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Storia del “bandito” Vincenzo Romeo (seconda parte)

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Dopo il Brigante Musolino, Vincenzo Romeo fu il bandito calabrese più famoso del XX secolo e, per le coincidenze del periodo, equiparato a Salvatore Giuliano in Sicilia similmente al quale, col miraggio di ritornare un cittadino libero, si fece strumentalizzare dai potenti; ma solo fino a un certo punto, in verità.

Come a suo tempo Musolino, anche Romeo all’inizio subì una condanna ingiusta e spropositata (24 anni di reclusione) che lo spinse alla ventura. Ciò perché al tempo in cui ancora gli davano la caccia, nel 1948, sparò contro i carabinieri; ma solo per sfuggirgli e senza ferire nessuno.

Giudici e carabinieri giocavano sporco castigando o premiando – a seconda dei casi – le persone, trovando nei disperati e nei mafiosi da ricattare un utile politico nei giochi del Potere – i giudici erano compartecipi al potere locale in quanto figli dei proprietari terrieri.

Chiusa la parentesi fascista con la “cura” delle legnate, la malavita era ritornata una risorsa utile per proprietari terrieri e politicanti locali che, bisognosi di protezione e di consensi elettorali, cercavano l’appoggio di capondrina e banditi in cambio di favori e di impunità.

Il loro problema principale era però quello che le ‘ndrine sopravvissute ai tempi duri del ventennio erano composte non tanto da malandrini malleabili, ma in massima parte da contadini che faticavano duro e non ci stavano affatto a mettersi con i loro sfruttatori e nemici (poliziotti, impiegati, possidenti e preti): fascisti al tempo del fascismo e democristiani (e affini) col nuovo regime.

C’erano stati sovvertimenti importanti nella malavita. Il fascismo, con le sue durezze ma anche con la sua mancanza di ambiguità, aveva costretto gli ‘ndranghetisti a rifugiarsi in mezzo al popolo rinunciando a taglieggiarlo (era diventato difficile) e finendo col condividere gli stessi interessi e sentimenti rispetto la classe dirigente e gli agrari.

Sempre durante il fascismo, gli ‘ndranghetisti mandati al confino e nelle galere appresero dai comunisti la nuova ideologia e un progetto statuale che (bene o male) trovarono conciliante con i loro principi; col risultato che, venuto il tempo di potersi esprimere col voto, scelsero a maggioranza di schierarsi col Partito comunista con persino una regola vincolante (“proscritto”) ed il divieto assoluto di portare voti alla Democrazia cristiana.

Leggi l’articolo completo di Rocco Palamara su In Aspromonte

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