Scroll To Top

Intervista a Gioacchino Criaco, autore di Anime Nere: “Il mio prossimo romanzo sarà una storia d’amore estrema”

in cultura e società

“Il nostro passato può diventare un mestiere. Secondo me è questa la riscoperta che dovremmo fare: abbiamo un passato che ci permette di vivere nel futuro”. Gioacchino Criaco, lo scrittore calabrese più conosciuto del momento, non sta molto a filosofeggiare su mafia, legalità, questione meridionale e globalizzazione. Anzi, è molto franco e diretto. Concreto.

gioacchinocriaco1

Gioachino Criaco

Lui, che è cresciuto in un paese come Africo, in cui la ‘ndrangheta ha un forte potere di controllo, e che ha un fratello in carcere perché affiliato alla cosca dei Cordì, di mafia ne sa sicuramente qualcosa e sa che, per dare il via alla tanto agognata riscossa, bisogna smettere di contemplare questa terra, bella ma disperata, e cominciare a darsi da fare affinché il nostro invidiabile patrimonio culturale (e perché no, anche sociale) diventi una risorsa capace di produrre ricchezza. Criaco è avvocato e ha deciso nel 2008 di ritornare a vivere nella sua Africo, dopo 20 anni vissuti a Milano.

Una scelta difficile che però gli ha permesso di diventare lo scrittore che è adesso, grazie al suo primo romanzo “Anime Nere” (Rubbettino Editore, 2008), scritto proprio al suo ritorno in terra natia. Un libro che ha riscosso grande apprezzamento di pubblico e critica, tradotto anche in francese e trasposto al cinema dal regista Francesco Munzi.

Il film (del 2014), pluripremiato, ha ricevuto grande accoglienza alla Mostra del cinema di Venezia e di recente ha conquista ben 9 statuette al David di Donatello (gli Oscar italiani), tra cui miglior film, miglior regia e miglior sceneggiatura. È stato venduto in 25 paesi e da poco è approdato negli Stati Uniti dove è stato accolto con notevole interesse e ottime recensioni tra cui quelle di NewYork Times e Washington Post.

Anime Nere ha riscosso un grande successo, sia letterario che cinematografico, se lo aspettava?
“Per il romanzo, onestamente, non mi aspettavo nulla. È difficile valutare appieno i propri lavori, mentre per il film avevo grande fiducia nelle capacità di Francesco e sapevo che avrebbe fatto qualcosa di artisticamente valido. L’ho visto lavorare sul campo per 4 anni qui nella Locride e la fiducia è sempre cresciuta. Sapevo che sarebbe stata un’opera di valore anche dopo un inizio un po’ in sordina. Ero sicuro che prima o poi si sarebbero riconosciute le qualità di Munzi e del film”.

A una lettura superficiale “Anime Nere” viene catalogato come un film che indaga sulla ‘ndrangheta. Molti hanno detto che finalmente si comincia a parlare di mafia calabrese anche nel cinema. Ma forse il film, come il romanzo, è qualcosa di più…
“In realtà, il nostro intento non era far conoscere la ‘ndrangheta all’estero. Non è un film sulla ‘ndrangheta, ma è una tragedia umana a cui si aggiungono gli archetipi della tragedia greca. Io ho voluto semplicemente raccontare la storia di un’amicizia estrema tra ragazzi calabresi mentre Francesco ha descritto i sentimenti e le passioni, che nel caso del film erano ambientate in Calabria, ma che in fondo sono universali. Per questo è piaciuto anche fuori dall’Italia, perché è stato visto come un dramma umano. Abbiamo voluto indagare l’animo umano per scoprire quali sono le ragioni del male, cos’è che causa il male”.

anime_nere-U10506116294822iB-U1050625047671cDB-411x324@LaStampa-NAZIONALE-kgoD-U1050625047671cDB-700x394@LaStampa.itPerò è innegabile che l’aspetto criminale è ben presente. È il sottofondo su cui si dipana l’intera storia. Un contesto in cui la scelta criminale può apparire a un popolo di vinti come unica forma di riscatto.
“Essendo ambientato in Aspromonte, in particolare nei paesi della Locride era inevitabile. Si parla di mafia, ovviamente, ma se ne parla in maniera diversa. Francesco ha cercato di mostrare qual è la dimensione vera del mondo criminale che spesso viene immaginato come un mondo fantastico, pieno di belle donne e di belle macchine ma che invece è fatto di tragedie, lutti, tradimenti e vite sprecate. E non è un bel mondo. E credo che questa cosa sia servita ai ragazzi della Locride che purtroppo hanno un po’ il mito della malavita vincente”.

E, in effetti, quando si propongono al pubblico film o fiction sulle mafie che descrivono l’umanità di personaggi sanguinari, vi è sempre il rischio di farli diventare degli idoli o che quantomeno il messaggio dell’autore venga distorto. Questo aspetto vi ha condizionato?
“Questo è un problema della filmografia mondiale. Chi, per esempio, guarda film come “Il Padrino” di Coppola o “Quei bravi ragazzi” di Scorsese, alla fine tifa per loro perché sono rappresentati in un certo modo. Munzi, invece, senza dare mai un giudizio morale, ha mostrato il male nella sua forma più cruda. Alla fine, non ci si affeziona a nessuno ma lo spettatore si guarda dentro per capire se dentro di lui prevalga il bene o il male. Detto questo, è inevitabile che il rischio ci sia sempre. Chi produce un’opera segue la propria ispirazione e deve tirar fuori ciò che ha dentro. Non si può pensare alla reazione del pubblico, altrimenti si è condizionati e si produce un canovaccio che è poco autentico. L’arte non va dosata col misurino, altrimenti diventa un’altra cosa. Le forme di espressione artistica devono smuovere qualcosa in chi ne usufruisce, che può essere odio o amore. Letteratura e cinema devono graffiare lettore e spettatore affinché questi si facciano un proprio giudizio. Ma per stimolare e smuovere le coscienze devi dargli, se è il caso, anche un pugno in faccia. Che può far male ma è quello che ti fa ragionare e riflettere e anche prendere le distanze dalla realtà raccontata”.

Romanzo e film esprimono con molto realismo il rapporto dell’uomo con la terra, il radicamento di una comunità con i suoi luoghi. Si nota molto la differenza tra vivere in una metropoli come Milano e in una realtà ai confini del Paese. Vi siete concentrati volutamente su questa dicotomia?
“In realtà, è venuto tutto naturale. Quello dell’Aspromonte è un contesto tipico di molte periferie del mondo, anche di nazioni molto più civilizzate. Nella provincia si vive in una dimensione diversa che inevitabilmente ti tiene ancorata al passato. Succede nei piccoli borghi della Bretagna in Francia o nei Paesi Baschi in Spagna, per esempio. Ci sono forme di vita sociale alle periferie che sono ancora legate a tradizioni e culture antichissime. Uno dei nostri errori più comuni è che troppo spesso vediamo le nostre periferie in senso negativo ma da altre parti si guardano con occhi diversi, in maniera positiva. Il non volersi consegnare a tutti i costi al modello di vita economico e sociale dell’Occidente non possiamo considerarlo come sbagliato. Noi tendiamo spesso a buttare le cose del passato come se fossero tutte cose vecchie. Sicuramente alcune vanno buttate via ma ce ne sono tante altre che vanno preservate. Il senso di comunità che c’era una volta, l’aiutarsi l’un l’altro, il vivere con i prodotti della propria terra, sono elementi che si stanno riscoprendo un po’ dappertutto”.

1434359925138_0570x0404_1434360089897

Il regista Munzi premiato con il David di Donatello

La globalizzazione è uno dei temi del nostro tempo che porta con sé questioni ancora irrisolte…
“La globalizzazione, così come è stata portata avanti sinora, fa molta paura e ci porta a cancellare anche le cose buone del passato. Noi abbiamo ereditato una storia che non è soltanto cronaca nera ma è un passato di grande cultura che andrebbe recuperato. Una riflessione che è presente in tutti i miei libri è che il modello economico che ci è stato imposto è stato violento e certe devianze le ha anche aiutate a venir fuori”.

Vale a dire?
“Se tu non sei ricco in Europa o se non fai qualcosa di eclatante non sei nessuno e questo è un modello che non appartiene alla nostra cultura e fa molti danni nelle periferie del Continente”.

Quindi la giusta ricetta quale sarebbe?
“Non possiamo restare a contemplare il nostro passato e crogiolarci, perché altrimenti diventa un mero esercizio consolatorio che ci fa soltanto sentire figli di una grande cultura ma non ci fa andare avanti. In Calabria c’è stato un passato se non glorioso comunque di grande levatura e non possiamo continuare a guardarci indietro solo per ammirarlo, ma dobbiamo fare di quel passato una risorsa per andare avanti. Perché a questo servono le radici: per portarsi avanti, altrimenti prima o poi si muore. Noi abbiamo delle ricchezze artistiche, archeologiche e naturalistiche che dovremmo mettere a frutto per vivere meglio. Altrimenti poi siamo costretti a fare le valigie e andar via. Io ho fatto questo in fondo: non mi sono inventato nulla, ho preso tutto quello che c’era nella nostra storia e nella nostra cultura e l’ho messo sul libro e ho fatto diventare tutto questo un lavoro che mi dà da mangiare. Uso la nostra storia per vivere, perché il nostro passato può diventare un mestiere. Penso che sia questa la riscoperta che dovremmo fare: abbiamo un passato che ci permette di vivere nel futuro”.

Deve ammettere però che non è così facile. In molti hanno provato a vivere in Calabria cercando di non piegarsi alle logiche clientelari e mafiose che caratterizzano la nostra regione ma poi sono stati costretti ad andarsene.
“Si è vero. È stato molto complicato trovare qualcosa che mi desse lo stipendio a fine mese. Qui non c’è un contesto sociale, politico, istituzionale e imprenditoriale che ti aiuta a restare. Il dramma è quello: non c’è una generazione di calabresi che si è fermata. E se non ti fermi, inevitabilmente pensi che quel posto è solo di passaggio e quindi non è tuo. Invece dovremmo convincerci che in Calabria ci si può vivere. Se andiamo via deve essere per scelta e non per costrizione”.

Insomma, l’esperienza di “Anime Nere”, oltre a essere un’opera di valore, rappresenta una speranza per tutti i calabresi?
“Francesco ha fatto un film in un posto in cui tutti dicevano non si potesse fare niente, perché mancano le professionalità. E invece lui c’è riuscito. Ha proposto un progetto che aveva un valore e ha trovato nella Locride e in Calabria tanti ragazzi bravi e capaci. La Calabria è riuscita a produrre un prodotto di valore, che ha avuto riconoscimenti in tutto il mondo e che ha prodotto ricchezza con ricadute sul nostro territorio. Il film ha portato in Calabria qualcosa come 3 milioni di euro e ha dato lavoro a centinaia di persone nei quattro anni di produzione. Una dimostrazione che anche dal privato può nascere un’idea concreta e valida. E se c’è questa ci sono anche le professionalità con cui realizzarle”.

E forse non è un caso che negli ultimi anni siano saliti alla ribalta nazionale tanti talenti calabresi, nella letteratura, nel cinema, nella musica. Avverte un nuovo fermento, un nuovo risveglio culturale in Calabria?
“Tornando in Calabria ho fatto delle scoperte che mi danno fiducia. C’è in Calabria tanta gente di valore, che si da da fare. In tanti si alzano la mattina e cercano di fare qualcosa per migliorare la Calabria. Manca forse il vero grande salto di qualità perché sono tutte persone che non hanno ancora trovato un punto di coagulo e viaggiano ognuno nella propria direzione, su rette parallele senza riuscire a incontrarsi mai. Banalmente, manca una rete, qualcosa che aiuti a convogliare tutte queste realtà positive. E poi dobbiamo superare il nostro senso di soggezione nei confronti di ciò che non è calabrese. Noi aspettiamo sempre i riconoscimenti da fuori, altrimenti non riusciamo a capire il reale valore di ciò che produciamo. Cioè non c’era bisogno dell’apprezzamento al Festival di Venezia o degli americani per comprendere che “Anime Nere” fosse un’opera straordinaria. Ed è tutto merito dei calabresi”.

“Anime Nere” fa parte di una trilogia, insieme a “Zefira” e “American Taste”. Ci saranno trasposizioni cinematografiche anche degli altri due romanzi?
“Sì, ci stiamo lavorando, speriamo di riuscirci. E speriamo che si capisca anche in Calabria che il cinema non è solo intrattenimento o arte ma un’industria che può dare tantissimi posti di lavoro. E la Calabria è avvantaggiata rispetto ad altri per costi di produzione e scenografie”.

Utile a produrre lavoro ma anche per riflettere su noi stessi…
“Ovviamente. Ad Africo per 4 anni la gente ha parlato di cose diverse dalla cronaca nera e ha capito quanto è bella la normalità. La voglia di cambiamento c’è di più nei posti in cui si soffre perché chi sta bene ovviamente non vuole cambiare. Bisogna quindi riscoprire proprio questi luoghi, dove ci sono risorse ed energie per fare cose di valore”.

Ha in cantiere qualche nuova storia?
“Sì, prossimamente usciranno due nuove opere. La prima è in collaborazione proprio insieme a Francesco Munzi e narrerà l’esperienza di Anime Nere e come sia diventato un film. E poi a ottobre dovrebbe uscire il mio nuovo romanzo: una favola nera che racconta una storia d’amore estrema”.

di Enrico De Grazia

No comments yet