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Rifiuti tossici in Calabria: sempre più pentiti ne parlano ma la verità è ancora sotterrata insieme alle scorie radioattive.

in ambiente e trasporti / politica e cronaca

Con le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Mattia Pulicanò in relazione ai rifiuti tossici sotterrati a Lattarico (Cs), si potrebbe riaprire uno squarcio su una vicenda che, col passare degli anni, ha soltanto generato preoccupazione e confusione nell’opinione pubblica, soprattutto a causa delle molte bugie e delle ambigue verità che ci sono state propinate.

Sostiene Legambiente che lo smaltimento illegale di rifiuti industriali è il più pericoloso campo d’attività delle ecomafie e uno tra i business illegali più redditizi; che questo racket è gestito dalle mafie, ma è alimentato dall’operato di manager di aziende, faccendieri, amministratori locali e tecnici senza scrupoli che insieme costituiscono una vera e propria associazione criminale che agisce a livello internazionale.

Dello smaltimento illecito delle scorie radioattive e dei rifiuti pericolosi si è iniziato a parlare negli anni ’90.

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Il Capitano Natale De Grazia

Sappiamo che nel corso degli ultimi 25 anni sono state aperte, e forse frettolosamente chiuse, numerose inchieste da parte di alcune Procure in Italia, e svolte varie indagini che hanno portato alla luce fatti e documenti inquietanti.

Sappiamo che nei primi anni ’90 nacque un pool investigativo della procura di Reggio Calabria per indagare sul traffico di rifiuti tossici e radioattivi tramite le cosiddette navi dei veleni; sappiamo che lo stesso pool, dopo la morte (in circostanze misteriose) del Capitano Natale De Grazia, investigatore di punta del gruppo d’inchiesta guidato dal sostituto procuratore Francesco Neri, improvvisamente si dissolve, ed i suoi membri vengono trasferiti, promossi o vanno in pensione.

Sappiamo, inoltre, che sono state istituite anche Commissioni Parlamentari atte a far luce sulle vicende di tali traffici, e che hanno portato piuttosto a presunte verità.

Sappiamo, infine, che Mattia Pulicanò, ventottenne legato al clan dei Lanzino-Rua, non è il primo collaboratore di giustizia che abbia deciso di raccontare la sua verità sul traffico dei rifiuti tossici in Calabria. Prima di lui, infatti, parlò Carmine Schiavone, cugino di Francesco Schiavone, detto Sandokan, boss del clan dei Casalesi.

Carmine Schiavone parla del traffico dei rifiuti in Calabria

Carmine Schiavone diventa collaboratore di giustizia nel 1993, e fu grazie alle sue dichiarazioni che si scoprì la vergogna del traffico e dello smaltimento dei rifiuti tossici e radioattivi in quella che fu ribattezzata la terra dei fuochi in Campania.

Nell’ottobre del 1997, Schiavone fu ascoltato dalla “Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti e sulle attività illecite ad esso connesse”. In quell’occasione, Schiavone affermò: “Il sistema era unico, dalla Sicilia alla Campania. Anche in Calabria era lo stesso: non è che lì rifiutassero i soldi. Che poteva importargli, a loro, se la gente moriva o non moriva? L’essenziale era il business. So per esperienza che, fino al 1991, per la zona del Sud, fino alle Puglie, era tutta infettata da rifiuti tossici provenienti da tutta Europa e non solo dall’Italia”.

ecomafia

Materiale tossico

Sui rapporti con le cosche calabresi, Schiavone disse: “Stavamo bene con la Calabria e con la Sicilia, in particolare con qualche gruppo calabrese, quelli contrari ai De Stefano. Eravamo contro De Stefano perché era stato l’istigatore di Raffaele Cutolo, lo aveva punto nel manicomio di Napoli a Sant’Efemo e gli aveva messo in testa strane idee”.

In relazione alle navi dei veleni, alla domanda del Presidente di Commissione Scalia: ”Non ha mai sentito parlare di traffici di rifiuti con le navi?”, Schiavone rispose: “So che c’erano navi e che qualcuna è stata affondata nel Mediterraneo, però sono ricordi sbiaditi. Ricordo che una volta si parlò di una nave che portava rifiuti speciali e tossici, scorie nucleari, che venne affondata sulle coste tra la Calabria e la Campania.

Le dichiarazioni di Schiavone sono rimaste secretate per 16 anni. Soltanto nell’ottobre del 2013 il Presidente della Camera Laura Boldrini ha deciso di togliere il segreto e di renderle pubbliche.

Nel febbraio del 2015 Schiavone muore a causa di un infarto in seguito ad un’operazione chirurgica alla schiena, che lo vedeva sofferente per alcune lesioni procurate da un incidente domestico.

Negli ultimi mesi di vita, Schiavone stava collaborando con la Dda di Reggio Calabria, fornendo, in base alle sue conoscenze, informazioni sullo smaltimento dei rifiuti tossici in Calabria.

Le dichiarazioni di Emilio Di Giovine

Un altro collaboratore di giustizia che fu ascoltato dalla Commissione sul ciclo dei rifiuti è Emilio Di Giovine, ex boss della ‘ndrangheta a Milano, esponente di spicco della cosca Di Giovine-Serraino.

Di Giovine confessa all’avv. Claudia Conidi (già difensore del pentito Francesco Fonti) che lui stesso già nel 2004, durante un interrogatorio, aveva raccontato la storia degli affondamenti programmati delle navi.

Alla luce di questa confessione, l’avvocato Conidi chiese alla Commissione parlamentare, guidata dal Presidente Gaetano Pecorella, di ascoltare la testimonianza del suo assistito, che però si limitò a parlare dei suoi rapporti con Theodor Cranendonk, un noto trafficante d’armi olandese, nella cui casa fu trovata copia di un progetto della Odm per smaltire rifiuti pericolosi in mare.

Sostanze pericolose rinvenute nella Valle dell’Oliva

Sostanze pericolose rinvenute nella Valle dell’Oliva

Di Giovine dice che Cranendonk gli chiese di entrare a far parte di una società a Zug, vicino Zurigo, che si occupava di smaltimento dei rifiuti tossici, un settore sicuro, grazie al quale si potevano guadagnare parecchi soldi. Di Giovine però non è interessato all’offerta dell’olandese e non se ne fa niente.

Davanti alla Commissione, Di Giovine dichiara: “Parlando dei rifiuti, il sistema era lo stesso (di quello delle armi, ndr). Si prepara la documentazione originale, con le autorizzazioni e tutto, ma i rifiuti non arrivano mai a destinazione, perché vengono dirottati o affondati. In sostanza, non arrivano mai nel posto in cui dovrebbero arrivare”.

Francesco Fonti, il pentito (non sempre) attendibile

Francesco Fonti era un affiliato alle cosche della locride fino a quando, nel 1994, decide di pentirsi e di collaborare con la giustizia. Le dichiarazioni di Fonti vengono da subito ritenute attendibili, riscontrabili, ed utilizzate in numerosi procedimenti. Almeno fin quando si tratta di droga, armi e delle strutture organizzative della ‘ndrangheta. Quando invece Fonti inizia a parlare di traffici di rifiuti tossici e sostanze radioattive, lo scenario cambia.

Il pentito dice di aver partecipato personalmente all’affondamento di tre navi, la Cunski, la Yvonne A e la Voriais Sporadais, che caricavano fusti contenenti materiale radioattivo che non erano stati smaltiti all’estero.

Nel 2009, in un’intervista per il settimanale L’Espresso, Fonti dichiara: “Ho sempre ammesso di essermi occupato dell’affondamento di navi cariche di rifiuti tossici e radioattivi. Ho indicato dove cercare: al largo di Cetraro, nel punto in cui il 12 settembre la Regione Calabria e la Procura di Paola hanno trovato a 480 metri di profondità un mercantile con bidoni nella stiva. Ed ancora: “Era una procedura facile e abituale. Ho detto e ribadisco in totale tranquillità che sui fondali della Calabria ci sono circa 30 navi”.

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Coordinate navi a largo Cetraro. Foto tratta da comitatodegrazia.org

Dopo l’apertura di una prima inchiesta nel 2006 da parte del pm di Paola Franco Greco, nel 2009 le indagini sulla nave al largo di Cetraro, la Cunski, vengono riprese dal nuovo procuratore di Paola, Bruno Giordano, e dalla Dda di Catanzaro.

Si protraggono per alcuni mesi, fin quando, dopo aver eseguito i rilievi, l’allora ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo e l’allora procuratore nazionale antimafia, Piero Grasso, tranquillizzano tutti sostenendo che il caso della nave dei veleni è risolto: la nave in questione non è la Cunski, bensì trattasi del piroscafo Catania, silurato il 16 marzo 1917 da un sommergibile tedesco.

Per gli inquirenti, il pentito Francesco Fonti non è più così attendibile: i suoi racconti vengono ritenuti falsi e non riscontrabili, pertanto il tutto viene archiviato. Fonti continuerà a sostenere il contrario, ma per molti il suo è soltanto un modo per ottenere maggiori benefici nel programma di protezione. Morirà nel dicembre del 2012 all’età di sessant’anni.

Pulicanò e i rifiuti sotterrati nel cosentino

Ritornando al prossimo futuro, sarà compito della Dda di Catanzaro accertare l’attendibilità delle dichiarazioni recentemente balzate alle cronache del collaboratore di giustizia Mattia Pulicanò.

Ecomafia 2015

Infografica dal Rapporto Ecomafia 2015 di Legambiente

Al sostituto procuratore Pierpaolo Bruni e al capitano dei carabinieri Michele Borrelli, Pulicanò ha dichiarato di aver appreso dal suo ex suocero Marcello Aloise, imprenditore nel settore degli impianti elettrici, che circa 15-20 anni fa, nella frazione Regina di Lattarico, siano stati interrati rifiuti e scorie radioattivi. I rifiuti tossici li avrebbe fatti seppellire Aloise, per conto dell’avvocato napoletano Cipriano Chianese, considerato organico ai Casalesi.

Aloise, che, in base alle dichiarazioni del pentito, è anch’egli legato alla cosca, lo avrebbe fatto in cambio degli appalti di Enel e Anas che Chianese gli avrebbe procurato.

Finora, Pulicanò è stato sempre ritenuto attendibile, fornendo informazioni dettagliate sulla struttura delle organizzazioni criminali operanti nel cosentino.

A chi dovremmo credere allora noi semplici cittadini? A chi dovremmo chiedere la verità sul traffico dei rifiuti tossici, sulla salute delle nostre terre e del nostro mare, e dunque sulla salute di tutti noi? Dovremmo credere alle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia che si sono avvicendate nel corso degli anni? Oppure dovremmo credere che tali collaboratori si siano inventati tutto, e che davvero possiamo vivere tranquillamente nella certezza che nulla è stato messo a rischio? Perché allora lo Stato non decide, una volta per tutte, di fare luce su tutto ciò che è rimasto segreto, e di consegnare al popolo un pezzetto di quella dignità che appare ormai ai nostri occhi colpevolmente dissolta? Se ai pentiti non siamo certi di poter credere, allora lo Stato si prenda le proprie responsabilità, e faccia in modo che si possa ancora credere in esso.

di David D’Ippolito

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