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“Ti ho vista che ridevi”, a Reggio presentato il libro del collettivo Lou Palanca

in cultura e società

REGGIO CALABRIA – Storia di identità e di terra, di occasioni di incontro che diventano riscatto e salvezza. Questo l’itinerario narrativo offerto da “Ti ho vista che ridevi“, il prodotto letterario del collettivo calabrese Lou Palanca, protagonista di un confronto di scena a piazza Italia nell’ambito della rassegna Tabularasa.

da sx Mad Simon, Fabio Cuzzola, Giancarlo Raffaele, Fortunato Trefiletti

da sinistra Mad Simon, Fabio Cuzzola, Giancarlo Raffaele, Fortunato Trefiletti

Gli ideatori della kermesse Giusva Branca e Raffaele Mortelliti hanno lasciato a Fabio Cuzzola e Giancarlo Raffaele, tra le penne del collettivo, la possibilità di raccontare in prima persona il libro e la particolare circostanza storica da cui prende le mosse, per poi spiegare al pubblico la vera anima del progetto “Lou Palanca” e le tante iniziative in cantiere. Mad Simon e Fortunato Trefiletti, voce e chitarra, hanno contribuito a creare il suggestivo intreccio tra note e narrazione con cui è stato offerto alla platea qualche passaggio saliente di una storia fortemente declinata al femminile che parte da lontano, dall’Italia degli anni 60, fino ad arrivare ai giorni nostri.

“Ti ho vista che ridevi” con una forte impronta corale, nel solco delle precedenti esperienze maturate dal collettivo, racconta di Dora una delle donne calabresi protagoniste di un particolare fenomeno migratorio diffuso negli anni ’60 che ha visto molte giovani del Sud partire alla volta del Piemonte, e delle Langhe in particolare, per dare futuro a un territorio e a un’economia destinata ad esaurirsi. Le “calabrotte” quasi sempre intraprendono il proprio viaggio verso il Nord a seguito di un matrimonio per procura. Sono forza lavoro e diventano, al contempo, il fulcro di un nuovo sistema di relazioni sociali in una zona che è andata progressivamente impoverendosi anche di presenze femminili sotto i colpi dell’industrializzazione e del miraggio dell’emancipazione offerto dalle vicine città.

Dora è costretta a emigrare da Riace per sposare un contadino delle Langhe e lascia alle cure della sorella il figlio che non doveva nascere. Luigi, il frutto di una gravidanza non prevista e che mai sarebbe stata accettata, scoprirà da adulto la sua vera storia e intraprenderà un viaggio alla ricerca delle proprie origini incrociando diverse figure femminili. Personaggi che tra lacerazioni e sfide sociali sapranno costruire occasioni di riscatto affermando la propria identità. Tra queste anche “Dora piccola”, la nipote della protagonista, che da attivista No Tav nel corso della sua permanenza in carcere conosce esempi di autentica umanità.

“In questo libro è dominante il concetto di ritorno alla terra e alle origini per affermare la propria identità. Ma la terra non è necessariamente quella in cui si è nati – spiega Fabio Cuzzola – ma quella che si elegge come tale. Da qui l’importanza degli incontri che costituiscono significative occasioni di salvezza. Nella prefazione Carlo Petrini, fondatore di Slow Food, sostiene che bisogna accogliere a braccia aperte i nostri salvatori. Così come le “calabrotte” hanno dato un futuro alle Langhe, nel passaggio travagliato tra la scomparsa del mondo contadino al boom turistico ed enogastronomico che caratterizza quel territorio da oltre un ventennio, con la stessa prospettiva si dovrebbe guardare all’immigrazione oggi, che va interpretata come risorsa soprattutto in quei territori del Sud Italia destinati allo spopolamento”.

“Ti ho vista che ridevi”, attualmente in ristampa, è il libro di Rubbettino più venduto nel 2015. Un risultato incoraggiante per il collettivo “Lou Palanca” che sta già lavorando al terzo romanzo parallelamente a una serie di iniziative volte al sociale ed ai minori. “Il nostro gruppo si anima di passione ed impegno civile. La scrittura – spiega Giancarlo Raffaele – è solo uno degli strumenti che mettiamo in campo e la storia è la miniera alla quale attingiamo per indagare e raccontare”.

redazione CN

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