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Il ruolo dell’informazione e il “Partito Unico” calabrese

in Editoriale

“Lei vede il giornalista come un osservatore imparziale. Ebbene io le dico che questi osservatori imparziali mi fanno pena. Bisogna essere protagonisti non osservatori. Siamo in guerra. La lotta di classe la facciamo anche noi”. Il redattore capo Giancarlo Bizanti, interpretato da Gianmaria Volonté nello straordinario film di Marco Bellocchio del 1972 “Sbatti il mostro in prima pagina”, risponde così a un suo redattore per spiegare quale secondo lui sia il ruolo del giornalista all’interno del sistema sociale. Un’affermazione che sintetizza e spiega meglio di qualunque manuale quanto sia delicato e al contempo pericoloso il ruolo dell’informazione. Il giornalismo ha infatti il grande potere di influenzare le masse, condizionando la percezione che l’opinione pubblica ha della realtà.

Riguardo alle parole del personaggio Bizanti, la verità sta probabilmente nel mezzo. Vale a dire, il giornalista deve essere un osservatore imparziale ma al contempo anche protagonista, il giusto protagonista. Deve cioè fornire tutti gli elementi ai suoi lettori, raccontare tutti i fatti e i dettagli in suo possesso, aiutando il cittadino a crearsi un’opinione su un determinato argomento, ma senza imporre il suo punto di vista.

Ho dovuto fare questa premessa per poter chiarire meglio la linea editoriale di Calabrianotizie, in seguito alla pubblicazione di un nostro articolo sulla vicenda che riguarda la Fondazione Calabria Etica e il suo ormai ex presidente, Pasqualino Ruberto. Il valido collega Gianmario Foti, bersagliato da diverse critiche sui social network, con la sua intervista a una dipendente della Fondazione, ha voluto semplicemente fornire un punto di vista diverso sulla vicenda e trascurato da tutti gli altri organi d’informazione. Soprattutto dopo che alcune testate hanno deciso di pubblicare sui propri giornali (cartacei o on line che siano) l’elenco di tutti i contrattualizzati nell’ultimo anno dall’ente in house della Regione Calabria senza fare distinzioni. La deontologia professionale dei giornalisti, però, impone che per i dati sensibili di persone che non abbiano rilevanza pubblica debba sempre prevalere il diritto alla privacy sul diritto di cronaca. Per intenderci, prevale il diritto di cronaca se i dati pubblicati riguardano alte cariche, dirigenti pubblici, consiglieri comunali, provinciali o regionali, mentre deve prevalere il diritto alla privacy quando quelle informazioni riguardano privati cittadini che non hanno nessun ruolo pubblico.

jenesuispasDetto questo, ci è sembrata esagerata la decisione di sbattere sulle pagine di giornale (o sito che sia) i nomi di tante persone comuni che, mossi dal bisogno di trovare un lavoro e guadagnarsi da vivere, hanno firmato il contratto con Calabria Etica.

Per essere chiari, gli elenchi completi sono già pubblici e consultabili sul sito web di Calabria Etica. Niente di nuovo. Ma pubblicarli su una testata giornalistica è ben altra cosa, perché in questo modo si dà una rilevanza giornalistica a cittadini che per la maggior parte dei casi sono più vittime che carnefici di questo presunto sistema clientelare.

A nostro avviso è stato deontologicamente discutibile sfruttare le condizioni precarie (per non dire di disperazione) di buona parte della popolazione, per ottenere maggiori vendite di copie del proprio giornale o maggiori visite al proprio sito, accontentando quella malsana voglia di giustizialismo, che prevale in particolar modo in tempi di crisi economica e sociale, che ci porta a puntare il dito gli uni contro gli altri con una facilità e rapidità tali da non riuscire infine a fare più differenze e a considerare i singoli casi come tutti facenti parte dello stesso calderone.

Noi di Calabrianotizie, come già abbiamo annunciato il giorno della nostra partenza in questa avventura editoriale, abbiamo ancora la presunzione di credere che sia possibile fare informazione senza seguire le logiche del gossip e dell’audience. Noi non vogliamo confrontarci con la concorrenza, composta da testate con molte più risorse economiche e professionali di noi, sulla quantità di notizie pubblicate e sulla continua ricerca del sensazionale. Altrimenti pubblicheremmo tutti i comunicati stampa che riceviamo in maniera acritica e automatica.

Al contrario, il nostro laboratorio giornalistico è nato innanzitutto da un’esigenza di riflessione e approfondimento, cercando di incasellare le notizie nel giusto contesto e fornendo ai lettori una chiave di lettura che sia il più possibile equilibrata e consapevole. Ciò non significa che la nostra voce è e sarà obiettiva. L’obiettività è un traguardo irraggiungibile: i giornalisti sono sempre esseri pensanti e come tali non possono certo scindere la propria soggettività dalla propria professionalità. Il giornalista ha una sua visione e interpretazione della realtà e dei fatti che accadono, ma l’importante è che nel momento in cui decide di raccontare una vicenda lo faccia in buona fede e senza pregiudizi, utilizzando l’obiettività come una bussola, come cioè un valore verso cui tendere.

Ebbene, con l’articolo in questione il nostro intento era solo e soltanto quello di dar voce a chi finora era rimasto inascoltato, evidenziando come in quell’elenco acritico ci siano persone che in quanto tali hanno storie e vite diverse tra loro. Non si tratta di prendere le difese o attaccare qualcuno. Non si può ridurre a questo una vicenda così complessa che riguarda centinaia e centinaia di cittadini. A noi non piace generalizzare e promuovere la caccia alle streghe. C’è già la magistratura, che ha aperto un’inchiesta su Calabria Etica ipotizzando il reato di abuso d’ufficio, che ha il compito di fare luce sul caso e non è compito nostro individuare colpevoli e responsabilità.

Questo però non ci esime dall’esprimere la nostra opinione su quello che è accaduto e che sta accadendo in Calabria. La storia della Fondazione Calabria Etica, insieme a quella di Fondazione Calabresi nel Mondo e di Calabria.it tanto per fare altri due esempi, rivela il modus operandi della classe politica calabrese nella gestione delle nostre Istituzioni e del denaro pubblico. Non c’è bisogno di attendere il giudizio della magistratura per comprendere che tutti questi enti in house della Regione (ma anche dei comuni), fatte salve alcune pochissime eccezioni, rappresentino dei grandi carrozzoni clientelari utili per drenare voti e gestire quindi il potere. Il voto di scambio in Calabria è pratica comune e diffusa trasversalmente da destra a sinistra. In questo senso, c’è chi è arrivato a definire la politica calabrese come la politica del “Partito Unico”. Ciò è dimostrato chiaramente dal fatto che diversi dirigenti politici di sinistra (di amministratori locali per esempio) siano sul libro paga di esponenti politici nazionali di destra e viceversa. È un do ut des che si traduce in un “guardiamoci le spalle a vicenda”. Una sorta di tacito ricatto reciproco, tale che nessuno può permettersi di accusare gli avversari (per modo di dire a questo punto) politici, perché ognuno ha degli scheletri da nascondere nell’armadio. Forse l’unico momento in cui vengono più a galla le nefandezze dei nostri rappresentanti istituzionali è in periodo di campagna elettorale. E non è un caso che in quest’ultimo anno, caratterizzato dalle elezioni regionali e dalle elezioni comunali in diverse città calabresi, siano usciti fuori numerosi scandali. Un vecchio detto calabrese tradotto in italiano dice: “E’ quando si scioglie la neve che si vedono gli stronzi”. Con la primavera appena iniziata, speriamo che la neve lasci il posto alla realtà sottostante e che finalmente la trasparenza amministrativa tanto proclamata ma ancora di fatto non totalmente realizzata ci renda consapevoli di come realmente stanno le cose.

di Enrico De Grazia

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