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Tale of Tales: i vizi e la miseria umana nel fantasy di Garrone

in cultura e società

Ancora non mi è ben chiaro il motivo della virata fantasy del nostro caro Matteo Garrone, un regista che anni fa venne salutato da alcuni come il nuovo Pasolini. Senza arrivare a creare paragoni difficili con pietre miliari del cinema italiano, rimane comunque un dato di fatto certo: il cinema del regista partenopeo è sempre stato un cinema realistico, dalla recitazione quasi amatoriale e ispirato a eventi (a volte in maniera generica, a volte più mirata) realmente accaduti nella nostra penisola.

Anche nella sua nuova fatica Il racconto dei racconti (Tale of Tales, titolo originale), Garrone parte da un qualcosa avente a che fare con la nostra cultura e tradizione: l’ispirazione viene da Lo cunto de li cunti, raccolta di fiabe della tradizione napoletana di Giambattista Basile edita nel 1634, un’opera per lo più sconosciuta ai molti.

Forse il trait d’union con la sua precedente produzione va ricercato nella volontà di trasporre su pellicola tre dei racconti di questo libro: per farlo l’ambientazione non poteva, perciò, essere contemporanea e da qui l’utilizzo necessario del genere fantasy. In un’intervista fatta a un magazine statunitense, il concorrente alla Palma d’Oro per il 2015 (insieme a Paolo Sorrentino e Nanni Moretti), ha tenuto a sottolineare questo legame con i suoi precedenti film: se nei primi l’elemento realistico veniva trasformato in qualcosa di fantasioso, in questo è accaduto esattamente il contrario.

scena-castel-del-monte-tale-of-tales-terrazzoLe tre storie narrate nel lungometraggio espongono i vizi e la miseria dell’essere umano, nascosti dietro la ferocia dei propri desideri: l’attualità delle tematiche è fuori discussione, desta confusione l’intreccio delle storie, apparentemente scollegate, dove lo spettatore si vede trasportato da una all’altra senza avere chiaro il nesso alla base. C’è da dire che la stupefazione circa la bellezza dei luoghi, delle scenografie, dei costumi, tiene abbastanza impegnato lo spettatore da non fargli percepire troppo il senso di spaesamento narrativo.

La condivisibilissima scelta di girare tutto il film in Italia in locations reali merita un 10 e lode: dalla Toscana alla Sicilia, passando per Lazio, Campania, Puglia e Abruzzo, l’autore ha dimostrato come non solo siamo ricchi di luoghi architettonici e naturalistici invidiabili (e quindi grande pubblicità per la nostra fin troppo bistrattata nazione), ma anche che si può fare a meno di ricostruzioni posticce negli studios sfruttando ciò che già la storia e la natura ci hanno lasciato in eredità.

Sfarzo, pomposità, ampollosità, l’opera potrebbe definirsi tranquillamente barocca per l’eccesso di tutti gli elementi in essa presenti: l’unico problema è che, come spesso accade quando si esagera con qualcosa, si cade nel grottesco e in questo film succede in diverse scene, dove il surreale diventa quasi non-sense (nonostante dovrebbe non sorprendere trattandosi di un fantasy), suscitando ilarità.

19-tale-of-tales.w1200.h630Un grade pregio di questo lungometraggio è la fotografia (Peter Suschitzky ha preso degnamente il posto quasi sempre ricoperto da Marco Onorato nella maggior parte dei lavori di Garrone). É coerente, sebbene ci siano dei cambi netti di luce (comunque sempre giustificati) come, ad esempio, nella bellissima e truculenta scena della regina che mangia il cuore del drago marino (dove a essere messo in contrapposizione al rosso sangue dell’organo c’è il bianco lindo delle pareti).

Anche le musiche di Alexandre Desplat non sono da meno, un azzeccatissimo sottofondo di questa lunga matrioska di persone e di eventi: da ogni cosa/persona ne deriva sempre un’altra, come una sorta di rigenerazione (o rinascita) in qualche modo portatrice di un suo significato specifico.

Il film sta riscuotendo un discreto successo nelle sale italiane, è stato accolto con ben sette minuti di applausi a Cannes ed è ancora in programmazione a giugno anche nei cinema calabresi: è difficile dare un giudizio secco e unilaterale a un’opera così complessa, variegata, di un regista altrettanto particolare. Se vogliamo dunque ragionarla secondo la celebre teoria della “politique des auteurs”, non dobbiamo fermarci a considerare solo quest’opera, ma valutarla insieme ai suoi lavori pregressi inserendola in un progetto più grande: che in questo caso è quello di fare della cultura italiana il filo conduttore di ogni lavoro, nonostante i diversi approcci stilistico-narrativi.

di Ilaria Sgrò

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