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Rapporto Svimez: Calabria regione più povera d’Italia. Occupazione scesa ai livelli del 1977.

in economia e lavoro

“Se nel complesso l’economia italiana sta uscendo, pur con lentezza, dalla crisi più lunga del dopoguerra, il Mezzogiorno ancora non vede segni significativi di ripresa.” Così lo Svimez illustra, nella relazione annuale presentata ieri a Roma, la disastrosa situazione del Sud Italia. Soprattutto emerge una criticità della nostra regione, considerata la più povera d’Italia per PIL pro capite.

È l’ennesima rappresentazione dell’immagine di un’Italia nettamente divisa e di quell’enorme divario tra Nord e Sud che continua a crescere. Dall’inizio della crisi nel 2008, è stato un susseguirsi di dati sempre in negativo per il Meridione. Nel rapporto presentato dall’associazione che da anni si occupa di analizzare la situazione economica del Mezzogiorno, si è partiti dai numeri relativi al PIL. Nel 2014 il prodotto interno lordo ha segnato un -1,3% al Sud, con un lieve miglioramento rispetto all’anno precedente, che aveva registrato un -2,7%. Un’attenuazione della caduta, com’è stata definita nella relazione, che ha visto un piccolo dato positivo per la nostra regione. La Calabria, infatti, è la regione che con -0,2%, ha mostrato il risultato più incoraggiante.

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L’area industriale di Lamezia Terme

Critica è invece la produzione industriale e gli investimenti. Il settore manifatturiero delle regioni meridionali ha registrato un -34,8%, contro il 16,7% nazionale. Di conseguenza si è verificato anche un calo negli investimenti: -38% nel Sud contro il -27% del Nord.

Per quanto riguarda il PIL pro capite, la situazione peggiore si segnala invece in Calabria. Infatti, il PIL per ogni abitante è di 15.807 euro, numero che le ha conferito l’appellativo di regione più povera. Questi dati risaltano maggiormente se si guardano in rapporto alla regione più ricca, il Trentino Alto Adige. Qui, infatti, il PIL pro capito è di 37.665 euro, con una differenza quindi di circa 22mila euro con la Calabria.

Se nel resto del Paese i consumi continuano a crescere, diminuiscono nel Sud del 13,2%. Più nello specifico, dal 2008 al 2014 nei consumi alimentari si è registrato un -15,3% e ancor più preoccupante è il dato sui servizi per la persona e le spese per l’istruzione: -18,4%, tre volte in più rispetto al Centro-Nord.
In calo anche tutti i settori: -0,5% per i servizi, -6,2% per l’agricoltura e -35% per l’industria. Quest’ultimo dato ha fatto scattare l’allarme per un sempre più concreto rischio di “desertificazione industriale, con la conseguenza che l’assenza di risorse umane, imprenditoriali e finanziarie potrebbe impedire all’area meridionale di agganciare la possibile ripresa e trasformare la crisi ciclica in un sottosviluppo permanente”, si legge nell’anticipazione del rapporto 2015.

La crisi ha toccato soprattutto il mondo del lavoro, in particolare i livelli di occupazione nel 2014 sono simili a quelli del 1977 in cui si era toccato il livello più basso di occupazione. “Tornare indietro ai livelli di quasi quarant’anni fa testimonia, da un lato, il processo di crescita mai decollato, e, dall’altro, il livello di smottamento del mercato del lavoro meridionale e la modifica della geografia del lavoro”, è stata la dichiarazione dello Svimez.

Il calo dell’occupazione è stato di circa il 9% al Sud, contro il -1,4% del Centro-Nord. Se si legge il dato in termini di perdite di lavoro a causa della crisi, il numero è ancor più grave: 70% del totale nazionale. Infatti su 811mila persone che hanno perso il lavoro, 576mila erano residenti nel Sud Italia. Un lieve miglioramento si è registrato tra il 2014 e il 2015, con circa 47mila posti di lavoro in più solo nel Sud. Quasi la metà rispetto al Nord, ma guardando all’andamento generale, un piccolo passo avanti.

Nella tematica occupazionale rientrano anche due categorie fondamentali i cui risultati sono preoccupanti: le donne e i giovani. Per quanto riguarda l’occupazione femminile, al Sud solo una donna su cinque lavora. Più nello specifico le donne tra i 35-64 che hanno un impiego è pari al 20,8%, rispetto alla media italiana del 34% e di quella europea che è addirittura del 51%.

Contraddittori invece i risultati che riguardano l’occupazione giovanile. Il sud negli ultimi anni ha perso 622mila posti di lavoro tra gli under 34, guadagnandone però 239mila posti tra gli over 55. Tra i giovani laureati e diplomati il tasso di disoccupazione è pari al 45%. Questo rappresenta un dato particolarmente sensibile che il più delle volte va letto come un disincentivo a non investire nello studio e nella formazione. Si parla quindi di NEET (not in education, employment or training), ovvero di giovani che non sono impegnati né nella ricerca di un lavoro e né nello studio o nella formazione. Sul totale italiano di 3 milioni e mezzo, circa 2 milioni sono meridionali.

Allarmanti sono anche i numeri sulla povertà: 1 su 3 al Sud è a rischio povertà, con la Sicilia che segnala il tasso più alto del 41,8%. Più in generale, nel Meridione le famiglie povere sono aumentate del 2,2%.

Per quanto riguarda i dati demografici, al Sud la popolazione è cresciuta di 389mila su 3,8 milioni totali. Nel 2014 si sono registrate solo 174mila nascite, un dato che viene paragonato soltanto al 1861, anno dell’Unità d’Italia. Mentre in 10 anni, si è registrato un flusso migratorio verso il Nord di oltre 1 milione e mezzo di persone.

Infine lo Svimez ha riservato una parte della relazione anche a un confronto con l’andamento europeo. In generale l’Italia dal 2000 al 2013, con un 20,6%, è stato il Paese dell’area Euro a 18 a essere cresciuto di meno. Addirittura meno della Grecia che si era fermata al 24%, migliore anche del Sud, cresciuto del 13%.

di Adelia Pantano

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