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Valarioti: così la ‘ndrangheta uccise un politico onesto

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Ho visitato, più di una volta, Rosarno, vertice settentrionale della Piana di Gioia Tauro. A dire il vero ho girato in lungo e in largo, per le inchieste che ho svolto negli anni per il mio giornale, la Piana di Gioia Tauro e mi sono sempre chiesto perché fosse così desolatamente lontana dal cuore della politica e della democrazia italiana.

La prima, la politica, a partire da quella calabrese, se così si può definire, è infatti la prima ad esaltarne le potenzialità di sviluppo economico e di crescita sociale, come nel caso della landa portuale di Gioia Tauro e la prima, al tempo stesso, a fare in modo che quelle “potenzialità” non si trasformino mai in “potenza” per riscattare un popolo allo stremo.

I secondi, gli italiani, sanno a malapena che esiste un porto, delle zone un tempo immuni dalla cementificazione selvaggia e che una volta gli agrumeti abbracciavano l’area fin quasi a baciarsi con quelli della Piana di Sibari. Gli stessi italiani che cadono, disinteressandosi del diritto/dovere di informarsi, nello stereotipo che lì tutto è ‘ndrangheta.

Negare che a Rosarno e nei paesi della Piana di Gioia Tauro le cosche cerchino di controllare anche l’aria che si respira, oltre che girare le lancette dell’economia fuori dalle regole di libero mercato, sarebbe come negare l’esistenza del sole.

Il consenso sociale si sposa troppo spesso con la pervicacia mafiosa in assenza, è bene dirlo, della Politica e dello Stato che hanno troppo spesso abdicato al ruolo di garanti dell’osservanza dei diritti e dei doveri.

Leggi l’articolo completo di Roberto Galullo su ilsole24ore.com

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