella costruzione del porto di Bagnara Calabra) ha ricordato agli studenti che il suo libro «è una denunzia per tutte quelle vittime di mafia che hanno ricevuto giustizia, ma è anche il volto del riscatto di Adriana Musella che ha avuto la forza di non far dimenticare il sacrificio di suo padre». </p>
<p>«Ribellatevi – ha esortato ancora gli studenti Di Palma – a questa zona grigia in cui non è più chiara e netta la linea di confine tra bene e male». «Lottate, crescete, innamoratevi – ha quindi concluso l&#8217;autore del libro su Gennaro Musella – ma non perdete mai di vista quelli che sono i valori eterni della vita». In chiusura di giornata, il generale Lusi ha rivolto un ricordo al prefetto Dalla Chiesa, rievocando il momento in cui apprese la notizia dell&#8217;attento quella tragica sera del 3 settembre 1982.</p>
<p>di Giuliano Carella</p>
<p>da <a rel="external nofollow" target="_blank" href="http://www.gazzettadelsud.it/NotiziaArchivio.aspx?art=50946&#038;Edizione=10&#038;A=20120417">gazzettadelsud.it</a></p>
<p><a href="http://www.calabrianotizie.it">Calabria Notizie</a></p><p><a href="http://www.calabrianotizie.it">Calabria Notizie - Tutte le notizie sulla Calabria in Rss</a></p>]]></content:encoded>
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		<title>Il procuratore di Catanzaro: “Non abbiamo nemmeno più la carta, così si blocca la giustizia” &#8211; Sconosciuta l&#8217;entità dei fondi assegnati dal Ministero che, dopo quattro mesi dall&#8217;inizio del 2012, non ha ancora reso noti i relativi capitoli di bilancio &#8211; L&#8217;ufficio giudiziario soffre da tempo di carenze croniche.&#8221;C&#8217;è da fare, ma come potremmo continuare con venti cd?&#8221;</title>
		<link>http://www.calabrianotizie.it/2012/04/13/procuratore-catanzaro-non-abbiamo-nemmeno-piu-carta-cosi-blocca-giustizia-sconosciuta-lentita-dei-fondi-assegnati-dal-ministero-che-dopo-quattro-mesi-dalliniz/</link>
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		<pubDate>Fri, 13 Apr 2012 08:46:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>CalabriaNotizie</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>“In Calabria non siamo più in grado di garantire la difesa della legalità su tutto il territorio”. L’allarme arriva dal procuratore aggiunto di Catanzaro, Giuseppe Borrelli. Insomma, l’ufficio della procura non ha a sua disposizione gli strumenti minimi indispensabili per compiere pienamente il proprio lavoro. Una questione preoccupante, se si pensa  che il monitoraggio della criminalità organizzata di tutte le province calabresi tranne quella di Reggio Calabria, spetta proprio all’ufficio di Catanzaro. Il procuratore esprime tutta la sua rabbia: “Non sappiamo più cosa inventarci. E’ inutile ripetere che non ci sono soldi. Senza soldi non si va da nessuna parte. Ci si dica allora piuttosto che non dobbiamo andare da nessuna parte”.<span id="more-22890"></span></p>
<p>Secondo il procuratore c’è il rischio che le attività di indagine subiscano rallentamenti se non addirittura la paralisi perché: ”Mancano i materiali con cui mandare avanti il lavoro e al momento la Procura può contare su appena cento risme di carta e venti cd, un numero ridicolo a fronte delle attività investigative in corso”.</p>
<p>La procura soffre da tempo di carenze croniche e da tempo negli uffici si raziona addirittura la carta, per inviare i fascicoli all’ufficio dei gip e agli avvocati, si utilizzano supporti digitali. Il problema è che adesso stanno finendo anche quelli. Continua Borrelli: “Solo dall’inizio dell’anno a oggi abbiamo arrestato 90 persone per associazione per delinquere di stampo mafioso, ed ancora molto c’è da fare, ma come dovremmo continuare con venti cd?”.</p>
<p>L’ufficio giudiziario poi non può contare nemmeno sui nuovi fondi assegnati dal ministero che, dopo quattro mesi dall’inizio del 2012, non ha ancora reso noti i relativi capitoli di bilancio. Nei mesi scorsi più volte dalla procura di Catanzaro è stato lanciato un allarme e una richiesta di intervento rivolta a chiunque potesse in qualche modo sostenere l’attività giudiziaria. </p>
<p>Una richiesta a cui nel corso del tempo hanno risposto il Comune di San Lorenzo De Vallo (Cs), la Provincia di Catanzaro, il Consiglio distrettuale dell’ordine degli avvocati di Catanzaro ed il Comune di Catanzaro, che hanno donato alla Procura carta, tre computer e cinque fax.</p>
<p>Donazioni “graditissime” continua Borelli ma “non si può certamente pensare che l’ufficio possa reggersi su questo, né che noi possiamo continuare a chiedere l’intervento di chi non è deputato a provvedere alle spese della giustizia”.</p>
<p>da <a rel="external nofollow" target="_blank"<br />
 href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/12/procuratore-catanzaro-abbiamo-nemmeno-carta-cosi-blocca-giustizia/204008/">ilfattoquotidiano.it</a></p>
<p><a href="http://www.calabrianotizie.it">Calabria Notizie</a></p><p><a href="http://www.calabrianotizie.it">Calabria Notizie - Tutte le notizie sulla Calabria in Rss</a></p>]]></content:encoded>
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		<title>Il prefetto: questa è una città omertosa &#8211; Dopo il terzo attentato a don Panizza riunito in procura il Comitato di sicurezza presieduto da Reppucci che punta l&#8217;indice &#8211; Oggi pomeriggio alla coop arriva Camusso, il sottosegretario De Stefano annuncia un incontro</title>
		<link>http://www.calabrianotizie.it/2012/04/12/prefetto-questa-una-citta-omertosa-dopo-terzo-attentato-don-panizza-riunito-procura-comitato-sicurezza-presieduto-reppucci-che-punta-lindice-oggi-pomeriggio-alla-coop-arri/</link>
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		<pubDate>Thu, 12 Apr 2012 11:39:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>CalabriaNotizie</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>LAMEZIA TERME &#8211; Riunito ad horas il Comitato provinciale di sicurezza per tenere sotto sorveglianza stretta don Giacomo Panizza e la cooperativa “Progetto Sud” vittime di tre attentati in cinque mesi. Oggi pomeriggio arriva alla coop Susanna Camusso leader della Cgil sicuramente non per parlare della riforma dell’articolo 18. Presto sarà in città Carlo De [...]</p><p><a href="http://www.calabrianotizie.it">Calabria Notizie - Tutte le notizie sulla Calabria in Rss</a></p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>LAMEZIA TERME &#8211; Riunito ad horas il Comitato provinciale di sicurezza per tenere sotto sorveglianza stretta don Giacomo Panizza e la cooperativa “Progetto Sud” vittime di tre attentati in cinque mesi. Oggi pomeriggio arriva alla coop Susanna Camusso leader della Cgil sicuramente non per parlare della riforma dell’articolo 18. Presto sarà in città Carlo De Stefano sottosegretario all’Interno sollecitato dall’onorevole Pino Galati. C’è un rinnovato interesse intorno ai disabili ed agli immigrati assistiti dalle cooperative sociali gestite dal sacerdote bresciano. E non solo perchè ieri il Corriere della Sera ha aperto le pagine di cronaca, e “Famiglia Cristiana” ha dedicato una copertina al prete antimafia. <span id="more-22887"></span></p>
<p>L’interesse probabilmente nasce da un giro grosso di lavori e appalti che da anni viene gestito dalle creature dell’arcipelago “Progetto Sud”, una trentina di soggetti che danno posti a circa 150 persone. Con cospicui investimenti pubblici per servizi innegabilmente utili a chi è più svantaggiato.</p>
<p>Può darsi che la ‘ndrangheta voglia mettere le mani su tutto questo, cercare d’infiltrarsi in modo subdolo come solo un’organizzazione criminale riesce a fare. Molto spesso con successo. Chi avrebbe detto ai Torcasio, quando una ventina d’anni fa costruirono il palazzotto a tre piani nel loro regno di Capizzaglie, che subito dopo la confisca sarebbe diventato il centro di un grosso giro d’affari perfettamente legale?</p>
<p>Adesso il clan è alla deriva, i Torcasio sono ridotti al lumicino: molti ammazzati e tanti in galera. Ed il dito degli inquirenti non sembra sia puntato esclusivamente su di loro. Dopo il vertice di ieri mattina nella procura lametina tutti sono usciti con una parola d’ordine: «S’indaga non tralasciando nessuna pista». L’hanno detto il procuratore Salvatore Vitello che ha ospitato la riunione nel suo ufficio in tribunale, e l’hanno ripetuto il prefetto Antonio Reppucci e il procuratore antimafia di Catanzaro Antonio Lombardo.</p>
<p>Solo un aspetto è certo: non si tratta di attentati improvvisati. Quello del 25 dicembre col grosso petardo davanti all’ingresso della coop poteva sembrare anche una gazatta, così come l’atrti vandalico nella vicina scuola “Gatti” di Capizzaglie, ma il 26 febbraio e la notte tra Pasqua e Pasquetta chi ha sparato sapeva benissimo cosa faceva.</p>
<p>Domenica 26 febbraio qualcuno ha sparato con una carabina di precisione centrando una finestra del primo piano, un appartamento abitato da nove minorenni disperati arrivati dal cuore dell’Africa tutti soli. Le indagini finora hanno rivelato che a sparare è stato un tiratore professionista, e che il colpo è stato esploso dall’alto di un’abitazione circostante, sempre nel regno dei Torcasio.</p>
<p>I due colpi di pistola a Pasquetta sono stati sparati da un revolver di grosso calibro, può darsi una 44 Magnum, perchè i buchi sulla saracinesca e sul vetro retrostante sono evidenti e non sono stati trovati bossoli sul marciapiede. S’è sparato ad altezza d’uomo.</p>
<p>In tutti e tre i casi nessuno ha visto nè sentito niente a Capizzaglie. </p>
<p>«Lamezia Terme è una città omertosa», afferma il prefetto Reppucci, «si fanno marce contro marce, ma nessuno poi parla. Nessuno denuncia di pagare il pizzo. A noi i commercianti dicono che non pagano il pizzo, di conseguenza devo pensare che a Lamezia il pizzo non esiste. Allora cosa si pretende dallo Stato?».</p>
<p>Aggiunge che magistratura e forze dell’ordine «stanno facendo degli sforzi enormi nella lotta alla criminalità», ma continua a mancare «il risveglio della società civile», lanciando un appello ai commerciati: «Aiutateci ad aiutarvi, anche in forma anonima, non vogliamo certamente eroi. Ma con le vostre indicazioni dobbiamo costruire una barriera sociale contro appetiti e mire malavitose».</p>
<p>Un altro prefetto, Carlo De Stefano, ora sottosegretario all’Interno ha assicurato a Galati che si metterà subito in contatto con Reppucci per decidere le misure da adottare. Ed ha garantito la sua disponibilità a venire a breve in città «per aprire un confronto con tutte le componenti istituzionali e cercare d’intervenire tempestivamente per fronteggiare in maniera decisa la piaga criminale». Anche il Comune ha detto sì.</p>
<p>«La visita del sottosegretario è necessaria», sostiene il deputato, «per mettere in atto misure concrete e determinate da parte del governo per osteggiare la criminalità organizzata. Tutto questo deve avvenire in perfetta sinergia tra tutte le componenti istituzionali interessate per fare fronte comune e debellare un fenomeno che affligge il nostro territorio. Occorrono fatti, il tempo delle parole è finito».</p>
<p>di Vinicio Leonetti</p>
<p>da Gazzetta del Sud</p>
<p><a href="http://www.calabrianotizie.it">Calabria Notizie</a></p><p><a href="http://www.calabrianotizie.it">Calabria Notizie - Tutte le notizie sulla Calabria in Rss</a></p>]]></content:encoded>
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		<title>La ‘ndrangheta fa paura anche dietro le sbarre, e i testi ritrattano: “Ho un figlio da crescere” &#8211; A Milano è in corso il processo contro la cosca Flachi. Diverse testimonianze sono risultate reticenti &#8211; Il giudice spesso ha interrotto l&#8217;udienza, in molti hanno annacquato le accuse nei confronti dei boss messe a verbale durante gli interrogatori davanti ai pm</title>
		<link>http://www.calabrianotizie.it/2012/04/05/ndrangheta-paura-anche-dietro-sbarre-testi-ritrattano-figlio-crescere-milano-corso-processo-contro-cosca-flachi-diverse-testimonianze/</link>
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		<pubDate>Thu, 05 Apr 2012 07:56:49 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>MILANO &#8211; Aula del tribunale di Milano, terzo piano, settima sezione presieduta dal giudice Aurelio Barazetta. In calendario il processo di ‘ndrangheta contro la cosca Flachi. Sul banco dei testimoni le presunte vittime del racket. Nei gabbioni gli imputati. Giuseppe Flachi, capo indiscusso del clan, indossa jeans e felpa (suo figlio Davide è già stato [...]</p><p><a href="http://www.calabrianotizie.it">Calabria Notizie - Tutte le notizie sulla Calabria in Rss</a></p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>MILANO &#8211; Aula del tribunale di Milano, terzo piano, settima sezione presieduta dal giudice Aurelio Barazetta. In calendario il processo di ‘ndrangheta contro la cosca Flachi. Sul banco dei testimoni le presunte vittime del racket. Nei gabbioni gli imputati. Giuseppe Flachi, capo indiscusso del clan, indossa jeans e felpa (suo figlio Davide è già stato condannato a 14 anni per mafia con rito abbreviato). Al suo fianco Giuseppe Amato, detto “Pinone”, braccio armato dell’organizzazione, esperto di sicurezza nei locali notturni e uomo di Forza nuova con alle spalle una fallita candidatura alle regionali del 2005.<span id="more-22846"></span> </p>
<p>Secondo la tesi dell’accusa è proprio Pinone, in collaborazione con un batteria di fedelissimi, ad aver gestito per anni non solo il pizzo nelle discoteche, ma anche il controllo dei rivenditori ambulanti di cibo e bevande, i cosiddetti “paninari”. “Sulla piazza di Milano – dice Amato intercettato – ci siamo noi a controllare i camion, ognuno ha la sua zona: abbiamo Città studi, corso Como, piazzale Lagosta e via Carlo Farini”. </p>
<p>E ancora: “Lavoriamo con i calabresi, gente che sta scontando l’ergastolo, siamo in Comasina, comandiamo a Quarto Oggiaro. Il mio socio è Emanuele Flachi“. Questo lo spartito criminale di uno dei clan più potenti della ‘ndrangheta lombarda contro il quale, per la prima volta, si è costituto parte civile il Comune di Milano.</p>
<p>Pochi minuti d’attesa ed entra il primo testimone. La lista è lunga. Obiettivo del pm Galileo Proietto è confermare in aula le dichiarazioni rilasciate davanti alla polizia giudiziaria. Oggi, però, c’è una differenza: minacce, aggressioni e pagamenti dovranno essere verbalizzate guardando in faccia i boss. L.S., professione venditore ambulante di panini, si accomoda dietro al bancone. “L’impegno – inizia il giudice Barazetta – è piuttosto severo: dire la verità”. </p>
<p>Lui inizia: “Non è che mi ricordo tanto, ho avuto la meningite, sono un po’ stordito”. L.S. non sarà il solo a mettere paletti preventivi alla sua deposizione. S.F., altro paninaro, anticipa subito il pm. “Io ho avuto un incidente bruttissimo, è morta la mia ragazza e ho avuto tipo due centimetri la faccia sfondata, sto combattendo tra ospedale e ospedale e quindi tante cose possono sfuggire”.</p>
<p>Queste le premesse, poi, confermate dagli interrogatori successivi costellati da “non ricordo”, o peggio da contraddizioni, continui interventi e richieste del presidente: “Dica la verità”. In molti casi “le minacce” si trasformano in banali liti. Le aggressioni in semplici buffetti. I pagamenti mensili del pizzo, in soldi, versati sì, ma solo una tantum. </p>
<p>Insomma, a Milano la ‘ndrangheta continua a terrorizzare anche quando sta dietro le sbarre. Come in Calabria, anche sotto il Duomo, i boss arrestati inviano indicazioni all’esterno. E chi di dovere raccoglie e comunica. In questo caso il messaggio è stato chiaro: nonostante il processo, fuori nulla è cambiato e chi pagava prima, paghi anche adesso.</p>
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<p>L’aula, dunque, intimorisce e i volti dei padrini infilzano dubbi nella memoria. L.S. lo dice esplicitamente al giudice Barazzetta. “Io ho un bambino piccolo da mantenere e crescere. Non voglio avere problemi quando questi usciranno dalla galera”. La premessa è decisiva per capire perché L.S. dica di aver lavorato solo un mese con i camion quando a verbale un anno prima aveva parlato di due anni. E sostenga di essere stato indirizzato con il camion in certi luoghi piuttosto che in altri solo perché alcuni buttafuori (legati alla cosca) gli facevano un favore.</p>
<p>Eppure nell’ambiente della movida è cosa risaputa che buona parte della sicurezza nei locali notturni sia in mano alla ‘ndrangheta. Nonostante questo, B.Q. ex titolare di una discoteca nel quartiere Isola, in aula interpreta la parte dello smemorato. Di Amato, lui sa che lavora nella security. Non che sia socio con Emanuele Flachi, fratello del boss. “Che avesse rapporti di amicizia o si appoggiasse a lui, quello non lo so”. </p>
<p>Matematica arriva la contestazione del pm. Un anno prima, infatti, B.Q. aveva detto ben altro: “Giuseppe Amato era socio di Flachi, almeno per quanto riguarda la sicurezza”. Di più: “Spesso utilizzava il suo nome per risolvere controversie”. Naturalmente la frase sottende un significato preciso: la famiglia Flachi sta da sempre nel gotha della ‘ndrangheta lombarda. Per il titolare della discoteca, invece, Flachi non è un mafioso, ma “una persona rispettata che usa la diplomazia per risolvere i problemi”.</p>
<p>E i pagamenti ad Amato? “Centoventi euro a serata”. Altro? Niente. Di nuovo qualcosa non torna, perché il 15 marzo 2011, B.Q. aveva verbalizzato: “Amato mi aveva chiesto un fisso mensile tra i 1000 e 1500 euro, mi chiese anche una somma tra i 500 e gli 800 euro per Emanuele Flachi, giustificando che in caso di problemi avremmo dovuto fare il suo nome”. Nero su bianco. </p>
<p>Ancor più chiara l’annotazione della Guardia di finanza: “Emergeva come B.Q. pagasse periodicamente una somma di denaro a Emanuele Flachi per il tramite di Giuseppe Amato, con scadenza nella seconda settimana di ogni mese”. In generale, poi, le intercettazioni dimostrano “come gli appartenenti alla cosca Flachi considerassero la discoteca parte integrante del proprio territorio”.</p>
<p>Ma in aula non si nega solo il pizzo. Succede anche per le minacce. Sempre B.Q. prima di essere sentito in tribunale dichiara: “Parlai con Amato, mi sentivo fortemente minacciato”. Davanti al giudice sostiene di non ricordare di aver detto quelle parole. “Allora – prova a dire Barazzetta – diciamo così: minacciato con garbo?”. Insomma, di nuovo la realtà rovesciata. Anche perché appare difficile conciliare l’assenza di minaccia con un frase del genere: “Erano le condizioni che mi costringevano ad accettare il suo servizio (di Amato, ndr)”.</p>
<p>Alla fine, però, il giudice sbotta e sospende “perché non è che si può incassare qualsiasi risposta”. Capita durante l’interrogatorio di S.F. Il punto sul tavolo è il controllo dei camion e le tangenti da incassare periodicamente. In aula il registratore diffonde le voci degli uomini della cosca. Parlano di S.F. e delle sue difficoltà sul lavoro. Quindi concludono: “Adesso faremo un forfait per queste tre settimane!”. In aula il paninaro prova a chiudere in questa maniera la questione: “Non lo so, magari stavano scherzando”.</p>
<p>di Davide Milosa</p>
<p>da <a rel="external nofollow" target="_blank" href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/04/ndrangheta-paura-anche-dietro-sbarre-testi-ritrattano-figlio-crescere/202299/">ilfattoquotidiano.it</a></p>
<p><a href="http://www.calabrianotizie.it">Calabria Notizie</a></p><p><a href="http://www.calabrianotizie.it">Calabria Notizie - Tutte le notizie sulla Calabria in Rss</a></p>]]></content:encoded>
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		<title>‘Ndrangheta, giudice Giusti arrestato per corruzione aggravata dalla finalità mafiosa &#8211; Secondo l’accusa, il magistrato avrebbe ricevuto dal clan Lampada almeno 71 mila euro e, avendo venduto alla &#8216;ndrangheta la propria funzione, avrebbe &#8220;violato i principi di imparzialità, probità e indipendenza&#8221;. L&#8217;arresto è stato eseguito dalle Squadre mobili di Milano e Reggio Calabria</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Mar 2012 12:41:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>CalabriaNotizie</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Giancarlo Giusti, gip presso il tribunale di Palmi e poi sospeso dal Consiglio superiore della magistratura, è stato arrestato per corruzione aggravata dalla finalità mafiosa nell’ambito dell’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Milano sul clan della ‘ndrangheta dei Lampada. Lo ha comunicato il procuratore della Repubblica di Milano Edmondo Bruti Liberati. Secondo l’accusa, il magistrato [...]</p><p><a href="http://www.calabrianotizie.it">Calabria Notizie - Tutte le notizie sulla Calabria in Rss</a></p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Giancarlo Giusti, gip presso il tribunale di Palmi e poi sospeso dal Consiglio superiore della magistratura, è stato arrestato per corruzione aggravata dalla finalità mafiosa nell’ambito dell’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Milano sul clan della ‘ndrangheta dei Lampada. Lo ha comunicato il procuratore della Repubblica di Milano Edmondo Bruti Liberati. Secondo l’accusa, il magistrato avrebbe ricevuto dal clan almeno 71 mila euro e, avendo venduto al clan della ‘ndrangheta la propria funzione, avrebbe “violato i principi di imparzialità, probità e indipendenza”.<span id="more-22775"></span> </p>
<p>Giusti, 45 anni, è stato bloccato dalla polizia nella sua abitazione di Cittanova: l’arresto è stato eseguito dalle Squadre mobili di Milano e Reggio Calabria, che hanno notificato al giudice l’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal gip di Milano su richiesta della Dda.</p>
<p>Nella nota firmata da Bruti Liberati si legge che “in data odierna, nell’ambito del procedimento Valle/Lampada, è stata notificata l’ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip di Milano”, Giuseppe Gennari, “nei confronti del dottor Giancarlo Giusti, magistrato, già in servizio presso il Tribunale di Reggio Calabria e quindi di Palmi, sospeso dalle funzioni con delibera della Sezione disciplinare del Csm”, lo scorso 16 dicembre. </p>
<p>Giusti, stando al capo di imputazione, è accusato di corruzione “fino al giugno 2010” in concorso con il presunto boss della ‘ndrangheta calabrese radicata a Milano, Giulio Lampada. Il magistrato, infatti, in concorso anche “con persone non identificate” per “compiere e per aver compiuto atti contrari ai doveri d’ufficio, in palese violazione dei principi di imparzialità, probità e indipendenza tipici della funzione giudiziaria, si metteva a disposizione di Giulio Lampada”. </p>
<p>Tale “mercimonio della funzione”, si legge nell’imputazione, “veniva posto in essere dal magistrato al fine di ricevere e dopo aver ricevuto le utilità economiche da Giulio Lampada e da soggetti a quest’ultimo collegati, tra cui Mario Giglio e Minasi Vincenzo per un valore complessivo di almeno 71 mila euro”. Il tutto con “l’aggravante di aver commesso il fatto al fine di favorire l’associazione di tipo mafioso”.</p>
<p>La posizione di Giancarlo Giusti era da tempo sotto stretta osservazione da parte degli investigatori milanesi. Nella prima tranche dell’inchiesta erano emerse intercettazioni compromettenti a carico del giudice del Tribunale di Palmi, accusato di avere sfruttato l’amicizia con i Lampada per ottenere viaggi e soggiorni a Milano in resort molto costosi. </p>
<p>Il tutto, sempre secondo l’accusa, in compagnia di avvenenti escort (una ventina il numero calcolato dagli investigatori milanesi) “offerte” dai fratelli Francesco e Giulio Lampada tra il 2008 e il 2009. Secondo diversi resoconti giornalistici, Giusti svolgeva funzioni di gip-gup al Tribunale di Palmi. In realtà, il magistrato non avrebbe mai esercitato la funzione di giudice per le indagini preliminari. </p>
<p>Fino al giorno del blitz della mobile di Milano, il magistrato ha svolto le funzioni di giudice monocratico prevalentemente nella sezione di Cinquefrondi, sede distaccata del Tribunale di Palmi. Secondo indiscrezioni raccolte in ambienti giudiziari, il presidente del Tribunale di Palmi, Anna Maria Arena, avrebbe in effetti, in un primo momento, previsto per Giusti il trasferimento dalle funzioni di giudice monocratico a quelle di gip. Ma le notizie trapelate dalla Lombardia sul suo coinvolgimento nell’inchiesta milanese avrebbero bloccato l’assegnazione del nuovo incarico.</p>
<p>Lo scorso 30 novembre, nell’ambito dell’inchiesta coordinata dal procuratore aggiunto Ilda Boccassini e dai pm Paolo Storari e Alessandra Dolci, era stato arrestato un altro magistrato, poi sospeso dal Csm, il presidente delle misure di Prevenzione del Tribunale di Reggio Calabria, Vincenzo Giuseppe Giglio. </p>
<p>In carcere erano finite anche altre 8 persone: il cugino di Giglio, il medico Vincenzo Giglio, il consigliere regionale della Calabria Francesco Morelli (Pdl), l’avvocato Vincenzo Minasi, il maresciallo della Guardia di Finanza Luigi Mongelli e un ‘fedelissimo’, Raffaele Fermino. E poi anche Giulio Lampada, “il regista di tutte le operazioni” e il fratello Francesco, gestori di bar e locali e veri e propri imprenditori nel settore dei giochi di azzardo, la moglie di quest’ultimo Maria Valle (lei però ai domiciliari) e suo fratello Leonardo, l’unico componente “spendibile della famiglia all’esterno”.</p>
<p>Per tutti il processo con rito immediato comincerà nelle prossime settimane. Il 27 gennaio scorso, poi, erano stati arrestati anche 3 finanzieri e il direttore del lussuoso hotel milanese ‘Brun’, accusato di favoreggiamento personale. In quell’albergo, secondo l’accusa, Giusti avrebbe soggiornato pagato dalla cosca e incontrato escort.</p>
<p>da <a rel="external nofollow" target="_blank" href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/28/ndrangheta-giudice-giusti-arrestato-corruzione-aggravata-dalla-finalita-mafiosa/200630/">ilfattoquotidiano.it</a></p>
<p><a href="http://www.calabrianotizie.it">Calabria Notizie</a></p><p><a href="http://www.calabrianotizie.it">Calabria Notizie - Tutte le notizie sulla Calabria in Rss</a></p>]]></content:encoded>
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		<title>Ndrangheta, primo risarcimento a processo per il comune di Milano</title>
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		<pubDate>Thu, 15 Mar 2012 10:32:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>CalabriaNotizie</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Per la prima volta il Comune di Milano ottiene un indennizzo per «danno d’immagine» in un processo contro la ’ndrangheta, dopo essersi costituito parte civile. L’indennizzo per il comune meneghino, la cui intenzione di costituirsi parte civile era stata comunicata dallo stesso sindaco Giuliano Pispaia, ammonta a 50mila euro. La decisione del tribunale di Milano è arrivata ieri nella sentenza che ha visto alla sbarra il clan Flachi nel processo con rito abbreviato, dopo l’operazione di Ros e Guardia di Finanza denominata “Redux-Caposaldo”, che aveva portato a 35 arresti nel marzo del 2011.<span id="more-22705"></span> </p>
<p>Quattro dei 35 arrestati erano accusati di associazione di stampo mafioso. La pena più alta, 14 anni, è andata a Davide Flachi, figlio del capoclan storico Pepè Flachi, grande manovratore degli affari della ‘ndrangheta a Milano tra gli anni ’80 e ’90, conosciuto anche come il boss della Comasina e l’erede di Vallanzasca. </p>
<p>Le altre condanne inflitte dal tribunale vanno da 10 mesi a 11 anni e vedono coinvolti i protagonisti di una delle inchieste più interessanti, e inquietanti, sulla ’ndrangheta a Milano. Dall’indagine, condotta dalla DDA di Milano e suffragata dal giudice per le indagini preliminari Giuseppe Gennari, è emerso uno spaccato delle attività economiche, politiche e mafiose dei clan a Milano.</p>
<p>Dalle cooperative che giravano col marchio TNT per il trasporto pacchi, ai baracchini fuori San Siro, che senza la “messa a posto” dei Flachi non potevano sostare, dallo spostamento della terra con i camion sui cantieri del metrò 5, Portello fiera, box davanti al teatro Smeraldo e al comando dei vigili del fuoco di Monza. </p>
<p>«Non esiste cantiere, pubblico o privato che sia, in cui – puntualmente – non si presenta il solito camion di padroncini calabresi a caricare terra e detriti di scavo. E nessuno si permette di eccepire nulla», scrive il gip accogliendo le richieste del capo della Dda Ilda Boccassini e pm Storari-Dolci-Proietto.</p>
<p>Eppure, risulta agli inquirenti, anche in seguito a un colloquio avuto in carcere poprio col figlio Davide, il capo indiscusso, nonostante si trovi detenuto a Parma, è sempre lui, il boss della Comasina, Pepè Flachi, lo stesso che negli anni ’80 e ‘90 si spartiva gli affari lombardi col boss Franco Coco Trovato. In che modo? Quando Pepè lascia il carcere di Parma in permesso e arriva a Milano i summit si tengono in una stanza dell’Ospedale Galeazzi di Milano e uno degli affiliati riesce anche a farsi riservare uno degli uffici del Niguarda.</p>
<p>Summit, pizzo, movimento terra, ma anche locali notturni e politica. È il caso di nomi noti della movida milanese, come l’Hollywood e il De Sade, dove la criminalità organizzata arriva ad acquistare tramite prestanome, nel caso del De Sade, mentre all’Hollywood decide bodyguard e servizi. Tutti, nel giro dei locali della zona, e le intercettazioni disposte nell’inchiesta lo testimoniano, sanno che ad Affori, Bovisa, Comasina e zone varie gli «after hour li fanno loro, i Flachi».</p>
<p>Poi ci sono, immancabili, i contatti con la politica e le istituzioni lombarde che qui emergono in modo preoccupante, ancora una volta. E’ in questa indagine che il gip Giuseppe Gennari fa la lista di quello che viene definito il “capitale sociale” della ‘ndrangheta, cioè quei non affiliati, ben inseriti nel tessuto economico-politico che possono favorire le attività dei clan sul territorio.</p>
<p>È lo stesso Gip, che nell’ordinanza con cui firmava i 35 arresti dell’operazione Redux-Caposaldo, dedica un capitolo intero ai nomi di quel capitale sociale, che però, vista la sempre più ristretta applicazione del cosiddetto “concorso esterno”, scrive Gennari, sottotlineato, «il risultato quasi paradossale è che uno degli aspetti di maggiore pericolosità del fenomeno criminale mafioso rischia di sfuggire ad ogni tipo di sanzione penale».</p>
<p>I nomi del capitale sociale in Lombardia si rincorrono con posizioni e valenze istituzionali sempre diverse, ma con buone entrature da sfruttare. Così da Carlo Chiriaco, direttore dell’Asl di Pavia, oggi imputato per concorso esterno in associazione mafiosa, a Massimo Ponzoni, da Antonio Oliverio, comparso anche in questa indagine al commercialista con incarichi pubblici Pietro Pilello, dai funzionari di banca ad alcuni appartenenti delle Forze dell’Ordine, come abbiamo avuto modo anche di documentare.</p>
<p>I pm e il Gip di Milano affermano che alcuni politici milanesi ricorrano ai voti delle cosche, e passano in rassegna anche circostanze imbarazzanti e poco limpide che vedono coinvolti nomi dei palazzi della politica in regione, poi non indagati, ma con contatti comunque significativi. Raccogliere prove di appoggi e voto di scambio è difficile, infatti nonostante gli elementi raccolti, nessun politico è stato indagato. </p>
<p>A margine dell’operazione, Ilda Boccassini puntualizzò «Emerge tuttavia un tentativo di contatto con il mondo politico e in particolare, per la competizione elettorale del 2008 da parte di Davide Flachi con persone che si riteneva potessero partecipare alle amministrative». Per poi sottolineare che «questo non significa che le persone “appoggiate” sapessero di ricevere voti da parte della famiglia Flachi, ma al giorno d’oggi basta smanettare su internet per sapere che Davide Flachi e’ stato condannato per omicidio. Internet oggi consente di verificare se una persona ha avuto l’onore delle cronache». Insomma, un suggerimento alla politica per verificare a chi si stringe la mano durante cene e cocktail elettorali.</p>
<p>Ieri si è chiuso il processo con rito abbreviato e oltre alle condanne è arrivato per la prima volta il riconoscimento del danno d’immagine al comune di Milano per fatti di mafia. Una costituzione parte civile, che secondo l’attuale presidente della commissione comunale antimafia del comune, David Gentili «ha un valore politico, sociale, culturale di grandissima rilevanza, non solo perché dice in buona sostanza che gli imputati hanno danneggiato l’immagine del Comune di Milano – rileva Gentili durante la seduta in consiglio dello scorso 6 febbraio dopo la costituzione parte civile del comune – e della Città di Milano, ma anche perché quest’indagine ha di fatto scoperchiato una cappa terribile che in alcuni quartieri, e non solo in quartieri del nord Milano, ma il clan si è spinto fino al centro di Milano, si è generata intorno all’imprenditoria sana e al commercio sano. Per cui – conclude Gentili – il messaggio è anche di sostegno all’imprenditoria e al commercio sano che è stato penalizzato fortemente dalla presenza territoriale, militare di questa cosca, è stato penalizzato dal racket che molti di loro hanno subìto o non hanno voluto subire e per questo sono stati danneggiati».</p>
<p>(pubblicato su www.linkiesta.it e su lucarinaldiblogspot.com)</p>
<p>di Luca Rinaldi</p>
<p>da <a rel="external nofollow" target="_blank" href="http://www.malitalia.it/2012/03/ndrangheta-primo-risarcimento-a-processo-per-il-comune-di-milano/">malitalia.it</a></p>
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		<title>Falso in atto pubblico e abuso d&#8217;ufficio per Scopelliti &#8211; Recapitato l&#8217;avviso di conclusione delle indagini nei confronti del Governatore calabrese nel periodo in cui fu sindaco di Reggio</title>
		<link>http://www.calabrianotizie.it/2012/03/13/falso-atto-pubblico-abuso-dufficio-per-scopelliti-recapitato-lavviso-conclusione-delle-indagini-nei-confronti-del-governatore-calabrese-nel-periodo-cui-sindaco-reggio/</link>
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		<pubDate>Tue, 13 Mar 2012 08:00:52 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>REGGIO CALABRIA &#8211; Falso in atto pubblico e abuso d’ufficio: giovedì 8 marzo è stato notificato al governatore calabrese Giuseppe Scopelliti avviso di conclusione indagini da parte della procura ordinaria di Reggio Calabria. I reati vengono contestati nell’ambito delle indagini sul cosiddetto &#8220;caso Fallara&#8221;, ovvero somme erogate indebitamente dall’ex dirigente Ufficio tributi e finanze del [...]</p><p><a href="http://www.calabrianotizie.it">Calabria Notizie - Tutte le notizie sulla Calabria in Rss</a></p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>REGGIO CALABRIA &#8211; Falso in atto pubblico e abuso d’ufficio: giovedì 8 marzo è stato notificato al governatore calabrese Giuseppe Scopelliti avviso di conclusione indagini da parte della procura ordinaria di Reggio Calabria. I reati vengono contestati nell’ambito delle indagini sul cosiddetto &#8220;caso Fallara&#8221;, ovvero somme erogate indebitamente dall’ex dirigente Ufficio tributi e finanze del Comune dello Stretto. <span id="more-22682"></span></p>
<p>Orsola Fallara si tolse la vita nel dicembre 2010 dopo delle tempestose dimissioni dall’incarico quando la stampa locale e un quotidiano nazionale diedero conto dei mandati di pagamento con i quali la dirigente si era auto-liquidata compensi superiori al milione di euro in due anni, extra compenso professionale, per rappresentare l’ente locale presso la Commissione tributaria, e per oltre 700mila euro elargiti all’architetto Bruno Labate per consulenze professionali mai svolte nel solo anno 2010. </p>
<p>Labate ha in seguito rassegnato le dimissioni dal suo incarico ufficiale rivestito presso la regione Calabria e un mese or sono ha concluso un accordo con la Procua reggina per la restituzione integrale della somma indebitamente percepita, concordando un piano per il pagamento in tempi certi.</p>
<p>L’avviso di conclusione indagini è stato notificato all’allora sindaco reggino Scopelliti, ora presidente regionale, e ai tre componenti del collegio Revisori dei conti del comune, Carmelo Stracuzzi, Domenico D’Amico e Ruggero de Medici. Sul governatore calabrese i magistrati reggini indagano per falso ideologico in atto pubblico ed abuso d’ufficio per aver sottoscritto i mandati di pagamento che la dirigente delle Finanze cittadine si era auto-liquidata e che aveva conferito all’architetto Labate. Nel faldone delle indagini è stato acquisito dal 16 ottobre 2011 la relazione di tre periti della Procura sui conti comunali, gli stessi professionisti che hanno steso altra relazione sulla situazione delle casse reggine per conto del Ministero delle finanze. </p>
<p>Questi consulenti, dopo sei mesi a spulciare gli atti amministrativi hanno accertato, per i soli due anni sui quali dovevano indagare, altre manomissioni ed omissioni dei conti pubblici, per un ammanco totale di oltre 87 milioni di euro; cifre che potrebbero essere oggetto di illecito penale. Nella relazione al ministero economico invece, gli stessi professionisti, hanno svelato irregolarità nella redazione di bilancio per un importo quasi doppio nel periodo 2006 &#8211; 2010, il che porta il buco accertato da organi indipendenti, nei conti comunali, a 170 milioni di euro.</p>
<p>Nelle perizie depositate in procura quindi, sono indicate irregolarità contabili per i bilanci 2008, 2009 e 2010, divenute ora contestazioni di reato al governatore, che ne risponderà con i tre revisori dei conti che i bilanci certificarono. Nelle argomentazioni dei pm, vanno chiariti diversi pagamenti, per i quali sarebbe stato utilizzato un capitolo di spesa diverso, rispetto a quanto previsto nel regolamento comunale. Presunti illeciti addebitati alla dirigente defunta Fallara, in concorso con il sindaco. </p>
<p>Per chiarire queste contestazioni, Scopelliti era stato convocato il 2 febbraio 2011 dalla procura e si era presentato per essere interrogato il 10 marzo successivo, accompagnato dal difensore Nico D’Ascola; la sua versione dei fatti venne resa ai titolari del procedimento, procuratori Sara Ombra e Francesco Tripodi  in presenza del procuratore aggiunto Ottavio Sferlazza e del procuratore capo Giuseppe Pignatone. </p>
<p>Il succo della linea difensiva del politico era che per la quantità di atti che doveva visionare, non poteva avere contezza del contenuto di tutto quel che gli si chiedeva di firmare, tanto da aver potuto approvare disposizioni mai avrebbe autorizzato. “In qualità di sindaco ho firmato tantissimi atti e preciso che questi mi venivano sottoposti in notevoli quantità all’interno di faldoni sicchè li sottoscrivevo senza leggerne il contenuto, confidando ovviamente nella responsabilità e professionalità dei funzionari competenti”, le dichiarazioni rese; ossia l’attuale Governatore sarebbe stato buggerato dalla consulente, sua amica d’infanzia e da questi voluta con incarico fiduciario a reggere le redini di un comune da 200mila abitanti. Va precisato che le controparti politiche hanno a lungo vagheggiato che a Scopelliti venisse contestato anche il peculato, ossia un proprio personale lucro, che la Procura non ha invece ritenuto di contestare. </p>
<p>Scopelliti, quindi, non avrebbe approvato per personale profitto, ma sarebbe colpevole di omessa vigilanza sull’operato di una sua dipendente. Il governatore ha ora 20 giorni per presentare altre memorie a difesa, o essere interrogato di nuovo. Al termine di questo periodo, la procura, trapela dall’interno degli uffici giudiziari, ha intenzione di chiedere il rinvio a giudizio del politico. E non appare casuale che questo procedimento abbia questo sbocco circa due settimane dopo che Giuseppe Pignatone avrà già lasciato lo Stretto per guidare la Procura della Capitale; tra i magistrati era opinione corrente che il procuratore capo (che in Sicilia istruì il processo che ha portato dopo la Cassazione, in carcere l’ex governatore Totò &#8220;vasa vasa&#8221; Cuffaro) sia persona molto equilibrata, che non ama la spettacolarizzazione dei processi né le accuse che non abbiano più che fondate possibilità di reggere per tre gradi di giudizio. </p>
<p>Pignatone non ama che gli uffici giudiziari vengano messi in moto per processi che rischiano di finire su di un binario morto. Sarebbe per questo motivo, che il procedimento arriverà nella fase del rinvio a giudizio, quando l’ex procuratore capo sarà già seduto sulla poltrona più alta della procura di Piazzale Clodio in Prati.</p>
<p>di Gianluca Ursini</p>
<p>da <a rel="external nofollow" target="_blank" href="http://www.liberainformazione.org/news.php?newsid=16948">liberainformazione.org</a></p>
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		<title>Crimine, processo dimezzato: 34 assoluzioni, oltre 90 condanne &#8211; Tra queste, 14 anni a Giuseppe Commisso e dieci anni per Domenico Oppedisano, che all&#8217;interno dell&#8217;organizzazione ricopre il ruolo apicale di capo crimine</title>
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		<pubDate>Thu, 08 Mar 2012 11:46:28 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>REGGIO CALABRIA &#8211; E’ stato un processo dimezzato quello conclusosi oggi a Reggio Calbria. Il gup, Giuseppe Minutoli, ha assolto trentaquattro indagati e ha ridotto a 10 anni di reclusione la pena per Domenico Oppedisano, il capo assoluto della ‘ndrangheta. Il pm aveva chiesto 20 anni. Il tribunale di Reggio Calabria ha condannato 84 persone [...]</p><p><a href="http://www.calabrianotizie.it">Calabria Notizie - Tutte le notizie sulla Calabria in Rss</a></p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>REGGIO CALABRIA &#8211; E’ stato un processo dimezzato quello conclusosi oggi a Reggio Calbria. Il gup, Giuseppe Minutoli, ha assolto trentaquattro indagati e ha ridotto a 10 anni di reclusione la pena per Domenico Oppedisano, il capo assoluto della ‘ndrangheta. Il pm aveva chiesto 20 anni. Il tribunale di Reggio Calabria ha condannato 84 persone in quello che era stato definito il  ”processo crimine“, celebrato con il rito abbreviato. La maxi inchiesta aveva portato a oltre 300 arresti il 10 luglio 2010 insieme all’operazione ‘Infinito’ della Dda di Milano.<span id="more-22644"></span></p>
<p>Tra le pene più importanti c’è quella di Giuseppe Commisso, condannato a 14 anni e 8 mesi di reclusione. Fondamentali per le indagini erano state le intercettazioni nella sua lavanderia a Siderno, nella Locride, dove parlava di ‘ndrangheta’ pensando di essere al sicuro. Tra i personaggi chiave dell’indagine c’è Domenico Oppedisano, considerato dai magistrati della Dda di Reggio Calabria il “capo crimine”, ovvero una figura di congiunzione tra i tre “mandamenti” jonico, centro e tirrenico e con le altre locali di ‘ndrangheta installate nelle regioni del Nord Italia e all’estero. Il gup lo ha condannato a 10 anni di reclusione ( i pm avevano chiesto la condanna a 20 anni).</p>
<p>Le condanne inflitte dal gup Minutoli sono sensibilmente più basse rispetto a quelle richieste dalla Procura. Alla lettura della sentenza nell’aula bunker di Reggio Calabria c’erano i procuratori aggiunti Michele Prestipino e Nicola Gratteri, e i sostituti Antonio De Bernardo, Maria Luisa Miranda e Giovanni Musarò.</p>
<p>Per il procuratore aggiunto della Repubblica di Reggio Calabria, Michele Prestipino ”questa è una sentenza importante perché riconosce un principio, peraltro già riconosciuto in altre sentenze dal gup di Reggio e di Milano, che sarà molto importante non solo per i futuri processi ma anche per le future attività di indagine sulla ‘ndrangheta”. “Al giudice – ha detto il magistrato – abbiamo portato un processo estremamente complesso e articolato, frutto di indagini durate due anni che hanno visto impegnate le Dda di Reggio Calabria e di Milano. La valutazione complessiva del gup ha confermato, per quanto si può comprendere dal dispositivo, l’impostazione nostra e dei colleghi milanesi in questo processo secondo cui la ‘ndrangheta è un’organizzazione unitaria governata da un organismo di vertice. La stragrande maggioranza degli imputati è stato condannata e tra essi tutti i principali esponenti delle cosche di cui la ‘ndrangheta si compone”.</p>
<p>da <a rel="external nofollow" target="_blank" href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/08/processo-crimine-oltre-condanne-anni-reclusione-capo-oppedisano/196169/">ilfattoquotidiano.it</a></p>
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		<title>L&#8217;ex boss Pino: «Condannato un innocente» &#8211; Il padrino pentito scagiona in aula Francesco Masala giudicato responsabile d&#8217;un omicidio compiuto in piazza Kennedy nel 1985 &#8211; Sergio Palmieri venne ucciso nell&#8217;androne d&#8217;un palazzo dove s&#8217;era rifugiato per ripararsi dalla pioggia</title>
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		<pubDate>Thu, 08 Mar 2012 09:57:48 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>COSENZA &#8211; Il &#8220;genio&#8221; del crimine parla con la sicumera di sempre. In diciassette anni di collaborazione con la giustizia ha imparato a muoversi tra le tempeste dibattimentali con l&#8217;abilità d&#8217;un vecchio marinaio. Franco Pino è stato una delle intelligenze più invidiate e temute della criminalità organizzata calabrese. Proprio perchè alla fredda determinazione del consumato [...]</p><p><a href="http://www.calabrianotizie.it">Calabria Notizie - Tutte le notizie sulla Calabria in Rss</a></p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>COSENZA &#8211; Il &#8220;genio&#8221; del crimine parla con la sicumera di sempre. In diciassette anni di collaborazione con la giustizia ha imparato a muoversi tra le tempeste dibattimentali con l&#8217;abilità d&#8217;un vecchio marinaio. Franco Pino è stato una delle intelligenze più invidiate e temute della criminalità organizzata calabrese. Proprio perchè alla fredda determinazione del consumato boss mafioso associava una lucida diplomazia che gli spalancava le porte del mondo politico e imprenditoriale. E non solo: Pino era infatti accreditato presso le cosche più importanti del Reggino, della Sicilia orientale e della Campania. Da pentito ha parlato di quasi un centinaio di omicidi.<span id="more-22641"></span> </p>
<p>«Ho detto quello che sapevo su mandanti ed esecutori – ha detto ieri alla Corte d&#8217;assise presieduta da Antonia Gallo – ma ho pure scagionato persone innocenti». Il riferimento esplicito fatto dall&#8217;ex padrino riguarda Francesco Masala, un giovane cosentino condannato per un delitto che non aveva commesso.</p>
<p>«Quando nel maggio del 1995 ho deciso di collaborare con i magistrati – ha aggiunto Pino – ho subito detto che non era stato Francesco Masala a commettere l&#8217;omicidio in piazza Kennedy. Quel ragazzo era stato condannato ingiustamente». Le parole dell&#8217;ex capobastone riaprono una brutta ferita che continua a bruciare sulla pelle del mondo giudiziario locale. </p>
<p>Già, perché la storia di Francesco Masala è uguale a quella di tante altre persone stritolate da una giustizia spesso frettolosa e superficiale. Distrutte da un sistema giudiziario che ha necessità di proporre colpevoli sotto la spinta della collettiva indignazione. </p>
<p>Così è accaduto dopo l&#8217;assassinio dell&#8217;ispettore di polizia Salvatore Aversa e della moglie, Lucia Precenzano, a causa delle mendaci dichiarazioni rilasciate da una testimone. Una donna clamorosamente smentita molti anni dopo dai veri esecutori del duplice omicidio. O, ancora più indietro nel tempo, così è successo con la strage di Alcamo, per la quale è stato recentemente assolto a Reggio Calabria, dopo aver scontato 21 anni di carcere, Giuseppe Gullotta, ingiustamente incolpato del crimine nel lontano 1976. </p>
<p>Per Masala i fatti – pur se con sfumature diverse – sono andati in modo paradossalmente uguale. Anche nel suo caso, tuttavia, la verità è lentamente venendo a galla. L&#8217;«uomo sbagliato», infatti, è stato scagionato nel giugno di due anni addietro da un supertestimone: il coetaneo che, nelle ore immediatamente successive al delitto, compiuto in piazza Kennedy, a Cosenza, la sera del 27 novembre 1985, venne torchiato dalle forze di polizia. </p>
<p>Gl&#8217;investigatori davano la caccia al responsabile dell&#8217;agguato consumato in danno di Sergio Palmieri, impiegato comunale. Bisognava trovare a tutti i costi un responsabile e, alla fine, toccò a Francesco Masala, all&#8217;epoca diciannovenne, interpretare lo scomodo ruolo. Tanti anni dopo, però, il teste utilizzato per condannarlo nei dibattimenti ordinari, ha rivelato alla Corte di appello di Salerno – che ha istruito le procedure di revisione – quello che veramente aveva visto la sera della tragedia. </p>
<p>«Non ho mai notato Masala – ha detto – con la pistola in mano e non ho mai detto di averlo visto. Le mie impressioni vennero solo interpretate dagli inquirenti. Questa è la verità». L&#8217;uomo, che oggi è uno stimato professionista, ha parlato davanti ai togati campani senza mostrare dubbi o ritrosie. La sua deposizione sembrava destinata a spianare la strada, probabilmente in modo definitivo, alla completa riabilitazione d&#8217;un omicida che omicida non è mai stato. </p>
<p>Ma non è stato così. Perché la magistratura salernitana non ha poi ribaltato le decisioni processuali precedenti, respingendo la richiesta di revisione. Una grande delusione per lo sfortunato Masala che era stato scagionato, oltre che da Franco Pino, anche da altri tre pentiti di &#8216;ndrangheta: Vincenzo Dedato, Roberto Pagano e Pierluigi Berardi.</p>
<p>di Arcangelo Badolati</p>
<p>da <a rel="external nofollow" target="_blank" href="http://www.gazzettadelsud.it/NotiziaArchivio.aspx?art=31109&#038;Edizione=8&#038;A=20120308">gazzettadelsud.it</a></p>
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		<title>Crimine, il giorno della sentenza &#8211; Alla sbarra 120 imputati</title>
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		<pubDate>Thu, 08 Mar 2012 09:14:12 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>REGGIO CALABRIA &#8211; È il giorno della sentenza del processo &#8220;Crimine&#8221;. L&#8217;appuntamento è fissato per stamattina alle 10 nell&#8217;aula bunker di viale Calabria dove il gup Giuseppe Minutoli leggerà il dispositivo del giudizio che riguarda i 120 imputati che hanno scelto di definire la loro posizione con il rito abbreviato. Sarà, in ogni caso, una decisione storica perché per la prima volta in un maxi-processo la &#8216;ndrangheta viene giudicata come organizzazione unica e verticistica.<span id="more-22628"></span></p>
<p>Il processo nasce dall&#8217;operazione condotta nel luglio del 2010 sull&#8217;asse Milano-Reggio Calabria. La sinergia nell&#8217;attività d&#8217;indagine sviluppata tra le direzioni distrettuali del capoluogo lombardo e della città dello Stretto aveva portato dietro le sbarre oltre trecento persone.</p>
<p>Sui 101 imputati del troncone milanese definito in abbreviato, il 19 novembre scorso, erano piovuti oltre otto secoli di carcere. Il gup Roberto Arnaldi aveva inflitto condanne fino a 16 anni, previa riduzione di un terzo della pena prevista per la scelta del rito alternativo. Condanne che avevano messo in ginocchio le cosche presenti e attive, secondo l&#8217;accusa, in territorio lombardo.</p>
<p>E oggi arriverà il nuovo responso che potrebbe rappresentare un colpo da ko per le cosche di &#8216;ndrangheta attive nella provincia reggina. Soprattutto se dovesse trovare conferma nella valutazione del giudice la linea dell&#8217;accusa, rappresentata nel processo dagli aggiunti Nicola Gratteri e Michele Prestipino, e i sostituti Antonio De Bernardo, Giovanni Musarò e Maria Luisa Miranda. </p>
<p>È il caso di ricordare che, concludendo la requisitoria, Gratteri aveva chiesto due sole assoluzioni e la condanna di 118 imputati a complessivi 1667 anni di carcere. </p>
<p>Il massimo della pena, 20 anni di reclusioni, era stato chiesto per Domenico Oppedisano, l&#8217;insospettabile ottantenne che ricopriva la carica di &#8220;capo crimine&#8221;, e altri quindici imputati</p>
<p>da Gazzetta del Sud</p>
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		<title>Nove condanne per oltre un secolo di carcere &#8211; La sentenza del Tribunale penale nel processo &#8220;Pandora&#8221; scaturito da un&#8217;operazione di Dda e Polizia di Stato contro le &#8216;ndrine di Isola nel 2009 &#8211; Cinque degli imputati riconosciuti colpevoli di associazione di stampo mafioso. Sei assolti da tutte le accuse</title>
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		<pubDate>Thu, 08 Mar 2012 08:44:55 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>CROTONE &#8211; Nove condanne per complessivi 104 anni di reclusione e sei assoluzioni: così hanno deciso ieri i giudici del Tribunale che hanno giudicato le 15 persone imputate nel processo scaturito dall&#8217;operazione della Dda e della Polizia di Stato denominata &#8220;Pandora&#8221; messa a segno il 27 novembre del 2009 con 34 arresti di presunti affiliati ai clan Nicoscia e Arena di Isola Capo Rizzuto. Alle 17,30 di ieri il presidente del collegio Massimo Forciniti (Franco Russo Guarro e Michele Ciociola a latere; cancelliere: Giovanna Morabito), ha letto in aula il dispositivo della sentenza con la quale i giudici hanno inflitto più di un secolo di carcere ai nove imputati riconosciuti colpevoli. <span id="more-22638"></span></p>
<p>Cinque di loro sono stati condannati per associazione a delinquere di stampo mafioso. Per altri tre, i giudici nel decidere la pena, hanno riconosciuto, l&#8217;aggravante dell&#8217;art. 7 della legge antimafia. Alla luce delle condanne inflitte non c&#8217;è dubbio sul fatto che la tesi dell&#8217;accusa sostenuta in aula dal sostituto procuratore della Dda Pierpaolo Bruni, abbia retto al vaglio del Tribunale. </p>
<p>La condanna più pesante – 18 anni di reclusione e 2 anni in più rispetto a quanto chiesto dal pm – è stata inflitta a Pasquale Manfredi, condannato per associazione mafiosa, armi ed estorsione. Sedici anni di reclusione ciascuno sono stati inflitti a Luigi Manfredi (per associazione mafiosa, droga, armi ed estorsioni) ed a Tommaso Manfredi, condannato per associazione mafiosa ed armi. A 17 anni di reclusione è stato condannato Nicola Lentini riconosciuto colpevole (con l&#8217;aggravante mafiosa) del tentato omicidio di Vincenzo Riillo, ferito in un agguato l&#8217;11 aprile 2006 ad Isola. </p>
<p>Sono stati riconosciuti colpevoli di associazione mafiosa anche Graziella Manfredi, condannata a 9 anni e 6 mesi di reclusione e Carmine Vittimberga, riconosciuto colpevole anche dei reati di armi e droga. I cinque condannati per mafia, sono stati inoltre condannati dal Tribunale a pagare come risarcimento alle parti civili: 30.000 euro alla Regione Calabria; 60.000 euro al Comune di Isola ed altri 5.000 euro all&#8217;associazione &#8220;Alilacco-Sos Impresa&#8221;.</p>
<p>I giudici hanno condannato a 2 anni e 6 di reclusione per concorso in estorsione, il collaboratore di giustizia Angelo Salvatore Cortese per il quale il pm Bruni aveva chiesto l&#8217;assoluzione.</p>
<p>Sono stati assolti dal Tribunale da tutti i reati loro contestati: Carmelo La Porta (era accusato di associazione mafiosa); Fedele Martino imputato di mafia ed armi; e poi: Federico Periti, Doriana Pugliese, Franco Pugliese e Mirko Pugliese, tutti e quattro accusati di intestazione fittizia di beni.</p>
<p>I giudici hanno assolto Pasquale Manfredi dall&#8217;accusa di detenzione di un bazooka e da altri sei capi d&#8217;imputazione.</p>
<p>L&#8217;inchiesta della Dda (condotta da Bruni e dall&#8217;allora Pm antimafia Sandro Dolce), e dalla Squadra Mobile della Polizia di Stato avrebbe ricostruito dieci anni di &#8216;ndrangheta nel territorio di Isola Capo Rizzuto. A partire dal cruento scontro tra gli Arena e i Nicoscia, per arrivare al successivo tentativo di tregua cercato da uomini dei due clan per potersi spartire i consistenti proventi delle attività illecite. </p>
<p>L&#8217;operazione &#8220;Pandora&#8221;, avrebbe inoltre portato alla luce tutta una serie di episodi estorsivi ai danni a noti villaggi turistici e di piccoli imprenditori. Associazione mafiosa, droga, armi, estorsioni, danneggiamenti: questi i reati contestati a vario titolo ai 15 imputati quasi tutti di Isola Capo Rizzuto.</p>
<p><strong>La sentenza</strong></p>
<p>Condannato a 4 anni e 6 mesi di reclusione il 55enne Giuseppe Fazio, difeso dall&#8217;avv. Mario Prato, (il pm aveva chiesto 8 anni); condannato a 17 anni il 25enne Nicola Lentini, difeso dagli avvocati Pietro Pitari e Saverio Loiero (il pm aveva chiesto 18 anni); condannato a 5 anni e 6 mesi il 38enne Paolo Lentini, difeso dall&#8217;avv. Loiero (il pm aveva chiesto 8 anni); condannata a 9 anni e 6 mesi la 52enne Graziella Manfredi res. a Borgarello, difesa dall&#8217;avv. Rocco Corda (il pm aveva chiesto 3 anni); condannato a 16 anni il 38enne Luigi Manfredi (classe &#8217;74), difeso dagli avvocati Piero Pitari e Corda, (il pm aveva chiesto 18 anni); condannato a 18 anni il 35enne Pasquale Manfredi, difeso dagli avvocati Giancarlo Pittelli e Loiero, (il pm aveva chiesto 16 anni); condannato a 16 anni il 62enne Tommaso Manfredi, difeso dagli avvocati Pitari e Prato (il pm aveva chiesto 16 anni); condannato a 15 anni il 52enne Carmine Vittimberga, res. a Borgarello nel Pavese, difeso dagli avvocati Pitari e Corda (il pm aveva chiesto 16 anni); condannato a 2 anni e 6 mesi il 47enne di Cutro Angelo Salvatore Cortese, difeso dall&#8217;avv. Salvino Greco (il pm aveva chiesto l&#8217;assoluzione).</p>
<p>Assolto il 43enne Carmelo La Porta difeso dall&#8217;avv. Mario Prato (il pm aveva chiesto 6 anni); assolto il 58enne Fedele Martino originario di Strongoli ma residente a Velano Olona, difeso dagli avvocati Corrado Viazzo e Domenico Sirianni (il pm aveva chiesto 12 anni); assolto il 34enne Federico Periti, difeso dall&#8217;avv. Domenico Magnolia, (il pm aveva chiesto 6 anni); assolto il 55enne Franco Pugliese, difeso dagli avvocati Gregorio Viscomi e Prato (il pm aveva chiesto 8 anni); assolta la 28enne Doriana Pugliese difesa dagli avv. Viscomi e Prato (il pm aveva chiesto 2 anni); assolto il 24enne Mirko Pugliese difeso dall&#8217;avv. Salvatore Staiano (il pm aveva chisto 2 anni);<br />
La Regione è stata rappresentata nel processo dall&#8217;avv. Gullo, il Comune di Isola dall&#8217;avv. Giovanni Iedà e l&#8217;associazione Alilacco-Sos Impresa dall&#8217;avv. Giuseppe La Vigna del Foro di Roma.</p>
<p>di Luigi Abbramo</p>
<p>da <a rel="external nofollow" target="_blank" href="http://www.gazzettadelsud.it/NotiziaArchivio.aspx?art=31166&#038;Edizione=10&#038;A=20120308">gazzettadelsud.it</a></p>
<p><a href="http://www.calabrianotizie.it">Calabria Notizie</a></p><p><a href="http://www.calabrianotizie.it">Calabria Notizie - Tutte le notizie sulla Calabria in Rss</a></p>]]></content:encoded>
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		<title>Il caso del superlatitante: dovrà essere ricelebrato il maxiprocesso &#8211; Annullato l&#8217;ergastolo. Mario Baratta arrestato in Brasile nel 2001 sarà a giudizio in Corte d&#8217;assise di appello il 17 aprile &#8211; A rischio pure la condanna a 23 anni incassata dall&#8217;ex malavitoso al &#8220;Missing&#8221;. L&#8217;uomo ora vive nel Lazio</title>
		<link>http://www.calabrianotizie.it/2012/03/01/caso-del-superlatitante-dovra-essere-ricelebrato-maxiprocesso-annullato-lergastolo-mario-baratta-arrestato-brasile-nel-2001-sara-giudizio-corte-dassise-appello-aprile/</link>
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		<pubDate>Thu, 01 Mar 2012 09:50:46 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>COSENZA &#8211; Mario Baratta è un &#8220;ex&#8221; per antonomasia. È stato un &#8220;uomo di rispetto&#8221; impegnato nella guerra di mafia degli anni &#8217;80; è stato un superlatitante internazionale; è stato un ergastolano senza speranza. Oggi è un uomo solo parzialmente libero. Vive nel Lazio ed è sottoposto all&#8217;obbligo di firma e al divieto di espatrio. [...]</p><p><a href="http://www.calabrianotizie.it">Calabria Notizie - Tutte le notizie sulla Calabria in Rss</a></p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>COSENZA &#8211; Mario Baratta è un &#8220;ex&#8221; per antonomasia. È stato un &#8220;uomo di rispetto&#8221; impegnato nella guerra di mafia degli anni &#8217;80; è stato un superlatitante internazionale; è stato un ergastolano senza speranza. Oggi è un uomo solo parzialmente libero. Vive nel Lazio ed è sottoposto all&#8217;obbligo di firma e al divieto di espatrio. Da ex imputato aspetta infatti la celebrazione di un nuovo processo. Fissato per il 17 aprile davanti alla Corte di assise di appello di Catanzaro. Un processo che potrebbe aprirsi e chiudersi subito. Il tempo di valutare l&#8217;eccezione presentata dai difensori dell&#8217; &#8220;ex&#8221; tutto. <span id="more-22560"></span></p>
<p>Gli avvocati Giuseppe Cutrì, Paolo Pisani e Giuseppe Belcastro, ritengono infatti che il dibattimento debba addirittura regredire in primo grado. Sì, perché Mario Baratta venne processato e condannato al termine del maxiprocesso &#8220;Garden&#8221; mentre era latitante senza che potesse difendersi e in violazione di un principio statuito dalla Corte europea dei diritti dell&#8217;uomo. </p>
<p>Lo scorso anno, infatti la Corte di Cassazione – su ricorso dei legali – aveva ordinato la rimessione in termini, cioè la possibilità per l&#8217;imputato d&#8217;impugnare la sentenza con cui nel 1997 era stato condannato alla massima pena prevista dal nostro ordinamento in relazione a un omicidio compiuto a Cosenza nel lontano 1981. </p>
<p>La decisione della Suprema corte era intervenuta per effetto del recepimento dei giudici costituzionali di un indirizzo della Corte europea secondo cui ad un imputato processato in contumacia (assente cioè in dibattimento) dev&#8217;essere consentito di proporre appello. </p>
<p>Baratta, all&#8217;epoca della emissione del verdetto di prima istanza era però latitante in Sudamerica dove venne successivamente arrestato dai carabinieri. Rinchiuso in un carcere brasiliano riuscì tuttavia ad evadere ed a rimanere alla macchia sino al quattro gennaio 2001 quando finì di nuovo in manette a Goiania, città dello stato di San Paolo, grazie a un blitz della polizia federale di Rio de Janeiro, coordinato dal pm antimafia calabrese, Eugenio Facciolla. </p>
<p>Nel frattempo la pena inflittagli dall&#8217;assise cosentina venne confermata in appello e divenne definitiva nel luglio del 2000. Estradato in Italia fu trasferito nel carcere romano dove tuttora si trova. I suoi legali, Paolo Pisani, Giuseppe Belcastro e Piergiuseppe Cutrì, lo scorso anno, forti delle indicazioni fornite dalla Corte Costituzionale hanno presentato ricorso in Cassazione chiedendo che il loro assistito potesse impugnare la sentenza di primo di grado. E i magistrati di piazza Cavour hanno dato il loro assenso disponendo la cosiddetta rimessione in termini. </p>
<p>Baratta, peraltro, è stato condannato nel 2010 a 23 anni di reclusione anche nell&#8217;ambito del maxiprocesso &#8220;Missing&#8221;, che ricostruisce dinamiche e moventi di una quarantina di efferati delitti. L&#8217;ex latitante è stato ritenuto corresponsabile della morte violenta di Giovanni Drago, avvenuta il 12 luglio del 1981 a San Lucido. Drago era il cognato dell&#8217;allora boss Franco Pino, a capo di un gruppo rivale di quello di cui faceva parte Baratta. Anche in questo caso potrebbero esservi della sorprese. Baratta, infatti, non venne estradato per partecipare a questo processo. Che sarà discusso in appello il 16 marzo.</p>
<p>di Arcangelo Badolati</p>
<p>da <a rel="external nofollow" target="_blank" href="http://www.gazzettadelsud.it/NotiziaArchivio.aspx?art=27706&#038;Edizione=8&#038;A=20120301">gazzettadelsud.it</a></p>
<p><a href="http://www.calabrianotizie.it">Calabria Notizie</a></p><p><a href="http://www.calabrianotizie.it">Calabria Notizie - Tutte le notizie sulla Calabria in Rss</a></p>]]></content:encoded>
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		<title>La Scuola di magistratura torna a Benevento &#8211; Il Consiglio di Stato ha accolto il ricorso presentato dalle istituzioni sannite. Partita chiusa definitivamente: la sentenza non è appellabile &#8211; Amaro il commento di Scalzo: la Provincia spieghi l&#8217;errore commesso. Rizza: serva da monito alla politica</title>
		<link>http://www.calabrianotizie.it/2012/02/29/scuola-magistratura-torna-benevento-consiglio-stato-accolto-ricorso-presentato-dalle-istituzioni-sannite-partita-chiusa-definitivamente-sentenza-non-appellabile-amaro/</link>
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		<pubDate>Wed, 29 Feb 2012 10:17:05 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>CATANZARO &#8211; Alla fine l&#8217;ha spuntata Benevento. E con sentenza definitiva: la Scuola di magistratura per il Sud Italia trova &#8220;casa&#8221; nella città sannita. La decisione del Consiglio di Stato non è appellabile. Dà ragione alla Provincia di Benevento ma è destinata a lasciare a tutti l&#8217;amaro in bocca: a Catanzaro perché ha perso su [...]</p><p><a href="http://www.calabrianotizie.it">Calabria Notizie - Tutte le notizie sulla Calabria in Rss</a></p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>CATANZARO &#8211; Alla fine l&#8217;ha spuntata Benevento. E con sentenza definitiva: la Scuola di magistratura per il Sud Italia trova &#8220;casa&#8221; nella città sannita. La decisione del Consiglio di Stato non è appellabile. Dà ragione alla Provincia di Benevento ma è destinata a lasciare a tutti l&#8217;amaro in bocca: a Catanzaro perché ha perso su tutti i fronti, a Benevento perché gli stessi appellanti avrebbero preferito una sentenza che entrasse nel merito delle questioni senza limitarsi ad un aspetto formale &#8211; seppur giuridicamente rilevante &#8211; della controversia. Ma tant&#8217;è: le sentenze vanno attuate. E così dovrà farsi per la Scuola di magistratura, che dunque &#8211; salvo eventuali e salomonici escamotage politici &#8211; viene localizzata definitivamente a Benevento.<span id="more-22548"></span></p>
<p>La decisione del Consiglio di Stato è stata formalizzata ieri, con il deposito della sentenza n. 1127 a cura della quarta sezione presieduta dal giudice Gaetano Trotta (estensore Diego Sabatino, consiglieri Raffaele Potenza, Fulvio Rocco e Oberdan Forlenza). Il verdetto fa seguito all&#8217;udienza dello scorso 17 gennaio, durante le quale le parti in causa avevano ampiamente discusso. Al Consiglio di Stato il Comune e la Provincia di Benevento hanno impugnato la sentenza n. 3087/09, con la quale il Tar Lazio aveva a sua volta annullato il provvedimento con cui era stata spostata da Catanzaro a Benevento la sede della Scuola per il Sud Italia. </p>
<p>Il caso è scoppiato quando un decreto dell&#8217;ex ministro della Giustizia Clemente Mastella (ultimo Governo Prodi) ha trasferito sul Sannio, roccaforte elettorale dell&#8217;allora guardasigilli, la struttura inizialmente localizzata in Calabria. Avverso tale provvedimento, che è stato interpretato come uno &#8220;scippo&#8221;, sono stati proposti ricorsi al Tar del Lazio dal Comune di Catanzaro, difeso dagli avv. Alfredo Gualtieri e Raffaele Mirigliani, dalla Regione Calabria, rappresentata dall&#8217;avv. Giuseppe Iannello, e dalla Provincia, patrocinata dagli avv. Federica Pallone e Francesco Scalzi; ad adiuvandum era intervenuto anche il movimento civico Catanzaro nel Cuore, rappresentato dagli avv. Marcella Bitonte e Luisa Capicotto. </p>
<p>Dichiarati inammissibili per un&#8217;asserita carenza di legittimazione i ricorsi di Comune e Regione, il Tar Lazio aveva accolto quello della Provincia di Catanzaro annullando così il decreto Mastella e attribuendo di fatto alla città dei tre colli la sede tanto contesa della Scuola di magistratura. Ora la sentenza del Consiglio di Stato ribalta i termini della questione.</p>
<p>Nello specifico i giudici di secondo grado hanno accorpato gli appelli del Comune e della Provincia di Benevento. Il primo è stato respinto per stesse ragioni &#8220;costate&#8221; l&#8217;accesso al giudizio di primo grado al Comune ed alla Regione di Catanzaro; il secondo &#8211; quello della Provincia sannita &#8211; è stato invece accolto. Le motivazioni della sentenza sono squisitamente tecniche. </p>
<p>In estrema sintesi, secondo i giudici del Consiglio di Stato già il ricorso di primo grado della Provincia &#8211; quello per intenderci accolto dal Tar Lazio &#8211; sarebbe stato inammissibile in quanto non notificato all&#8217;unico soggetto controinteressato, cioè la Provincia di Benevento.</p>
<p>Immediate le reazioni politiche. Il primo ad esprimersi sulla sentenza è stato ieri l&#8217;ex consigliere comunale Roberto Rizza, secondo il quale la vicenda «deve rappresentare un monito per la politica affinché programmi un governo della città che abbia a cuore i soli interessi della collettività e si basi sul dialogo». </p>
<p>Per Salvatore Scalzo, candidato sindaco del centrosinistra, invece «l&#8217;amministrazione provinciale deve dare spiegazioni sull&#8217;errore formale commesso», mentre «i nostri parlamentari devono chiedere al Governo una pronuncia nel merito della questione. Infatti la sentenza – conclude Scalzo – non assegna a Benevento la Scuola per ragioni sostanziali, probabilmente tutte a favore di Catanzaro, ma per un vizio di forma negli atti. Mi pare che si tratti di una decisione pilatesca a cui solo il Governo può porre rimedio, attraverso un suo pronunciamento».</p>
<p>di Giuseppe Lo Re</p>
<p>da <a rel="external nofollow" target="_blank" href="http://www.gazzettadelsud.it/NotiziaArchivio.aspx?art=27158&#038;Edizione=9&#038;A=20120229">gazzettadelsud.it</a></p>
<p><a href="http://www.calabrianotizie.it">Calabria Notizie</a></p><p><a href="http://www.calabrianotizie.it">Calabria Notizie - Tutte le notizie sulla Calabria in Rss</a></p>]]></content:encoded>
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		<title>Il coraggio di ribellarsi alle estorsioni &#8211; Domani al Bistrot dell&#8217;Acquario il volume scritto dal determinato imprenditore Tiberio Bentivoglio &#8211; L&#8217;incontro alle 17,30 con l&#8217;autore è organizzato dall&#8217;associazione Libera</title>
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		<pubDate>Wed, 29 Feb 2012 08:05:29 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>COSENZA &#8211; Il coraggio di denunciare. Di rimanere libero in una terra in cui tutti scelgono spesso di rimanere schiavi. Una terra in cui la &#8216;ndrangheta impone il &#8220;pizzo&#8221; a pistolettate e punisce con la morte chi alza la testa. Tiberio Bentivoglio è un uomo con la schiena dritta, pieno di dignità, orgogliosamente calabrese, che [...]</p><p><a href="http://www.calabrianotizie.it">Calabria Notizie - Tutte le notizie sulla Calabria in Rss</a></p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>COSENZA &#8211; Il coraggio di denunciare. Di rimanere libero in una terra in cui tutti scelgono spesso di rimanere schiavi. Una terra in cui la &#8216;ndrangheta impone il &#8220;pizzo&#8221; a pistolettate e punisce con la morte chi alza la testa. Tiberio Bentivoglio è un uomo con la schiena dritta, pieno di dignità, orgogliosamente calabrese, che ha scelto di non piegarsi, mettendo in gioco la sua vita e il futuro della famiglia. Tiberio Bentivoglio non è un cittadino qualsiasi: è un abitante di questo Stato che s&#8217;è lanciato lungo un percorso difficile ma esemplare. Il percorso del riscatto che non consente scorciatoie e accomodamenti.<span id="more-22542"></span></p>
<p>Domani, alle 17,30 presenterà il suo libro, quello in cui racconta ogni passo di questa scelta, nel bistrot del Teatro dell&#8217;Acquario. S&#8217;intitola: &#8220;Colpito, la vera storia di Tiberio Bentivoglio&#8221;. A parlare del volume ci saranno, oltre all&#8217;autore, Domenico Nasone, referente regionale di Libera; Sabrina Garofalo che si occupa del coordinamento cosentino dell&#8217;associazione fondata da don Luigi Ciotti; Salvatore Mafrici, responsabile a Reggio Calabria dello Sportello &#8220;Sos Giustizia&#8221;; Daniela Pellicanò, autrice con Bentivoglio del libro; e l&#8217;assessore comunale Davide Bruno.</p>
<p>La gente di &#8220;Libera&#8221; ha promosso l&#8217;incontro nel quadro della più complessiva rassegna denominata &#8220;Per una scandalosa normalità&#8221; al fine di discutere d&#8217;un tema incredibilmente ignorato a queste latitudini: le estorsioni. A Cosenza non esiste, infatti, un&#8217;associazione antiracket e rarissimi sono i casi di testimoni che, negli ultimi 15 anni, abbiano trovato il coraggio di deporre in aula contro gli &#8220;esattori&#8221; delle cosche. Alla legittima ribellione si preferisce, infatti, opporre il rassegnato silenzio e la vile connivenza. Così la &#8216;ndrangheta prospera ogni giorno di più, forte e indisturbata, impossessandosi lentamente di tutti gli spazi di libertà.</p>
<p>Tiberio Bentivoglio è la testimonianza vivente di cosa si possa concretamente fare per avviare una stagione di &#8220;resistenza&#8221; civile. Da imprenditore quest&#8217;uomo ha subito attentati e minacce, ha sopportato l&#8217;ostracismo d&#8217;una comunità e rischiato persino, il 9 febbraio del 2011, d&#8217;essere ucciso, ma non ha mai mollato. Merita d&#8217;essere sostenuto ed emulato.</p>
<p>di Arcangelo Badolati</p>
<p>da <a rel="external nofollow" target="_blank" href="http://www.gazzettadelsud.it/NotiziaArchivio.aspx?art=27215&#038;Edizione=8&#038;A=20120229">gazzettadelsud.it</a></p>
<p><a href="http://www.calabrianotizie.it">Calabria Notizie</a></p><p><a href="http://www.calabrianotizie.it">Calabria Notizie - Tutte le notizie sulla Calabria in Rss</a></p>]]></content:encoded>
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		<title>Calabria, Scopelliti e famiglia contro il colonnello antimafia &#8211; Per la prima volta in Italia oggi si riunisce un Consiglio regionale contro l&#8217;arma. Il carabiniere Valerio Giardina ha testimoniato al processo Meta su mafia e politica. &#8220;Il governatore e suo fratello &#8211; ha detto &#8211; sono dentro a una lobby affaristico-politica&#8221;</title>
		<link>http://www.calabrianotizie.it/2012/02/23/calabria-scopelliti-famiglia-contro-colonnello-antimafia-per-prima-volta-italia-oggi-riunisce-consiglio-regionale-contro-larma-carabiniere-valerio-giardina-testimoniato/</link>
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		<pubDate>Thu, 23 Feb 2012 09:06:21 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>Spezzeremo le reni al colonnello. Per la prima volta un intero Consiglio regionale si riunirà per approvare un documento di condanna contro un ufficiale dell’Arma dei carabinieri. Accadrà oggi in Calabria per volere di Giuseppe Scopelliti, governatore e padre padrone del Pdl. Nel mirino degli attacchi e di un “dossier” che lo stesso Scopelliti presenterà [...]</p><p><a href="http://www.calabrianotizie.it">Calabria Notizie - Tutte le notizie sulla Calabria in Rss</a></p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Spezzeremo le reni al colonnello. Per la prima volta un intero Consiglio regionale si riunirà per approvare un documento di condanna contro un ufficiale dell’Arma dei carabinieri. Accadrà oggi in Calabria per volere di Giuseppe Scopelliti, governatore e padre padrone del Pdl. Nel mirino degli attacchi e di un “dossier” che lo stesso Scopelliti presenterà al Consiglio, il colonnello Valerio Giardina, per anni comandante del Ros della città dello Stretto. Si tratta dell’uomo che ha catturato il superlatitante Pasquale Condello, che da queste parti chiamavano non a caso il “Supremo”, tra i più temuti capi della ‘ndrangheta. Di mafiosi che latitano da anni indisturbati nelle loro case di Reggio e negli anfratti dei paesi della Calabria, il colonnello ne arresta 16 prima di mettere le manette a un altro big-boss, Peppe Morabito, capo della mafia di Africo.<span id="more-22471"></span></p>
<p>Tanti successi, sempre accompagnati dagli applausi e dai comunicati di apprezzamento “prestampati” dei politici calabresi. Ma è quando il colonnello mette le mani sul verminaio reggino dei rapporti tra politica e mafia, quando parla delle relazioni pericolose di Giuseppe Scopelliti, che cominciano i suoi guai. L’inchiesta, coordinata dal pm Giuseppe Lombardo, si chiama “Meta”. </p>
<p>Mille pagine che raccontano la pax mafiosa a Reggio e soprattutto i rapporti mafia, massoneria, comitati d’affari e politica. Un lavoro straordinario che porta ad arresti e a un processo che venerdì ha vissuto la sua udienza clou. Giardina risponde alle domande del pm Giuseppe Lombardo e del presidente Silvana Grasso. Ricostruisce le fasi dell’inchiesta e il nuovo “modello Reggio” costruito dopo l’accordo tra le maggiori famiglie di mafia. La città, dice Giardina, è governata da una lobby “affaristico-massonica in cui ci sono i vertici delle cosche e della politica”. </p>
<p>Giuseppe Scopelliti e suo fratello Consolato, detto Tino, ne farebbero parte a pieno titolo. “Abbiamo documentato – prosegue il colonnello – i rapporti di Scopelliti con i vertici delle cosche di Villa San Giovanni e Reggio Calabria”. Rapporti che spiegano la partecipazione di Scopelliti, allora sindaco della città, al pranzo per i cinquant’anni di matrimonio dei genitori dei fratelli Barbieri il 15 ottobre 2006.</p>
<p>I carabinieri filmano l’auto di scorta del sindaco che entra in un ristorante di Villa e Scopelliti che brinda. Poi intercettano Cosimo Alvaro, figlio di Domenico, re della ‘ ndrangheta di Sinopoli e pezzo da novanta della mafia calabrese, vantarsi della presenza del sindaco e dei politici. “La presenza di Scopelliti – dice nell’udienza Giardina – ci ha sconcertati e ha creato allarme”. </p>
<p>Nell’inchiesta “Meta” c’è una intercettazione tra gli imprenditori Barbieri e Franco Labate, che documenta l’attivismo del fratello del sindaco nella spartizione degli appalti comunali. Perché “i soldi – dice Barbieri – se li sta prendendo il fratello del sindaco, quello che si è riempito la mazzetta, quello che si è preso la pila”. </p>
<p>I registi della lobby, secondo Giardina, sarebbero l’avvocato Giorgio De Stefano e Paolo Romeo. Il primo è il cugino di Paolo De Stefano, il big-boss della ‘ ndrangheta reggina ucciso nella prima guerra di mafia, il secondo è un ex deputato condannato per concorso esterno in associazione mafiosa.</p>
<p>Le dichiarazioni del colonnello hanno scatenato un fuoco di fila da parte del centrodestra calabrese e nazionale. Ha iniziato il governatore Scopelliti: “Il colonnello Giardina ha dimostrato di non essere un uomo delle istituzioni, nelle sue esternazioni sembra un rappresentante dell’opposizione politica”. Maurizio Gasparri minaccia: “Agiremo ai massimi livelli per capire se c’è una cabina di regia che alimenta una stagione di veleni contro Scopelliti”. </p>
<p>Anche Angelino Alfano esprime la sua solidarietà, ma è il senatore Antonio Gentile, membro della Commissione antimafia, il più feroce. Chiede ai vertici del Pdl di organizzare una manifestazione nazionale a favore di Scopelliti, “che rischia di essere dilaniato dall’opinione pubblica”. Una ingiustizia, perché “con Scopelliti abbiamo costruito liste immacolate, pulite”. </p>
<p>Ha la memoria corta, il senatore, e dimentica i due consiglieri regionali della maggioranza arrestati per mafia e un terzo finito nei guai per corruzione elettorale. Per questi fatti gravissimi nessuno ha pensato mai di riunire la massima assemblea regionale. Guai a chi indaga sui rapporti tra mafia e politica, carabinieri e pm vanno applauditi certo, ma solo quando ammanettano boss e picciotti dell’ala militare della ‘ ndrangheta. </p>
<p>Al pm Lombardo, che indaga sulla politica, il 4 settembre scorso arriva un “caloroso consiglio” da parte di un avvocato. “Dottore lei sta dando fastidio, stia attento e quando fa una inchiesta si faccia affiancare da un suo collega”. Un mese dopo viene fatto trovare un pacco bomba sotto l’auto del magistrato. C’è anche un biglietto: “È tutto pronto per la festa”.</p>
<p>di Enrico Fierro</p>
<p>da <a rel="external nofollow" target="_blank" href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/22/calabria-scopelliti-e-famiglia-allattacco-del-colonnello-antimafia/192907/">ilfattoquotidiano.it</a></p>
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		<title>&#8220;La mia vita si sta distruggendo giorno dopo giorno. Lo Stato non mi ha dato i mezzi per reinserirmi nella società&#8221; &#8211; Riceviamo e pubblichiamo la lettera di Fregona Vittorio, un collaboratore di giustizia</title>
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		<pubDate>Fri, 17 Feb 2012 09:10:26 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Mi chiamo Fregona Vittorio, sono di Reggio Calabria e voglio esternare le gravi carenze del servizio di protezione, che tutto fa meno che proteggere me e la mia famiglia. Dal 2009 collaboro con lo Stato, non con la giustizia, perchè la giustizia è un altra cosa. La mia vita si sta distruggendo giorno dopo giorno. Non ho garanzie da dare ai miei figli, eppure mi è stato detto che lo facevo per loro.<span id="more-22446"></span></p>
<p>Comincio a dire che nella prima località protetta siamo stati avvicinati da due calabresi di cui uno conoscevo da vecchia data. Comunicai al Nop servizio di protezione che me li vedevo sotto casa, ma non ebbe nessun risultato e non intervenne nessuno. Allora chiesi di essere portato al sicuro, ma dopo mesi e mille liti mi fecero la proposta che avrei dovuto pagarmi il trasloco se no sarei rimasto li, nonostante avessi indicato il tizio. </p>
<p>Per non parlare dell&#8217;inserimento nella società. </p>
<p>Nel programma c&#8217;è scritto che ci sarebbero stati i mezzi per un inserimento graduale, tra cui: un prestito per una attività, la possibilità di essere curati, rimborsi per i libri, gas, una possibilità di lavoro, e invece nulla! </p>
<p>Non esiste nulla, non ho neanche la macchina, avendo chiesto 1000 euro per un rottame mi sono stati negati, anche se era un mio diritto averli. </p>
<p>Ho dovuto portare mio figlio neonato dall&#8217;ospedale a 50 km da casa in pieno inverno a piedi e con i mezzi, sotto la nebbia ad aspettare i pulman. </p>
<p>Inoltre, mio figlio che ha 10 anni ha un problema alla bocca, e la Asl non è in grado di curarlo. Ho chiesto di far fronte al contratto che dice: se non è possibile curarsi con le asl allora il servizio di protezione provvederà alle cure da privato, invece nulla! mio figlio peggiora giorno dopo giorno. </p>
<p>Non pagano gli affitti da sempre, almeno da quando ci sono io, ed ho vergogna a uscire perchè gli inquilini del palazzo sanno che non pago l&#8217;affitto. </p>
<p>Ci sono anche ritardi nel pagamento del contributo per vivere e per cibarsi. Una volta ci fu un ritardo e io non avevo soldi, neppure un euro, e vidi piangere i miei figli per la fame, non mangiavamo da 3 giorni, davvero, allora il 4 giorno mi rivolsi ai carabinieri che con rassegnazione mi diedero gli auguri ma non pottero risolvere nulla. allora sono andato alla prefettura dove trovai il vice prefetto, che contattò il n.o.p. e fece in modo che mi arrivassero dei soldi per mangiare. </p>
<p>perfino quando ho trovato un lavoro a giornate non fui pagato, e comunicai al n.o.p. che volevo fare denuncia, ma mi risposero che non potevo farla perchè ho dei nomi di copertura.</p>
<p>Allora mi chiedo, quando tra qualche tempo finirà questa situazione del contribbuto dove andremo? Quali mezzi mi sono stati dati per inserirmi? </p>
<p>E&#8217; mai possibile che una persona parla con il magistrato e gli prospetta una cosa giusta, con una prospettiva graduale, possibile insomma, e scegli di diventare collaboratore, e poi quando arrivi ad avere a che fare con il potere di Roma, capisci che Roma e lo Stato non hanno nessuna intenzione di combattere il fenomeno? Anzi se mi butto da un balcone per loro è meglio. </p>
<p>Quale è la differenza tra l&#8217;abbuso che si usa al sud e quello di Roma < Stato>? Loro negano i tuoi diritti, come li sta negando Roma. </p>
<p>E&#8217; mai possibile che si nascondono sempre dietro alle parole <<non ci sono soldi>>, ma quando un padre di famiglia non paga la rata passa guai e processi, quando non paghi il mutuo ti prendono la casa, se non paghi un assegno ti arrestano, non puo&#8217; essere che anche loro non hanno soldi? O vale solo per lo Stato? Allora la legge e la giustizia sono la stessa cosa? </p>
<p>Soltanto una persona ho trovato in questo percorso infernale, il pm Giuseppe Lombardo, purtroppo lui è con la legge, non con lo Stato. </p>
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