Scroll To Top

La “Generazione Rosarno” che sfida i clan

in altre notizie dal web

C’è una scuola nel paese calabrese che sfida luoghi comuni e ‘ndrangheta. Nelle sue aule crescono insieme i figli delle vittime dei clan e quelli degli assassini. Un racconto emozionante, e sul campo, nel libro “Generazione Rosarno”.

“Non esistono figli di ‘ndranghetisti, figli di collaboratori o di testimoni, i ragazzi sono tutti uguali”. Nessuna deroga per la regola madre del liceo Piria di Rosarno. Un legge non scritta uguale per tutti, ogni giorno, come uguali, appunto, sono gli alunni che la frequentano.

generazione_rosarno_1

Il libro di Serena Uccello

Si può nascere in una famiglia mafiosa e scegliere una strada diversa? Si può amare un padre al 41 bis prendendo comunque le distanze dai suoi crimini? Serena Uccello, giornalista de Il Sole 24 Ore, è partita da queste semplici domande per indagare su quella che lei ha definito, e che dà il titolo al suo ultimo libro, “Generazione Rosarno”(Melampo editore).

Per rispondere agli interrogativi, decisivi per una seria lotta ai clan, la cronista ha vissuto il paese della rivolta dei braccianti africani come se fosse il suo. È rimasta sul campo per parecchio tempo, ha incontrato ragazzi, ragazze, insegnanti. La scuola come strumento di emancipazione dal grande inganno venduto dai mercanti della ‘ndrangheta. E questo è proprio il filo conduttore di tutto il racconto.

Una narrazione che emoziona perché in grado di portare davanti agli occhi del lettore quei volti giovani di studenti che provano a emergere seguendo le regole. E non lo fanno per obbligo, ma perché ne apprezzano il senso. Una grande conquista in alcune zone del Paese.

Il viaggio della giornalista nel paesone della piana di Gioia Tauro è fitto di storie, volti, sogni. Sfogliando il libro è difficile fermare la commozione davanti ad alcune lettere scritte dagli studenti. In particolare una è dirompente e demolisce decenni di pregiudizi. «Ciao Alfonso, ti rivolgiamo questo pensiero perché ci manchi e speriamo che tu possa sentirci ovunque tu sia. Il tuo comportamento non ha mai rivelato quello che avevi dentro perché nascondevi tutto dietro il tuo sorriso. La tua storia ci aiuta a riflettere sul valore della vita».

Questo pensiero è rivolto al figlio della collaboratrice di giustizia Maria Concetta Cacciola, uccisa perché aveva deciso di tradire la famiglia raccontando segreti e regole del clan. Per troppo tempo pentiti e parenti che accettavano e condividevano il pentimento venivano messi alla gogna. Isolati, umiliati. Qualcosa è cambiato, soprattutto tra i giovani.

Leggi l’articolo completo di Giovanni Tizian su L’Espresso

No comments yet