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Istituto “Vespucci” di Vibo: tanti alunni con parenti in carcere. La dirigente: “Qui imparano che l’onestà paga”.

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Vibo Marina è sulla punta dello Stivale. Lungo un tratto di costa che si incurva verso l’interno per lasciare respiro al mare. Conta diecimila abitanti, ma è solo una frazione di Vibo Valentia.

Con uno dei pil più bassi d’Italia e dove la ‘ndrangheta ha messo le radici. Dall’altra parte dei binari del treno, c’è la scuola media “Amerigo Vespucci”. Qui Maria Salvia, da sette anni la dirigente, insegna agli alunni cosa significa non scendere a patti con la criminalità organizzata.

Da qualche anno l’Istituto ha inglobato le elementari e la materna. Per un totale di undici plessi nel raggio di sei chilometri, 120 docenti e 1021 studenti. Sono in tanti ad avere almeno un parente in galera. Il padre o il cugino, lo zio, il nonno. “Mi interessa che la scuola assomigli a una casa, i bambini devono sentirsi accolti, accettati, ascoltati. È aperta dal mattino alla sera, anche fino alle dieci, per le attività di laboratorio. Deve funzionare bene perché sia da esempio per loro, devono capire che se si vuole le cose cambiano, che l’onestà porta frutti”.

Maria non ha la bacchetta magica, ma quella di un maestro d’orchestra, che sta coi piedi per terra e guarda in faccia i bisogni. “La gente perde il lavoro, c’è la crisi, e siamo in Calabria. Secondo lei, pensare allo studio è scontato?”. Allora si è inventata dei laboratori che, fin già dalle medie, danno la possibilità ai ragazzi provenienti da famiglie in difficoltà di imparare un mestiere legato all’economia locale. Un maestro d’ascia dà lezioni di falegnameria, in particolare di come si costruisce un peschereccio, come si aggiustano i banchi e le sedie.

“Ognuno di loro ha sistemato la propria postazione” ricorda la preside. Poi c’è il laboratorio di cucito. Non per confezionare abiti alla moda, ma per riparare le vele e le cuscinerie degli yacht che durante l’anno ormeggiano nel porto. Il brevetto da sommozzatore, con la collaborazione della capitaneria di porto, è un’altra delle opportunità offerte. Infine, il laboratorio di cucina per futuri cuochi di bordo. I bambini si mettono ai fornelli, preparano piatti tradizionali e rispolverano antiche ricette.

“Due volte l’anno invitiamo a pranzo il prefetto, il colonnello dei carabinieri, quello della finanza e il procuratore della Repubblica. Le istituzioni non devono apparire distanti, o peggio delle nemiche”. Per questo motivo ha chiesto alle Fiamme gialle di presentare a scuola il rapporto sul bilancio annuale. “Ho fatto sedere in prima fila uno studente il cui padre è stato arrestato da un finanziere presente in aula. Bisogna creare ponti, non muri”. Mentre prima di Natale, per il terzo anno di fila, i carabinieri hanno fatto una lezione sul rischio dei botti. “Così nessuno li scoppia più davanti alla scuola”.

In quanti frequentano i laboratori? “Selezioniamo cento alunni alla volta. L’impegno è di 50 ore per tre mesi”. Il risultato non è acqua fresca: “I ragazzi sono più motivati a studiare e a venire a scuola tutte le mattine”. L’attività non è considerata extra-scolastica. “Da noi il tempo scuola è dilatato, l’organizzazione è flessibile, così gli studenti stanno il meno possibile da soli”.

I corsi per imparare a suonare uno strumento musicale invece sono rivolti a tutti (anche ai bambini delle elementari). “Abbiamo messo in piedi un’orchestra, un coro e una sala di incisione. Finora è stato registrato un brano, composto dai ragazzi, si intitola ‘Armonie di un amore urlato’, è dedicato alla giornata mondiale contro la violenza sulle donne. Ha ricevuto un premio dal ministero dell’Istruzione”.

Gli altri tre cavalli di battaglia della preside sono: il rispetto per il bene pubblico, la lotta all’omofobia e quella alle mafie.

(leggi l’articolo completo di Chiara Daina su ilfattoquotidiano.it)

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