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“Italian sounding”: quando il prodotto italiano è contraffatto

in economia e lavoro

Agrumi, mozzarella di bufala, grano, olio e pomodoro. Sono solo alcuni dei prodotti del Made in Italy agroalimentare che secondo il terzo Rapporto Agromafie elaborato da Coldiretti, Eurispes e Osservatorio sulla criminalità nell’agricoltura e sul sistema agroalimentare sono oggetto di alterazioni, sofisticazioni e contraffazione da parte di organizzazioni criminali organizzate su scala mondiale, che ne gestiscono il traffico illegale movimentando ingenti somme di denaro.

agropirateriaProdotti dell’eccellenza italiana, dunque, che commercializzati senza esserlo, vanno ad arricchire un mercato che potrebbe superare i 60 miliardi di euro e l’allarme viene lanciato proprio in vista di Expo 2015, dedicato appunto anche al mondo della nutrizione e per il cui allestimento sono già emersi appalti truccati, tangenti e colpevoli ritardi.

E’ il fenomeno dell’ “italian sounding”, ovvero di tutti i prodotti che ricordano nel nome o nella confezione il Made in Italy, ma che in realtà con questo non hanno nulla che fare, come i “Parma salami” del Messico, la “mortadela” siciliana dal Brasile o il “salami calabrese” prodotto in Canada, per non parlare delle denominazioni del Parmigiano Reggiano e del Grana Padano, diffuse in tutti i continenti come Parmesan, Parmesao o Parmesello, con un giro d’affari pari a due volte e mezzo il valore dell’export agroalimentare nazionale e, a detta di Coldiretti-Eurispes, il solo recupero del 6,5% del suo valore basterebbe a pareggiare la bilancia commerciale con l’estero.

Urge, pertanto, un aumento dell’attività di controllo da parte di tutte le forze dell’ordine impegnate nella lotta all’agropirateria e un maggior livello di informazione al pubblico sulle etichette, come ad esempio prevede il Consorzio di Tutela dei Salumi di Calabria D.O.P. , prodotti già oggetto qualche anno fa di operazioni di sequestro perché falsificati.

Il tutto a discapito non solo di questo settore importantissimo per l’economia italiana, ma anche della salute dei cittadini, che nel 60% dei casi considerano le contraffazioni alimentari più gravi delle frodi fiscali e degli scandali finanziari e che a causa della crisi sono costretti a risparmiare sulla spesa alimentare, risultando così maggiormente esposti all’inganno.

Come accade per l’olio extravergine d’oliva, che in realtà viene mischiato a quello proveniente da Marocco, Tunisia, Grecia, e Spagna per aumentare i profitti, o ancora quello sequestrato nel supermercati inglesi Harrod’s col nome di “Tuscan Extravirgin Olive oil”, che di toscano non aveva nulla, per finire al pomodoro proveniente dalla Cina, ma in barattoli con la bandiera italiana. Pomodori prodotti nei “laogai” – conclude il rapporto – da migliaia di dissidenti politici e piccoli criminali costretti a lavorare in condizioni disumane come nei campi concentramento nazisti.

di Gianluigi Catalano

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