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Il coraggio di cambiare. Partendo da noi stessi.

in Editoriale

Chissà quante volte avrete letto o sentito, specie in periodi di campagna elettorale, lo slogan “Il coraggio di cambiare”. Un’espressione che, in termini strettamente semantici, racchiude in sé una valenza e una profondità notevoli, ma che tuttavia è andata col tempo sbiadendosi, svuotata del suo significato. E non solo a causa dell’abuso che politici e rappresentanti della classe dirigente hanno fatto delle parole “cambiamento” e “coraggio”, quanto piuttosto per le deludenti scelte fatte da chi proclamava il tanto auspicato cambiamento.

Ma cambiare, per davvero, implica una grande dose di coraggio. Perché significa rimettere tutto in discussione. Anche se stessi e ciò che si è guadagnato nella vita. Anche le nostre posizioni di prestigio che ci siamo sudati per anni. Perché se il mondo si evolve, l’unico modo per stargli dietro è riscrivere le regole del gioco. Altrimenti, la distanza tra le classi più agiate e quelle più deboli è destinato ad aumentare, così come la povertà e l’ingiustizia sociale.

CONsiglioREgionale_Calabria1L’operazione Erga omnes (dal latino “nei confronti di tutti”) non ci ha raccontato nulla che non sapessimo già. Le condizioni di degrado morale ed etico della classe politica calabrese erano abbastanza note. Tuttavia, essa dà una lezione a tutta la società calabrese, richiamando anche noi popolo-elettore alle nostre responsabilità. Perché se siamo tutti d’accordo nel ritenere che “ogni popolo ha i governanti che si merita”, allora dovremmo incolpare prima di tutto noi stessi se ci ritroviamo a essere rappresentati da questa classe politica che è, in fondo, lo specchio della società calabrese.

Non dimentichiamo che noi siamo quelli che lasciamo la macchina in doppia fila, buttiamo carte e pacchetti di sigarette dal finestrino dell’auto in corsa, accettiamo chi non ci fa lo scontrino in cambio di uno sconto, cambiamo la residenza di qualche figlio per intestargli la casa al mare e pagare in questo modo meno Imu. E poi ci scandalizziamo se un consigliere regionale si paga il caffè, la tv o il gratta e vinci con i soldi pubblici. Insomma, siamo sempre i primi a puntare il dito contro e a essere intransigenti con chi ha condotte illegali, quando invece con noi stessi non abbiamo lo stesso rigore. La verità è che noi non vogliamo affatto cambiare. Peggio: noi vogliamo che siano gli altri a cambiare in base alla nostra visione delle cose, ad accettare il nostro modello di riferimento.

Ma come possiamo pretendere il cambiamento dagli altri quando noi stessi non siamo capaci di smuoverci dalle nostre posizioni? Piuttosto che rivolgerci agli altri quando chiediamo il coraggio di cambiare, dovremmo esortare noi stessi a cominciare a farlo. Il problema, non solo della politica, badate bene, ma di tutta la società italiana, è che confondiamo troppo spesso i privilegi, le posizioni conquistate (anche legittimamente) con i diritti.

Non è un caso, d’altronde, che il nostro Paese sia rimasto paralizzato agli anni ’80, incapace di svilupparsi e ammodernarsi, incapace di riformarsi per adeguarsi ai tempi che cambiano. E così ogni categoria professionale, politica, sociale, non ne vuole sapere di rimettersi in discussione, rinunciando a qualcosa per il fine ultimo del bene comune. È la vecchia storia del “Not in my back yard”, cioè non nel mio giardino. Insomma: che si cambi, che si facciano le riforme, ma non a casa mia. Un problema che investe tutte le categorie sociali, nessuna esclusa.

E che non risparmia certo la classe politica, di destra o di sinistra che sia. Mi permetto, però, di dare maggiori colpe e responsabilità alla sinistra. Perché se da un lato la destra è per definizione conservatrice e a difesa dello status quo, dall’altro la sinistra si fa portatrice di valori come il progresso, il riformismo, il cambiamento appunto. Ma anche la sinistra è vittima di quella logica dell’appartenenza che da sempre dice di combattere. Anche gli stessi movimenti politici, nati con l’ondata nazionale di antipolitica che ha messo in crisi i partiti, non posseggono un’anima unitaria, che mira davvero al superamento di queste logiche in favore del bene comune, ma sono aggregazioni di anime diverse, e quindi di appartenenze diverse, che non fanno altro che dare voce a qualche categoria in più che fino a quel momento non riusciva a farsi sentire.

Alla conta dei fatti, insomma, non è cambiato niente e nessuno. Alle recenti elezioni amministrative, il primo partito d’Italia, il Pd, in Calabria ha raggiunto i minimi storici. A Lamezia, ad esempio, oltre a perdere più di mille voti rispetto a 5 anni fa, ha permesso a Forza Italia, da anni in picchiata in tutto lo Stivale, di diventare il primo partito cittadino. Nonostante tutto questo, il Pd non ha sentito il dovere di fare un minimo di autocritica, non ha avvertito la necessità di avviare un processo di rinnovamento della propria classe dirigente. Uno degli slogan della campagna elettorale del Pd lametino è stato “Insieme per cambiare” (guarda caso). E a questo punto ci si chiede: ma per cambiare cosa o chi esattamente?

Ritornando alle vicende più attuali, il quadro scaturito da Rimborsopoli ed Erga Omnes ha messo in risalto la trasversalità politica di certe pratiche poco esemplari. E ha confermato l’esistenza in Calabria di un “Partito Unico”. Il nuovo governatore, votato in nome della discontinuità e del cambiamento rispetto al suo predecessore, si ritrova con tutta una giunta indagata per azioni commesse nella legislatura precedente. Ma di chi è la responsabilità politica di aver fatto certe nomine, anche quando alcuni di quei nomi erano già chiacchierati per vicende che nulla avevano di onorevole? Chi inizierà mai, nel nostro Paese e in particolare nella nostra regione, ad assumersi le responsabilità di quanto fatto e di quanto detto? Una domanda, quet’ultima, che dovremmo rivolgere prima di tutto a noi stessi.

di Enrico De Grazia

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