Scroll To Top

Passeggiata nella quiete di Saguccio e Maronino

in Fotoreportage / media gallery

Dopo una sosta per il pranzo a Cardeto (RC) ho proposto di proseguire sulla strada statale 183 alla volta di Saguccio (o Sauccio) un piccolo borgo disabitato a circa 1.000 m s.l.m. nel Comune di Bagaladi (RC).

Si può giungere direttamente in macchina fino alle case, ma abbiamo preferito lasciare l’auto lungo la strada e proseguire a piedi in un fitto bosco di alberi di castagno, quercia, pino e arbusti di ginestra.

Lungo la strada si aprono scenari splendidi: il cielo è ornato di nuvole che sembrano indecise se cedere alla pioggia o lasciarsi trasportare dal vento. E’ un susseguirsi di declivi che dolcemente scendono a valle sul letto del Tuccio, la fiumara di Melito, aprendosi come un sipario sul mar Ionio.

Tutto intorno è un risuonare dei campanacci di mucche che, come agilissime caprette, sono intente a brucare inerpicate sui dirupi.

Dopo una serie di curve, con la strada asfaltata semi ricoperta di ricci di castagne, raggiungiamo un primo edificio da cui è possibile scorgere i tetti di Saguccio.

La buona sorte, che spesso in questi miei giri di ricerca mi accompagna, mi è stata così vicina questa volta da permettermi una preziosa conoscenza!

Dalla casa ci raggiunge il signor Santo, un uomo che cordialmente si presenta e mostra interesse verso il motivo del nostro gironzolare. Mi racconta di esser nato qui e di aver vissuto lo spopolamento del borgo e ci invita ad entrare in quella che un tempo era una segheria mostrandoci i vecchi impianti e i macchinari tra cui uno che serviva per l’infeltrimento dei tessuti di lana (la battenderia).

Si offre quindi di proseguire con noi in questo piccolo viaggio per mostrarci il borgo, allietando la visita con i racconti del suo vissuto e delle origini della sua famiglia. La mia gioia è enorme nel trovare riscontro in ciò che avevo letto su Sauccio ne ‘Il senso dei luoghi’ di Vito Teti.

Saguccio sorge agli inizi del 900, per la decisione da parte dei proprietari terrieri che vivevano a Cardeto, di stabilirsi nelle loro proprietà utilizzate fino al momento solo per la coltivazione.

Era qui infatti, in questo piccolissimo borgo a mezza costa immerso nel verde, che la famiglia del signor Santo viveva dedicandosi al mulino con le relative coltivazioni (mulino che veniva messo a disposizione anche delle altre famiglie e frazioni vicine nell’ottica economica su cui si basava la vita del borgo, ossia il baratto) e sviluppando l’arte della costruzione di strumenti musicali tradizionali calabresi.

Dai tetti di Saguccio ci mostra, sull’altro versante, poco più sopra il letto del fiume, un piccolissimo nucleo di case tra cui quella in cui nacque (zona Maronino). Restavano poche ore di luce per poterle raggiungere a piedi così, grazie al suo fuoristrada, ci accompagna fino al fiume e poi alle case.

Non mi era ancora capitato di visitare le stanze di case abbandonate in compagnia di chi vi è nato, l’emozione è stata davvero indescrivibile.

Queste case sono un pieno esempio di architettura rurale, in pietra, legno e tegole; il forno, le scale con enormi massi, le dispense scavate nel muro. A Saguccio invece le case hanno subito col tempo modifiche che evidenziano i diversi periodi di ristrutturazione e relative tecniche.

All’entrata di Saguccio un cancello fa dedurre che non si trova in stato di totale abbandono, il che si può intuire anche dalle coltivazioni intorno. Alcune case sono chiuse altre, per quel che rimane, portano ancora le tracce di un vissuto, ed a molte altre non siamo riusciti ad avvicinarci a causa della vegetazione rigogliosa.

Come un ricorso storico, il territorio di Saguccio oggi viene vissuto com’era prima che nascesse il villaggio, ossia zona coltivabile e piacevole meta per i giorni festivi.

Il tramonto ci sorprende nel pieno dei racconti costringendoci a rientrare. Il piacevole incontro col signor Santo volge quindi al termine, arricchendoci di un nuovo bagaglio di storie da portare nello zaino e di un delizioso cesto di mele da lui raccolte e che crescono proprio in questa terra.

Per tornare a Reggio Calabria seguiamo una strada ripida che giunge in località Gallina, con un panorama davvero suggestivo che guarda lo Stretto e la maestosa cima dell’Etna fumante.

Servizio e foto di Nadia Lucisano

No comments yet