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La grotta di S. Elia Speleota, un angolo di pace alle pendici dell’Aspromonte

in Fotoreportage / media gallery

Nelle giornate di pioggia trovo piacevole rifugio nella stanza studio a casa dei miei genitori; stanza che preferisco fin da quando ero bambina e che custodisce una corposa biblioteca domestica ricca di libri di ogni genere.

Tra i vecchi testi liceali dei miei genitori, alcuni dei quali editi sin dai primi anni del novecento, trovo un libro senza copertina, dalle pagine fortemente ingiallite e i bordi consumati dal tempo, in cui veniva descritta la vita di Sant’Elia Speleota.

Mi appassiona così tanto questa lettura, perfettamente in linea con le mie ricerche curiose circa la presenza dei monaci anacoreti che vissero nel territorio calabrese dal VI – VII sec. d. c., da spingermi a recarmi nel luogo in cui Elia Speleota visse e che fortunatamente dista davvero poco da casa mia, nel territorio del Comune di Melicuccà (RC). Dal 726, anno in cui viene promossa con editto dall’imperatore bizantino Leone III Isaurico la lotta contro le immagini sacre (iconoclastia), molti monaci giunsero dall’oriente nell’Italia Meridionale.

Questo movimento generò nelle comunità che vivevano vicine ai territori in cui si stanziarono un forte cambiamento linguistico, religioso e culturale. Proprio questo genera in me una grande attrazione per il periodo che mi spinge a cercare, in tutto il territorio calabrese, le tracce e i luoghi di questo passaggio.

Raggiungo il sito in compagnia di mia madre, percorrendo la strada provinciale che da Melicuccà porta a Bagnara. Il contesto è meraviglioso, in una valle tra le pendici settentrionali dell’Aspromonte, tra boschi di ulivi secolari e i ponti della vecchia linea ferrata Calabro Lucana (che da Gioia Tauro portava a Sinopoli e San Procopio, non più operativa dal febbraio 2011 e sostituita da un servizio di pullman).

Vi troviamo quel che rimane del complesso monastico risalente al X sec. che, stando a quanto riportano scritti del 1700, doveva essere molto più grande, e ricco di grotte che ospitavano i monaci e i tanti pellegrini che giungevano sin qui curiosi.

Anche in questo caso ho avuto un fortunato incontro: due ragazze che, a piedi dal paese, giungono contestualmente a noi si offrono di accompagnarci facendoci da guida nella grotta e tra i resti del cenobio (in cui i monaci facevano vita comune) e delle fabbriche annesse: cantina, mulino, necropoli, palmento, ecc.

All’interno della grotta in cui visse e fu sepolto il Santo vi è una vasca di pietra granitica da cui, ad opera di Elia, sgorga un’acqua miracolosa che non trabocca mai. Vi è anche un altare di recente costruzione e dietro di lui una bellissima nicchia con mensola e iscrizioni in greco, che doveva essere l’altare originale.

Il luogo, che mantiene una certa carica spirituale, è un forte esempio di come la mano dell’uomo possa unirsi alla natura senza troppo stridere. I suoni intorno e la gran bella vista che si apre dalle pendici dell’Aspromonte fino al mar Tirreno sono un toccasana per l’animo.

Parallele al sito si trovano le rotaie della ferrovia Calabro Lucana che, come dicevo, è in disuso; sarebbe bello immaginare visite guidate a bordo della littorina il cui fischiare è rimasto nella mia mente indelebile dal tempo in cui studiavo al liceo che si trovava proprio di fronte alla stazioncina di Palmi.

Doveva essere ancor più suggestivo questo luogo prima che terremoti, calamità e incuria lo riducessero in questo stato. Ma dall’attenzione che i cittadini di Melicuccà vi prestano, attendendo alla manutenzione ordinaria e alla sua conservazione, nasce la speranza che anche fuori dal contesto cittadino possa svilupparsi un interesse nei confronti di questo angolo di pace, essendo uno dei tanti esempi, disseminati nella nostra Regione, della varietà di culture che hanno lasciato la loro impronta nella popolazione calabrese.

Servizio e foto di Nadia Lucisano

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