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Il mercato della frutta per ripulire i soldi dei traffici illeciti. Arrestati quattro affiliati al clan Muto. (VIDEO)

in politica e cronaca

CETRARO (CS) – La GdF di Cosenza, sotto la direzione del Procuratore della DDA Giovanni Bombardieri e del Sostituto Procuratore Antimafia Pierpaolo Bruni, ha proceduto al fermo di quattro soggetti legati alla cosca Muto ed al sequestro di un ingrosso e due punti vendita al dettaglio di frutta e verdura gestiti dalla ‘ndrangheta cetrarese.

Dopo un anno di intense attività investigative, la Direzione Distrettuale Antimafia di Catanzaro e le Fiamme Gialle cosentine hanno ricostruito un sistema criminale estremamente efficiente in grado di reimpiegare le grosse liquidità finanziarie derivanti dal mercato della droga in attività commerciali operanti nel settore ortofrutticolo.

I magistrati, partendo dagli elementi emersi nel corso delle indagini, hanno così provveduto ad emettere una serie di provvedimenti restrittivi per evitare che gli indagati potessero darsi alla fuga, ponendo fine ad un’attività di riciclaggio che, oltre a ripulire i soldi della droga, garantiva ulteriori introiti alla consorteria, condizionando il mercato ortofrutticolo di una vasta area della provincia.

Le persone arrestate sono: Iannelli Michele, Iannelli Fabrizio, Onorato Christian, Iacovo Pierangelo, tutti soggetti legati alla cosca Muto, accusati di aver dato vita ad un imponente traffico di stupefacenti.

Si conclude così un’indagine durata più di un anno, che ha consentito di smantellare il sodalizio e di svelare come la ‘ndrangheta cetrarese impiega i capitali derivanti dalla vendita di droga.

Contestualmente ai fermi, infatti, i Finanzieri hanno sequestrato un ingrosso e due punti vendita al dettaglio di frutta e verdura, fittiziamente intestati ad alcuni prestanome ma di fatto gestiti dal pluripregiudicato Michele Iannelli, alias “Tavolone”.

L’indagine ebbe inizio circa un anno fa, quando i Finanzieri scoprirono una vera e propria raffineria di droga sulle alture di Cetraro: un’imponente centrale adibita allo stoccaggio, confezionamento e distribuzione di grosse partite di marijuana e cocaina gestita dalla ‘ndrangheta cetrarese.

Migliaia di piante, di cui oltre tremila in fase di essiccazione e altre sessanta pronte per il travaso, nonché circa due quintali di erba stipati in cinquanta balle, ciascuna contenente un quantitativo di stupefacente variabile tra i due e i cinque chilogrammi, e migliaia di semi di pregiata qualità provenienti probabilmente dal mercato olandese.

Avanzatissimo il sistema utilizzato per la produzione dello stupefacente: un impianto industriale di essiccazione intensiva, completo di apparato di areazione perfettamente funzionante, nonché di un sistema di illuminazione, capace di sfruttare al meglio anche la luce naturale – per mezzo appositi pannelli trasparenti installati al soffitto – integrato da lampade alogene oltre ad un impianto di irrigazione e di riscaldamento.

Oltre alla marijuana, quattrocento grammi di cocaina conservata sottovuoto, pronta per essere spacciata, e sostanza in polvere utilizzata per tagliare la droga; strumenti e contenitori necessari per il confezionamento dello stupefacente e tre ciclomotori di provenienza furtiva.

A protezione della droga e della intera area utilizzata per la produzione, i malviventi avevano installato un sofisticato impianto di videosorveglianza attraverso il quale riuscivano a controllare tutti i movimenti, che a nulla è servito di fronte alla tenacia dei finanzieri.

Le Fiamme Gialle hanno scoperto un tesoro da circa 10 milioni di euro che gli affiliati alla Cosca Muto intendevano difendere con ogni mezzo. I Finanzieri, infatti, nel corso delle perquisizioni rinvenivano due pistole, un fucile a pompa, due carabine e migliaia di munizioni.

Oltre alle armi e alla droga i Finanzieri hanno scoperto quello che si è rivelato essere il libro mastro del Clan: vendite di grosse partite di stupefacenti, acquisti di materiale utile per la coltivazione e lo stoccaggio della marijuana e per il taglio della cocaina e, soprattutto, la spartizione dei proventi tra i quattro fermati, che compaiono sistematicamente in ogni appunto relativo alla spartizione degli utili.

Mesi di lavoro hanno portato gli investigatori a decodificare cifre e sigle, riuscendo a dare un nome ed un volto ai componenti del sodalizio e riuscendo a ricostruire un volume d’affari di enormi proporzioni.

Michele Iannelli, leader della consorteria, come dimostrato dalle indagini, riciclava gli ingenti proventi in una serie di attività commerciali apparentemente lecite; punti vendita di prodotti ortofrutticoli che Iannelli, già colpito da misure cautelari reali per essere stato coinvolto in altre inchieste della DDA di Catanzaro, aveva intestato ad una serie di prestanome tra cui lo stesso Onorato.

Era infatti Iannelli Michele ad occuparsi della gestione dei tre esercizi commerciali, pretendendo dai suoi collaboratori ordine e disciplina, rimproverandoli per i ritardi nelle consegne o per le mancate riscossioni dei crediti. Quando i vari attendenti si dimostravano incapaci nel farsi pagare dai clienti, era lo stesso Tavolone a farsi avanti per risolvere le pendenze sfruttando fama di duro e stazza fisica.

Nei confronti delle teste di legno, a loro volta denunciati per la normativa antimafia in materia di intestazioni fittizie, sono state estese le attività di perquisizione che hanno consentito il sequestro di altri documenti che potrebbero rivelarsi utili per consolidare le posizioni dei fermati.

redazione CN

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